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Anniversari

  • Data di pubblicazione 02 aprile 2013
  • Autore Lorenzo Reggiani
  • Categoria Attualità

 

 Sono passati cinquant’anni dall’uscita nelle sale di 8 ½, il film più sofferto e complesso di Federico Fellini, un capolavoro, uno dei dieci film più belli della storia del cinema. Eppure l’anniversario è passato sotto silenzio, o quasi, a differenza di quello de La dolce vita, celebrato in grande. Eppure il film, con cui il regista riminese si denudò definitivamente raccontando la crisi dell’artista e vivendola in prima persona assieme ai suoi attori, conquistò il mondo intero, vinse due Oscar (costumi e miglior film straniero) e sette Nastri d’argento.
È ancora oggi l’opera che più ha ispirato i grandi del cinema e la tentazione di farsi il proprio 8 ½ è venuta prima o poi a quasi tutti i registi, ma raramente dà buoni frutti. Ci hanno provato Paul Mazursky con Il mondo di Alex (1970), Bob Fosse con All That Jazz (1979), Woody Allen con Stardust Memories (1980), Nanni Moretti con Sogni d’oro (1981), Rob Marshall con Nine (2009).
Su 8 ½ scrissero tutti: cronisti, critici cinematografici, scrittori, psicanalisti, filosofi. Molti - noi compresi - lo considerano il film migliore di Fellini, imitatissimo, tanto da diventare un genere. Come c’è il western, il poliziesco, il film storico, il fantascientifico, il film di guerra, così c’è il film “tipo Otto e mezzo”. In quasi tutti i paesi del mondo c’è stato, c’è e probabilmente ci sarà ancora per tanto tempo un regista che ha rifatto, vuol rifare o rifarà questo film.
E pensare che lui, Fellini, invece non voleva farlo più. Dichiarava nell’83 al critico Giovanni Grazzini per “Intervista sul cinema” edita da Laterza: «Alla vigilia delle riprese confuso, disperato, scrivevo al vecchio Rizzoli una lettera che cominciava così: Caro Angelino, mi rendo conto che quanto sto per dirti chiuderà in modo irreparabile i nostri rapporti di lavoro. Anche l’amicizia ne sarà compromessa. Avrei dovuto scriverti questa lettera tre mesi fa, ma fino a ieri sera ho sperato che…»

«La troupe e molti attori erano stati già impegnati - continuava a confessare al giornalista - le costruzioni in via di allestimento. Perché dunque volevo ritirarmi, mandar tutto all’aria, scappar via? Cosa era successo? Soltanto questo: non mi ricordavo più che cos’era il film che volevo fare. Il sentimento, l’essenza, il profumo, quell’ombra, quel guizzo di luce che mi avevano sedotto e affascinato erano scomparsi, dissolti, non li ritrovavo più».
«Nelle ultime settimane, con ansia crescente, avevo tentato di ripercorrere l’itinerario della gestazione di quel film al quale non avevo saputo dare neanche un titolo, sulla cartella dove raccoglievo gli appunti avevo scritto provvisoriamente 8 ½, riferendomi al numero dei film che avevo girato fino a quel momento. Dunque: come era nata l’idea? Cos’era stato il primo contatto, presentimento del film? Il vago e confuso desiderio di fare il ritratto di un uomo, in un giorno qualunque della sua vita. Il ritratto di un uomo mi dicevo, nella sua contraddittoria, sfumata, inafferrabile somma di diverse realtà; e in cui traspaiono tutte le possibilità del suo essere, i livelli, i piani sovrapposti, come un palazzo al quale è crollata la facciata, e che rivela il suo interno, tutto insieme, scale, corridoi, stanze, solai, cantine, e i mobili di ogni stanza, le porte, i soffitti, e le condutture, gli angoli più intimi, più segreti».
Proseguiva Fellini, raccontando a Grazzini come meglio non si poteva il film: «Il tortuoso, cangiante, fluido labirinto dei ricordi, dei sogni, delle sensazioni, un groviglio inestricabile di quotidianità, di memoria, di immaginazione, di sentimenti, di fatti che sono accaduti tanto tempo prima, e convivono con quelli che stanno accadendo, si confondono tra nostalgia e presentimento, in un tempo fermo e magmatico, e non sai più chi sei, o chi eri, e dove va la tua vita, che appare soltanto un lungo dormiveglia senza senso».
La lunga intervista chiarisce poi il seguito della storia. Dell’idea Fellini parlò a Ennio Flaiano, Tullio Pinelli e Brunello Rondi, che scrissero la sceneggiatura; lui scelse gli attori principali, Marcello Mastroianni, Sandra Milo, Anouk Aimée; non finì e non spedì a Rizzoli la sua “lettera di fuga”. Entrò di colpo nel cuore del film: «Avrei raccontato tutto quello che mi stava accadendo, avrei fatto il film sulla storia di un regista che non sapeva più qual era il film che voleva fare». E il cinema ebbe 8 ½.