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Alla Berlinale n° 62 il trionfo di Paolo e Vittorio Taviani

  • Data di pubblicazione 02 aprile 2012
  • Autore Roberto Pecci
  • Categoria Attualità

Cesare deve morire è stato presentato già nei primi giorni del Concorso ed i due entusiasti e coinvolgenti fratelli registi sono stati fin dall’inizio accolti con grande calore dal pubblico. Nel film si sono dedicati con grande rigore formale alla ricostruzione di come un gruppo di detenuti del carcere di Rebibbia sia arrivato alla rappresentazione teatrale del “Giulio Cesare” di Shakespeare.
L’esperienza nasce dall’attività di Franco Cavalli, che si dedica da anni a queste iniziative. Naturalmente i Taviani non rinunciano alle loro pulsioni melodrammatiche e sanno trasformare le pareti del carcere in quinte teatrali, giocando anche sui contrasti di luce ed ombra del bianco e nero in cui è girata la parte del film ambientata nelle celle e nei corridoi di Rebibbia, mentre la parte iniziale e la parte finale con la rappresentazione teatrale vera e propria sono rese con un vivido colore.
È una riflessione sui meccanismi del potere e di chi gli si oppone, che ci riporta ai Taviani degli inizi (Un uomo da bruciare, San Michele aveva un gallo). La partecipazione al progetto e la recitazione degli attori-detenuti, che interpretano le loro parti mantenendo il dialetto che normalmente usano, risultano molto intense, anche per le evidenti relazioni con le esperienze da loro stessi realmente vissute. Indimenticabili le riprese dei provini per la scelta di chi avrebbe partecipato a questa rappresentazione con i detenuti che, invitati a declinare le proprie generalità davanti alla macchina da presa, lo fanno con energica partecipazione, quasi a riaffermare la loro identità nella spersonalizzante realtà carceraria. In conferenza Paolo e Vittorio hanno confessato il loro amore, che li accompagna fin dagli inizi, per il teatro del bardo inglese e solo la loro età, ormai avanzata, potrà dare giustificazione alle modificazioni da loro apportate al “sacro” testo originale.
Per quanto riguarda gli altri italiani presenti al festival, Diaz don’t clean up di Daniele Vicari (già presente al Circolo del Cinema con L’orizzonte degli eventi, ma anche da ricordare per Velocità massima e per Il passato è una terra straniera) vuole fare riflettere sui fatti del G8 a Genova nel 2001. Fortissimamente voluto dal regista e dal produttore Procacci, costato tre anni di lavoro anche per le contrastate vicende produttive, è basato su documenti e materiale di repertorio ricostruiti nella finzione, valendosi di un affidabile cast con Claudio Santamaria, Elio Germano, Renato Scarpa. È stato molto apprezzato dal pubblico che gli ha assegnato uno dei tre premi previsti nella sezione “Panorama”.

Seguono altri articoli sul Festival di Berlino 2012.