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A Torino 2010 un Festival vitale in costante crescita

  • Data di pubblicazione 27 gennaio 2011
  • Autore Magè Avanzini
  • Categoria Attualità

HEREAFTER. Here: qui, a Torino; After: dopo, alla fine del Festival. Appunto, dopo il film di chiusura Hereafter di Clint Eastwood, regista che ha imparato il mestiere da Sergio Leone e via via ha realizzato opere tali che fanno di lui il più grande cineasta vivente, è un po’ difficile parlare della rassegna cinematografica di Torino, che notoriamente è nata come trampolino di lancio di giovani registi alle prime prove. Ma ne vale la pena perché, giunto alla sua 28a edizione, il Torino Film Festival si è confermato un festival riuscito e vitale per la selezione dei film, tutti di buon livello, per le pubblicazioni curate, per le attività collaterali, per lo spirito amichevole degli incontri con gli autori, per il numeroso pubblico di ragazzi, per la scelta vincente delle retrospettive: quella sul regista russo Vitalij Kanevskij la cui semplicità, talvolta disarmante, avvalora l’ipotesi di un cinema come strumento, tanto più efficace quanto più si avvicina allo sguardo ingenuo e diretto dei bambini e dei ragazzi, utile a vedere per la prima volta in modo diverso; quella corposa ed esaustiva sul regista, sceneggiatore e attore John Huston, presente in spirito con i due figli Allegra e Tony, entusiasti della città di Torino, oltre che della rassegna dedicata al padre.

Vincitore del concorso è stato Winter’s Bone, il bel film della regista statunitense Debra Granik alla sua seconda prova. Narra la vicenda di una ragazzina di 17 anni sulle tracce del padre delinquente, in fuga dopo aver impegnato la casa della famiglia. Tratta dal romanzo Un gelido inverno di Daniel Woodrell, ambientata sui monti del Missouri, è una storia di violenza, omertà, minacce, ma anche di solidarietà in quella parte dell’America dura e solitaria. Una vera rivelazione è la giovane attrice Jennifer Lawrence, già apparsa in The Burning Plain di Arriaga: di lei si parla per l’Oscar.

Il premio speciale della Giuria è andato - a pari merito con Las Marimbas del Infierno di Julio Hernández Cordón - al coraggioso film Les Signes Vitaux della giovane regista canadese Sophie Deraspe. È una storia sull’assistenza ai malati terminali, esperienza cui si affaccia, dopo la morte della nonna, una ragazza con gravi problemi agli arti inferiori. Il film racconta la vecchiaia, il dolore, la morte; è un film duro, ma intenso ed emozionante: la menomazione dell’interprete - una straordinaria Marie-Hélène Bellavance, amputata alle due gambe, - diventa il perno narrativo che unisce alla tormentata ricerca di dare un senso alla vita, il dramma della malattia terminale e lo spinoso tema dell’eutanasia.

Di tutt’altro genere, ma molto gradito, specie ai giovani, tra i sedici film in concorso, è Small Town Murder Songs del giovane regista canadese Ed Gass-Donnelly. Ambientato in Ontario, sulle sponde di un lago vicino a un villaggio mennonita, è un “noir” esistenziale che narra di un uomo dal passato violento e travagliato, capo della polizia locale, in cerca di riscatto davanti agli occhi della comunità religiosa del villaggio. Costruito sulle ripercussioni provocate da un omicidio in una piccola comunità, il film è imperniato attorno alla sorprendente e piacevole colonna musicale  gospel-rock dei canadesi Bruce Peninsula e ricorda le atmosfere ambigue e sottilmente fallimentari dei fratelli Coen.

Sempre nella rassegna in concorso è stato presentato Vampires di Vincent Lannoo, un giovane regista belga al suo secondo falso documentario, su una famiglia di vampiri che vive in Belgio, perfettamente integrata nella società, anzi protetta (lo stato provvede a sfamarli portando a domicilio immigrati inconsapevoli che credono di venire adottati!!!). Dopo un paio di fallimenti che sono costati la vita ai giornalisti, una troupe riesce finalmente ad entrare nella comunità dei succhiasangue belgi, una delle più antiche. Anche noi entriamo nelle loro case, impariamo come si morde una carotide, scopriamo che vivono il sesso liberamente, ma sono annoiati dalla loro immortalità e vivono anche loro le crisi esistenziali e le trasgressioni dei figli adolescenti. Evidentemente si tratta di un film grottesco, “politicamente scorretto”, ma si ride, anche se di riso amaro perché i vampiri sono la metafora per criticare la società.

Oltre ai 16 film in concorso, il festival si è articolato in varie sezioni (tra i titoli del Torino Film Lab bene figurava anche il sorprendente Le quattro volte di Michelangelo Frammartino, visto a novembre al Circolo del Cinema), nelle quali è stato proposto il meglio del cinema indipendente internazionale. Sono state presentate ben 230 opere, proiettate in 11 sale cinematografiche, per cui è risultato agevole assistere a molte proiezioni. Il successo del TFF è dovuto a molti fattori, non ultimo la città stessa accogliente come una vecchia e aristocratica nonna, ma imprescindibili sono la passione e la bravura di Gianni Amelio e di Emanuela Martini, direttore e vicedirettore, sempre presenti e disponibili.