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67. Mostra del Cinema di Venezia: Il grande buco

  • Data di pubblicazione 02 novembre 2010
  • Autore Roberto Bechis
  • Categoria Archivio Storico - Attualità

Ormai è diventato il vero simbolo delle ultime edizioni della Mostra del Cinema di Venezia e, probabilmente, lo sarà ancora per anni: ovviamente mi riferisco al cratere che è stato scavato di fronte all’ingresso dell’ex Casinò del Lido ed ex vero centro pulsante dell’importante manifestazione veneziana.

Per quanti anni ci sarà ancora è arduo dirlo, perché, come spesso capita ultimamente in Italia, i responsabili delle nostre opere pubbliche da un lato garantiscono il termine lavori in tempi rapidissimi e dall’altra tagliano i fondi necessari per il completamento delle opere stesse.

Così è anche per il nuovo Palazzo del Cinema, che dovrà ospitare quella che dovrebbe essere la rinata Mostra Internazionale, punta di diamante della cultura cinematografica italiana.

Affermazione impegnativa e sicuramente difficile da confermare per un evento che si ritrova al centro degli interessi dei nostri governanti solo al momento di farsi un po’ di pubblicità. In tutto questo c’è da sottolineare il grande impegno e i risultati più che dignitosi, considerate le difficoltà, del Direttore Müller, che quest’anno ha avuto, tra l’altro, il merito di proporre come Presidente della Giuria il mitico Quentin Tarantino.

Oltre a ciò, Müller ha ulteriormente migliorato l’organizzazione e ha fatto meglio che poteva per gestire i servizi di chi, per lavoro o per passione (o per entrambi), ha deciso ancora quest’anno di partecipare alla Mostra del Cinema.

Il cantiere aperto chiaramente è diventato simbolo di una precarietà che già si avvisava l’anno scorso: la manifestazione di Roma si è rivelata una concorrenza non pericolosa, salvo per la minor presenza di pubblico giovanile, perché più orientata al puro spettacolo, ma ormai è sempre più evidente che i Festival di riferimento per il mercato e la promozione dei film a livello europeo sono Cannes e Berlino. Per cui alla manifestazione del Lido, stretta tra il poco commerciale e il poco kermesse, non spetterebbe altro che una coraggiosa scelta di programmazione culturale e di innovazione, oltre che alla ovvia e necessaria promozione della produzione italiana.

Con queste premesse, il Direttore Müller sembra la persona adatta per gestire il cambiamento, ma la trasformazione sarà molto dura senza, come fino ad ora, il lucido appoggio di chi decide gli investimenti pubblici.

 In questo e nel prossimo numero di “Filmese” altri inviati del Circolo del Cinema a Venezia (rigorosamente volontari e autosufficienti) firmano articoli sulle principali sezioni del Festival con la consueta passione e serietà di analisi. Pertanto voglio qui solo citare il sostanziale ulteriore fallimento dei ripetuti tentativi di portare sullo schermo romanzi di successo (La solitudine dei numeri primi e La versione di Barney) e la grande attenzione sulla crescente rassegna di cinema 3D, al quale è dedicato il “Premio Persol 3-D”, istituito nel 2009 dalla Mostra veneziana per il più creativo film a tre dimensioni distribuito in Italia nei dodici mesi precedenti l’inizio del festival. A proposito del 3D: sono ancora molto ampi e indefiniti gli spazi di utilizzo e creatività su questa nuova tecnologia, tanto che alcuni paragonano questa innovazione all’avvento del sonoro o del colore, ma è ancora troppo presto per affermazioni definitive, siamo solo agli inizi.

Concludo con un breve commento sul film di chiusura della 67. Mostra (fuori Concorso), The Tempest con la regia di Julie Taymor (regista anche di Frida nel 2002) e con una splendida recitazione di Helen Mirren (The Queen). Sicuramente chi ama Shakespeare nelle sue rappresentazioni classiche potrà storcere il naso per una versione cinematografica dell’opera del Pardo con profusione di effetti speciali e con il mago Prospero trasformato in versione femminile, ma dopo che al minifestival estivo del Teatro Romano è stata presentata una versione del Mercante di Venezia in dialetto veneto, penso che non ci si possa più stupire di nulla e anzi, godersi tranquillamente un film onirico e, ripeto, molto ben recitato.