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Alla Berlinale 2010 sessant’anni di Grande Cinema e di pubblico appassionato

  • Data di pubblicazione 26 marzo 2010
  • Autore Lorenzo Reggiani
  • Categoria Archivio Storico - Attualità

Il Festival di Berlino ha festeggiato i suoi 60 anni, portati a testa alta, con la proiezione su maxischermo davanti alla Porta di Brandeburgo della versione restaurata di Metropolis di Fritz Lang e con il suo stile coraggioso, che ne fa una rassegna unica, volta ad incoraggiare il cinema europeo e a far conoscere le opere più nascoste di tutto il mondo. Bando al glamour, avanti con le cinematografie indipendenti e i registi più giovani, senza dimenticare lo sguardo autoriale dei maestri: questa da sempre la linea guida della Berlinale, su cui quest'anno ha vigilato l'occhio attento di Werner Herzog, presidente di giuria.

Una giuria che, come ha rilevato l'unica italiana che ne faceva parte, Francesca Comencini, commentando l'esclusione del nostro paese dal concorso, ha premiato film che hanno tutti una caratteristica: sono lavori molto forti e con argomenti poco accattivanti, che in Italia probabilmente avrebbero avuto difficoltà a trovare anche solo un produttore.

Se si guarda solo ai primi tre film del Palmarès, troviamo comunque tre modi diversi di raccontare.

Nel turco Bal (Miele), che ha vinto l'Orso d'oro tra la sorpresa dello stesso regista Semih Kaplanoglu, c'è molta poesia; in quello romeno, If I Want to Whistle I Whistle, premio per l'innovazione e soprattutto Orso d'argento, c'è la realtà dura; in quello di Polanski, The Ghost Writer, Orso d'argento per la migliore regia, c'è il segno del grande cinema-cinema.

Roman Polanski, il nome di maggior richiamo della 60. Berlinale, ha rubato la scena pur essendo il grande assente, costretto agli arresti domiciliari in Svizzera. L'altro big di richiamo era Martin Scorsese che ha presentato con Leo DiCaprio il suo Shutter Island.

L'apertura è stata affidata a Tuan Yuan del cinese Wang Quan'an, che aveva vinto l'Orso d'oro nel 2007 con Il matrimonio di Tuya.

Nel programma c'erano anche Zhang Yimou con A Woman, A Gun and A Noodle Shop e Thomas Vinterberg con Submarino. Tra i titoli in arrivo dal Sundance Festival, abbiamo visto Howl di Rob Epstein e Jeffrey Friedman con James Franco, e The Killer Inside Me di Michael Winterbottom, che ha provocato abbandoni di sala da parte del pubblico (soprattutto femminile) per le scene di violenza.

Ampia la pattuglia italiana, anche se fuori dal concorso. Ferzan Ozpetek ha portato Mine vaganti, Silvio Soldini Cosa voglio di più, Pietro Marcello La bocca del lupo e Luca Guadagnino Io sono l'amore.

Il Festival di Berlino si è soffermato sul caso di Jud Süss, il film sull'antisemitismo di Oskar Roehler, accolto da fischi e uscito a mani vuote, che tocca l'irrisolto nervo scoperto tedesco, le manipolazioni naziste del ministro della Propaganda Goebbels, interpretato da Moritz Bleibtreu, che ad un giornalista italiano ha confidato: «Evidentemente il nostro passato è ancora più importante di quello che è stato, non riusciamo a mettere una distanza, una prospettiva storica come avete fatto voi in Italia».

Ma al di là dei casi, delle polemiche, dei premi stessi (tra cui uno nuovo: quello della Critica Indipendente dedicato al compositore vicentino Giuseppe Becce, inventore della musica da film), il protagonista del Festival di Berlino è il pubblico, un pubblico attento, partecipe, curioso, mai stanco (malgrado neve e temperature proibitive), che continua a crescere, affollando tutte le sezioni e non solo il concorso: quest'anno sono stati superati i 300 mila biglietti venduti.

 

Viene il dubbio, sollevato da Paolo Mereghetti del Corriere della Sera, che in fondo il concorso sia la cosa meno interessante della Berlinale, che può contare su un vero mercato internazionale e su una presenza di pubblico ragguardevole, che nessun altro festival può vantare.