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Cannes 2011: Una grande annata

  • Data di pubblicazione 15 settembre 2011
  • Autore Lorenzo Reggiani
  • Categoria Attualità

È stata una grande edizione, la 64° del Festival di Cannes, a prescindere. Dai premi, dai vincitori e dai vinti, dalle polemiche per von Trier, dall’Italia a mani vuote. Una rassegna ricca, intensa, piena di grandi maestri, che come tali, anche se inciampano, hanno sempre qualcosa da insegnare. Una selezione di una qualità rara, uno sguardo finalmente ottimista sul cinema del futuro. Dopo tanti anni di film brutti, sporchi e cattivi, spesso festeggiati dai maggiori premi e dalle lodi dei critici proprio per la loro cruda visione del mondo senza sconti per la cattiveria umana, il Festival 2011 sarà ricordato perché segna una svolta in favore dei buoni. È come se volessero darci una lezione di accettazione i film presentati quest’anno. È come se i registi volessero dare una frustata al nostro sbracciarsi di bambini viziati, abituati al benessere che scappa sotto ai piedi e indurci a ritornare alle certezze primigenie. Alla religione, alla fiducia tenace, alla solidarietà comunitaria.
A guidare questa tendenza, tanto inattesa quanto rivoluzionaria in un mondo che conosce ancora i morsi della crisi economica, delle migrazioni disperate, della guerra e della violenza, è certamente Aki Kaurismäki il cui Le Havre è un inno alla dolcezza, tanto più credibile in quanto non ignora la durezza del vivere ma offre a ogni personaggio il diritto alla dignità e al riscatto nel nome della generosità. E per questo la sua fiaba, che racconta la storia di un onorato lustrascarpe, diviso tra la moglie malata in ospedale e la missione salvifica di un piccolo clandestino africano, viene ricordata, ben oltre il palmarès che l’ha invece ignorata, mentre secondo me avrebbe pienamente meritato la Palma d’oro. Si dice senza speranze per il futuro Kaurismäki, ma poi la sua è una boccata di ossigeno, in cui mescola interni anni ’70 con automobili anni ’60, cappelli, impermeabili, pose che rimandano al cinema francese degli anni Quaranta, in un quartiere poverissimo e unito. Con un racconto di solidarietà stile “Fronte popolare” francese (la protagonista si chiama Arletty), immerso in un rarefatto clima dickensiano. Era insomma il film più perfetto, poetico, “concreto” del festival.
Ma a ben guardare anche il severo Terrence Malick, vincitore “annunciato” della Palma con The Tree of Life, si offre alla speranza, con una dichiarata scelta di trascendente nel momento in cui, al termine del film, permette alla Grazia di prevalere sulla Natura, alla gentilezza di avere la meglio sulla brutalità. Sicuramente il film più ambizioso in concorso anche se non certo il più controllato e compatto. Dopo essersi fatti affascinare da immagini straordinarie, dopo aver seguito la scoperta delle durezze della vita attraverso gli occhi di un adolescente e aver capito che il sogno americano (inculcato dal padre Brad Pitt e messo in opera dal figlio Sean Penn) rischia di farci perdere il senso profondo della realtà, restiamo comunque con qualche dubbio, come di fronte a un’opera di cui si ammira l’ambizione ma che finisce anche per esserne un po’ soffocata.
È aperto alla speranza, pur nella scelta rigorosa e poco compiacente che li caratterizza, anche lo sguardo dei fratelli Dardenne che ne Il ragazzo con la bicicletta, gran premio ex-aequo, scommettono su una vita diversa per il loro rabbioso e sofferto piccolo protagonista. Niente da dire sul riconoscimento, condiviso con C’era una volta in Anatolia del turco Nuri Bilge Ceylan, il film più lungo in gara, due ore e mezza abbondanti, con attori sconosciuti; sia questa pellicola che l’altra sono opere egregie, coerenti con la carriera dei loro registi ma forse meno innovative rispetto alle loro opere passate. Ceylan, classe 1959, si conferma al sesto film uno dei rari grandi poeti del cinema mondiale. E questo, che forse si può definire un thriller poetico, è un film da festival. (...)

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