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30° TFF: Appunti su un'edizione memorabile

  • Data di pubblicazione 29 gennaio 2013
  • Autore Laura Maganzini
  • Categoria Attualità

Al traguardo della trentesima edizione, il Torino Film Festival ha registrato numeri veramente soddisfacenti, in costante crescita rispetto agli anni scorsi: un aumento delle presenze di pubblico (il 18 per cento in più) con 76.000 ingressi nelle 11 sale di proiezione messe a disposizione per la kermesse ed il conseguente aumento della vendita degli abbonamenti e dei singoli biglietti.
È stato il regalo più bello per lo staff e per il direttore Gianni Amelio, che, allo scadere del suo mandato quadriennale, ha visto coronata da un meritato successo la dedizione al suo impegno. Ho avuto più volte l'occasione di vederlo presentare film, registi, attori direi con affettuosa e familiare semplicità, ma con grande cura.
Una direzione che è stata premiata dalla presenza di tanti giovani, su cui il Festival di Torino, nato nel 1982 appunto come Festival Internazionale Cinema Giovani, ha sempre puntato con le sue proposte di opere prime e seconde. Tanta folla, tante code, ma con la calma di un pubblico di buone maniere quale si conviene alla civile Torino.
È stata proprio questa l’esperienza iniziale per una neofita del Festival come me. Con un poco di emozione e di rispetto mi sono recata alla sede RAI di Torino (posto magico per me che amo ascoltare la radio) per ritirare l'accredito e già da lì ho iniziato a fare una lunga coda (code che ho fatto per tutta la mia permanenza al Festival). Code fruttuose, però, di consigli e conoscenza su come "muovermi nei meandri del Festival", perché così ho imparato a "capire il meccanismo".
Non sono riuscita ad avere il biglietto per la serata di inaugurazione al Lingotto, ma ho visto Quartet il giorno dopo. Il film del grande attore, regista esordiente, Dustin Hoffman racconta una storia, interpretata da un’ottima Maggie Smith, ambientata in una casa di riposo per cantanti lirici e musicisti in un sontuoso contesto di villa con parco grandiosi.
Data la pluralità di offerte delle undici rassegne in cui è suddiviso il Festival, quest’anno particolarmente corposo per festeggiare degnamente il suo 30° compleanno, le scelte dei film da vedere sono state "tortuose" (il catalogo è scritto con caratteri minuscoli e non è pratico per un uso immediato), pazienza, ho sicuramente perso qualche pellicola interessante!
Ciononostante, ho visto cinematografie provenienti da tutto il mondo che puntavano l’attenzione su problemi e culture delle popolazioni dell’America Latina o dell’Africa: tanti film in sette giorni (31 !?)... grandi emozioni e sensazioni che non passano dalla mente nel breve spazio di pausa tra un film e l'altro e creano una "difficile digestione"... ogni tanto serviva prendere una boccata d'aria con una passeggiata nella elegante e piacevole Torino.
Mi è piaciuto molto Shell, l’esordio del regista scozzese Scott Graham premiato dalla giuria del concorso principale, presieduta dal regista Paolo Sorrentino. Toccante e ricco di suggestioni, ambientato nelle gelide e solitarie Highlands, si avvale dell’ottima interpretazione della giovanissima protagonista Chloe Pirrie. Alla prima del film, Amelio ha giustificato l'assenza del regista, spiegando che era rimasto a casa perché doveva assistere il suo cane gravemente malato, una scelta sofferta, commovente.
Un grande contributo alla riuscita del Festival lo dà da anni la vicedirettrice Emanuela Martini, che si occupa della sezione retrospettiva, curando con grande passione e ricchezza informativa i cataloghi degli autori scelti. Quest’anno, la retrospettiva era incentrata sull’opera del regista e sceneggiatore statunitense Joseph Losey (1909 - 1984), di cui è stata presentata la produzione pressoché completa: ben 38 film, comprendenti tutti i lungometraggi, tra i quali alcuni capolavori del cinema moderno, come Il servo, L'incidente, Messaggero d’amore, ma anche, per citarne altri alla rinfusa, Galileo, L'inchiesta dell'ispettore Morgan, L'assassinio di Trotsky, Don Giovanni...
Interessante pure l'omaggio, nel centenario della nascita, a Francesco Pasinetti, il primo critico italiano a considerare il cinema come arte, grande amico del nostro Circolo del Cinema e del presidente Pietro Barzisa. Attivo in Italia fra le due guerre, fu anche regista di raffinati documentari per lo più dedicati alla sua Venezia. Tra gli altri contributi, ci ha lasciato una “Storia del cinema dalle origini ad oggi”, Edizioni di Bianco e Nero del Centro Sperimentale di Cinematografia, 1939. Il volume testimonia la serietà dello studioso che, a differenza di quanti avevano fino ad allora compilato storie del cinema parlando dei film per sentito dire, volle scrivere, come spiega Luigi Chiarini nell’introduzione, «più che una storia di lettura amena, una cronaca esatta, minuta, completa... che sia di informazione, di consultazione... un lavoro accuratissimo con il quale si cerca di portare l’esattezza di un metodo di ricerche critiche in un campo dove regna il disordine e anche la necessaria fretta dell’effimero industrialismo».
Tutto non è stato possibile seguire... mi è spiaciuto... ma ci sono due aspetti che mi hanno colpito: scena comune direi in quasi tutti i film che ho visto, è la donna che va in bagno e fa i suoi bisogni senza alcuna inibizione, anzi sembra che la stanza da bagno sia luogo di alta concentrazione e ispirazione.... appartarsi per rientrare in sé....!!!!! Oppure la presenza del robot, come nel film americano Robot & Frank di Jake Schreier, che suggerisce come si potrà un giorno convivere con lui, magari come "badante": una commedia malinconica sui disagi e i disastri della vecchiaia, sulla paura e l’attrazione della tecnologia, che può far ricordare un altro robot, il simpatico ed efficientissimo maggiordomo Max del film Eva presentato dal Circolo lo scorso novembre.
Il 30° Torino Film Festival ha rappresentato per me una occasione rara, interessante, un’esperienza da ripetere. Come sarà la prossima edizione? Amelio lascia una solida e preziosa eredità al nuovo direttore, il regista Paolo Virzì, uno dei maggiori innovatori della commedia italiana contemporanea di ambientazione prevalentemente popolare, nominato - in forma scortese nei confronti di Amelio lasciato all’oscuro delle manovre di sostituzione - dall’Assemblea dei Soci Fondatori del Museo Nazionale del Cinema dopo il gran rifiuto di Tornatore. Virzì può contare su collaboratori di grande professionalità, ma soprattutto operare nell’atmosfera di una città amica ed intellettualmente libera. Non resta che fargli i migliori auguri.