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Cannes stimolante con film di qualità

  • Data di pubblicazione 28 settembre 2013
  • Autore Lorenzo Reggiani
  • Categoria Attualità

È stata archiviata come una delle edizioni migliori la 66a del Festival di Cannes: quest’anno infatti la selezione era eccezionalmente buona. A detta della critica e della giuria, ricca di talenti e personalità, presieduta da Steven Spielberg, che ha dichiarato senza incertezze: «Era una forte e quanto mai stimolante selezione di film». La controprova sta nel palmarès, anche se, proprio per l’elevata qualità delle opere in concorso, è stato inevitabile che qualche bel film se ne sia andato a mani vuote. A cominciare da La grande bellezza di Paolo Sorrentino, unico italiano in gara. Un film magmatico e sfuggente, come lo ha definito il regista stesso, aggiungendo «imperfetto perché lo è il presente che riflette», un affresco barocco che suscita un piacevole stordimento, magari troppo felliniano, ma che resterà appunto come La dolce vita degli anni Duemila. Sorrentino non ha mostrato delusione per la mancanza di premi: «Essere selezionati tra migliaia di film è già un grande riconoscimento. Andare a Cannes per la quinta volta di seguito una responsabilità e un onore». Chi invece il premio se l’è preso, e il massimo, la Palma d’oro, è stato il franco-tunisino Abdellatif Kechiche con La vie d’Adèle - Chapitre 1 & 2, e secondo me non se l’aspettava, anche se Cannes non è bacchettone, si sa. La passione lesbica di una diciannovenne che va alla scoperta della sessualità, dell’amore, del dolore, degli scherzi e delle benedizioni del caso, non è “facile” da premiare. È un pugno nello stomaco per lo spettatore ignaro dello stile di Kechiche (quello di Cous cous) e probabilmente lo è stato per molti giurati. Prevedibile invece che i fratelli Coen non restassero a bocca asciutta: si sono aggiudicati il Gran Premio speciale (una Palma d’argento, nei fatti) con Inside Llewyn Davis, storia di un cantante folk newyorkese la cui vita scorre e lo riporta sempre al punto di partenza. Per la regia s’è visto premiato Amat Escalante, 34 anni, il più giovane dei registi in gara, col suo Heli, un film duro, forse troppo. Per la sceneggiatura il cinese Jia Zhang-ke, autore di A Touch of Sin, storie di violenza, vendetta e redenzione di quattro personaggi di quattro diverse province della Cina. Tra i premi più attesi, soprattutto dal pubblico che poi va in sala a vedersi i film del Festival decretandone o meno il successo, ci sono quelli per la miglior attrice e il miglior attore. L’uno è andato a Bérénice Bejo per Le Passé dell’iraniano Asghar Farhadi, meno teso di Una separazione ma doloroso e convincente; l’altro a Bruce Dern per Nebraska di Alexander Payne, malinconico road movie sulla vecchiaia e la famiglia. Tale padre, tale figlio (come sarà probabilmente titolato in italiano) di Kore-Eda Hirokazu s’è preso il premio della giuria: è un limpido, commovente ritratto di due famiglie spezzate da una sconvolgente scoperta. Thriller, erotismo, musica, road movie, biopic e un pizzico di cinema da camera: quest’anno i venti film in concorso non sembravano avere un vero e proprio fil rouge, tranne quello del prevalere, tra i protagonisti, della coppia in tutte le sue declinazioni. Il Festival naturalmente non è solo il concorso, ma anche la sezione parallela Un Certain Regard, in cui ha ben figurato Valeria Golino col suo Miele, anche la Semaine de la Critique, in cui ha trionfato l’italiano Salvo. Anche tutto il resto che fa di Cannes il Festival più importante del mondo.