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Cinema indipendente fra i premi della 63a Berlinale

  • Data di pubblicazione 02 marzo 2013
  • Autore di Gigliola Bellinato e Roberto Pecci
  • Categoria Attualità

Dopo il trionfo dei fratelli Taviani nel 2012 con Cesare deve morire, quest’anno il 63° Festival di Berlino ha visto la partecipazione di pochissimo cinema italiano.
La Giuria presieduta da Wong Kar-way e formata da altri nomi di spicco del cinema (Susanne Bier, Athina Rachel Tsangari, Shirin Neshat, Tim Robbins tra gli altri) ha assegnato l’Orso d’oro al film rumeno Pozitia copilului (Child’s pose) di Calin Peter Netzer, con l’intensa interpretazione di Luminita Gheorghiu nei panni di Cornelia, un’arredatrice ricca e cinica, che vede le proprie certezze crollare dopo che suo figlio investe ed uccide un ragazzino. Mentre cerca con ogni mezzo di evitare la condanna al figlio, la dura realtà la porterà a fare i conti con la propria vita. Anche la Critica ha apprezzato questo film, che conferma la vitalità del cinema rumeno in questi ultimi anni.
Il premio per la migliore regia è stato conferito a Prince Avalanche di David Gordon Green che torna con questa opera agli stilemi del film indipendente - l’interessante esordio George Washington è disponibile su Youtube - dopo le non esaltanti prove hollywoodiane. La beckettiana relazione tra due addetti alla segnaletica stradale sullo sfondo di una foresta texana investita da disastrosi incendi, è il rifacimento del film islandese Either Way di H.G. Sigurdsson, miglior film al Torino Film Festival nel 2011.
Il premio alla migliore sceneggiatura a Pardé (Closed Curtain) dell'iraniano Jafar Panahi è un giusto riconoscimento al regista che, condannato per la sua opera a non potere uscire dai confini dell'Iran, non ha potuto essere presente al Festival nonostante i tentativi effettuati dalla stessa diplomazia tedesca. Con l'aiuto del regista ed amico Kambuzia Partovi, che firma ufficialmente il film, l'opera riesce a ricreare il senso di smarrita solitudine, se non di vera disperazione, a cui lo costringe la condanna, ma la forza e la voglia della rappresentazione sembrano avere la meglio su tutto.
Tra i  premiati anche An Episode in the Life of an Iron Picker del bosniaco Danis Tanovic (No Man’s Land, Cirkus Columbia, noti ai Soci del Circolo del Cinema): Nazif, rom, vive recuperando il metallo da vecchie auto e quasi rimpiange il periodo della guerra, Senada la moglie si occupa dei figli. I problemi insorti con una terza gravidanza seguita dalla perdita del figlio e l’imprevista necessità di un intervento chirurgico non coperto da assicurazione sanitaria, fanno toccare con mano il loro stato di indigenza. Il cast non professionista ha riportato sullo schermo un episodio di vita vissuto, ma la Critica si è divisa su questa operazione.
Quale migliore attrice è stata premiata Paulina García interprete di Gloria, film del cileno Sebastián Lelio, dove incarna una donna divorziata di 58 anni alla ricerca di un nuovo grande amore. Questo film è stato fino all’ultimo in lizza per il premio maggiore, a dimostrazione di come anche le produzioni cilene, di cui poco approda sui nostri schermi, siano molto apprezzate nei festival.
Grande prova interpretativa per Catherine Deneuve nel francese Elle s’en va di Emanuelle Bercot; quasi un road movie pedinando le tracce di una settantenne alla ricerca di quello che il tempo le ha sottratto.
Denis Côté, regista franco-canadese, ha presentato il molto apprezzato Vic+Flo ont vu un ours: storia d’amore tra due donne, già compagne di cella, ambientata in un paesino del Quebéc, opera di grande rigore formale, sulla linea dei precedenti Carcasse ed Elle veut le chaos.
Tra i film in lingua francese al Concorso vanno citati La religieuse, tratto da Diderot, di Guillaume Nicloux e Camille Claudel 1915 del radicale regista-filosofo belga Bruno Dumont, di cui la distribuzione italiana ha perso le tracce, nonostante i discussi ma fondamentali Flandres e Hors Satan. Nella sua ultima opera ripercorre (come già nel 1988 Bruno Nuytten con un’intensa Isabelle Adjani) il tragico destino della scultrice Camille Claudel, sorella del poeta Paul, amante di Auguste Rodin, rinchiusa per molti anni in manicomio, interpretata da Juliette Binoche attorniata da vere disabili psichiche.
Della pattuglia dei film americani in concorso vanno ricordati Promised Land, con Matt Damon protagonista e produttore, in un dramma di tono ambientalista e di presa di coscienza ecologica nella profonda provincia agricola degli Stati Uniti, in cui il regista Gus Van Sant, nonostante le buone intenzioni, non raggiunge i risultati delle sue opere più compiute. Divide nei giudizi anche l’ultima prova di Steven Soderbergh, Side Effects, un thriller sugli effetti allucinogeni di un farmaco. Poca fortuna critica per il debuttante Fredrik Bond con The Necessary Death of Charlie Countryman, nonostante l’interpretazione di Shia Laboeuf, attore a cui è predetto un grande futuro (è il giovane giornalista di La regola del silenzio di Robert Redford).
Migliori recensioni hanno raccolto gli indipendenti americani, spesso reduci dal Sundance, presenti nella Sezione Panorama, che alcuni ritengono più ricca di elementi stimolanti della sezione maggiore del Festival.
Chissà se potremo mai vedere i film di Gordon-Levitt, di Epstein, di Carter (che si avvale della collaborazione del poliedrico James Franco), di Baumbach, ma anche del brasiliano Barreto, del belga Felix Van Groeningen, dell’israeliano Yariv Horowitz, del turco Yücel?
Piace segnalare l’entusiasmo di un critico affidabile come Roberto Manassero che, nel suo blog Anarene, scrive diffusamente del piccolo film greco Echelot di Athanasios Karanikolas.
Pochi spunti dai film tedeschi di Thomas Arslan e Pia Marais, mentre invece ha colpito alla sua maniera il terzo episodio (dopo Cannes e Venezia 2012) dell’austriaco Ulrich Seidl: Paradies: Hoffnung, un’altra meditazione dai toni bernhardiani sulla civiltà austriaca.
Non distribuiti in Italia come meriterebbero (ma ci sono speranze per il recente Another Country) anche i film del cultore della Nouvelle Vague declinata alla coreana, il prolifico Hong Sang-soo, che a Berlino ha portato in concorso Nobody’s Daughter Haewon sulle giornate e gli incontri di una giovane sognatrice.
Molto elogiati anche il film Harmony Lessons del kazako Emir Baigaslin e l’opera del russo Boris Khlebnikov, a cui era stata pronosticata addirittura una possibile vittoria nel concorso con il suo A Long and Happy Life.
Da segnalare infine la presentazione fuori concorso di Dark Blood, ultimo film dell’attore River Phoenix, morto per overdose nel 1993 durante le riprese, ricostruito e portato a termine con il materiale girato da George Sluizer.
Ben altro rilievo ha avuto la visione, sempre fuori concorso, del nuovo film del Presidente della Giuria Wong Kar-wai, The Grandmaster che, in bilico tra il melò di Mood for Love ed il wuxia di Ashes of Time, racconta in un profluvio di colori, di ralenti e di salti temporali, la vita di Ip Man maestro di arti marziali, ma ancora più maestro di vita: grande successo di botteghino in Cina.