Meno picchi e pochi pacchiRoberto Bechis
Chi ebbe l’occasione di partecipare l’anno scorso come spettatore alla Mostra del Cinema colse sicuramente una forte sensazione di precarietà e timore nei confronti del potenziale e crescente concorrente Festival di Roma. E, probabilmente, nel corso degli ultimi dodici mesi si è più volte domandato come sarebbe stata la 66a edizione: una rivalsa o una definitiva resa. In questo caldo settembre i dubbi non sono stati dipanati, anzi: semmai ora ci si potrà chiedere se la manifestazione di Roma, o Venezia in alternativa, saranno all’altezza di difendere l’esistenza di una forte e rappresentativa Rassegna Italiana o se, invece, l’attuale declino del nostro paese si manifesterà anche con la scomparsa dell’Italia dalle kermesse cinematografiche di rilievo mondiale. Sicuramente l’edizione di quest’anno è stata una delle più particolari in assoluto dal punto di vista logistico: lavori in corso per il nuovo Palazzo del Cinema ostentati anche in modo eccessivo, ripetute interruzioni tecniche a numerose proiezioni, ulteriore diminuzione del numero delle proiezioni, crescita del numero dei tanto richiesti punti di ristoro, ma con prezzi talmente alti (frutto di un probabile accordo con gli esosi commercianti locali) che non hanno cambiato la situazione. È apparso evidente il calo di appassionati, specialmente giovani: ma i superstiti hanno comunque dovuto combattere duramente per riuscire a ricavarsi uno spazio di visione, a causa del minore numero di proiezioni e degli orari spesso accavallati in modo incomprensibile. Anche quest’anno sono risultati assenti in numero considerevole i giovani studenti delle Scuole Cinematografiche Nazionali, probabilmente più attratti dai minori costi e dalla semplicità di utilizzo della Mostra romana. Altrettanto evidente appare la scelta veneziana di puntare sempre di più sulle proiezioni a pagamento per attirare un pubblico di élite e occasionale, piuttosto che cercare di accontentare i poveri appassionati titolari di accrediti culturali. Frutto dei tempi attuali è la crescente spinta verso il divismo e le celebrità, quasi fossero le uniche armi per poter attirare pubblico, ma queste sono scelte che possono portare solo al declino di quella che, ricordiamoci, è nata e cresciuta come forma d’arte e di comunicazione, non solo di emozioni. In tutta questa precarietà, il Direttore Müller continua a muoversi con teutonica freddezza e operosità. Sicuramente non eccellendo in organizzazione e logica dei servizi, ma lavorando alacremente per offrire (riuscendoci) un livello più che accettabile di qualità dei film in Concorso nelle varie sezioni. Anche se la sensazione che se ne ricava è che la cinematografia mondiale si stringa tra le ricche, superficiali e sensazionali produzioni Usa e le movimentate, varie e talvolta profonde produzioni orientali. Il cinema europeo risulta spesso comprimario, quasi emarginato. È sicuramente necessario un rilancio delle produzioni europee, soprattutto dal punto di vista della distribuzione. In particolare, il Concorso principale ha presentato un numero notevole di film interessanti e validi, con poche pellicole che invitassero alla fuga dalla sala. Ma sono mancate le due-tre pellicole che potessero realmente entusiasmare. Sembrano passati i tempi, speriamo solo momentaneamente, in cui fioccavano le polemiche su chi premiare tra diversi film ritenuti meritevoli. Che ciò sia dovuto alla scarsità delle produzioni o al calo del livello di interesse che sta riscuotendo la manifestazione veneta (e conseguenti minori pellicole qui presentate a vantaggio di Cannes e Berlino), è cosa difficile da capire per i contemporanei, vedremo il futuro cosa ci riserverà.
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