Anniversari: Mezzo secolo con La dolce vitaLorenzo Reggiani
Non è solo un film. Fosse solo un film sarebbe già dimenticato o archiviato come tanti. La dolce vita di Federico Fellini, a cinquant'anni dalla prima proiezione pubblica (3 febbraio 1960) e dopo il diluvio di celebrazioni, testimonianze, rivelazioni, gossip, si conferma per quello che è: un affresco dell'Italia. Quante volte è tornata questa parola riferita al capolavoro felliniano? Innumerevoli, a cominciare da quando era ancora in preparazione, come osserva Tullio Kezich, il grande critico scomparso l'anno scorso, nell'unico diario esistente della lavorazione del film, intitolato Noi che abbiamo fatto La Dolce Vita, pubblicato da Sellerio in una nuova edizione ampliata dall'autore. Dal libro, a leggerlo oggi, emerge anche qualcosa di più. Kezich riesce a volgere la cronaca in rappresentazione, gli aneddoti in allegoria e i personaggi in simbolo. Inquadrata nei suoi eventi temporali, nell'avventura quotidiana della sua origine, spicca vividamente della Dolce vita la portata storica che ebbe, di annuncio sintesi e profezia di un cambiamento d'epoca in cammino. Vale a dire: il suo valore di mito. «Il film ormai pronto - scrive - diventò una cosa di tutti. Deflagrò come una bomba nel febbraio '60 e il giorno dopo qualcuno si accorse che l'Italia non era più la stessa. Certo non l'aveva cambiata La dolce vita, ma ne era stato l'annuncio vistoso: il segnale di un decennio di mutazioni che si sarebbero succedute a rotta di collo». Il successo del film fu clamoroso. Con le sue tre ore di grande cinema rese famoso in tutto il mondo il cinema italiano e non c'è regista anche celebre, anche del paese più esotico, che non ricordi sempre, con brividi di incanto e riconoscenza, il posto che quel Fellini ha avuto nelle sue scelte professionali e nella sua arte. Nel linguaggio universale entrarono i termini italiani lanciati dal film, “dolce vita” e soprattutto “paparazzo”, dal nome del personaggio del fotoreporter interpretato da Walter Santesso, ma ispirato da un fotografo reale, Felice Quinto, morto recentemente a 80 anni, semidimenticato alla periferia di Washington, dove una decina d'anni fa era andato a vivere in pensione. Sono termini legati a un'epoca diventati eterni, anche se la dolce vita attuale non ha niente a che fare con quella di ieri e i paparazzi di oggi fanno un lavoro diverso da quello di ieri. «Il successo del film - annota Kezich nel suo diario - ha sorpreso Fellini, ma più l'ha sorpreso l'accanimento delle polemiche. Con lo sguardo fanciullesco dei momenti di confidenza mi dice: E chi prevedeva tutto questo? (...) Federico è preoccupato per il suo film, teme che molti possano travisarlo. (...) La dolce vita ha provocato una specie di terremoto intorno a Fellini. Si sono guastate vecchie amicizie come aveva previsto Romolo Valli. Se ne sono create di nuove. In giro c'è molta invidia. I cineasti, in generale, sono contrari al film». Nel merito del film in quanto tale entra un libro di Antonio Costa, Federico Fellini «La dolce vita» delle edizioni Lindau, che ne studia la struttura, si occupa della composizione delle sequenze, analizza i personaggi, discute le tematiche e definisce la mappa delle straordinarie invenzioni di Fellini. In chiusura, una nutrita antologia di commenti, scelti per lo più tra quelli di famosi scrittori quali Pasolini, Fortini, Arbasino, Vittorini e Le Clézio. Non c'è titolo di film italiano famoso quanto La dolce vita. Lo si è usato e si continua ad usare per evocare di tutto: l'Italia del boom, il mito di Roma tra nobiltà nera e Hollywood sul Tevere, stili di vita, capi di abbigliamento, (cattive) abitudini italiche e peccati, soprattutto peccati, di tutti i tipi. La dolce vita ha 50 anni e la storia pare invece scritta oggi. |
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