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CINEMA RUSSO DELLE ORIGINI (Prima parte)

  • Data di pubblicazione 01 marzo 2006
  • Autore Gian Maria Buffatti
  • Categoria Archivio Storico - Attualità

APPUNTI SUL  CINEMA  ZARISTA:   TESTIMONIANZE
 
Scorrendo la storia del cinema russo durante il regno dello Zar Nicola II, ci si imbatte in numerose testimonianze di personaggi come scrittori, giornalisti, poeti, operatori di cinema, affaristi, semplici cittadini.
Sono testimonianze di stupore, di accettazione, di entusiasmo del nuovo spettacolo ma anche di rifiuto, di critica e dileggio oppure di infatuazione specie nei primissimi anni, quando il cinematografo era un fenomeno da baraccone o serviva come “riempitivo” nei programmi di varietà, vaudeville, caffè concerto.
Così commenta il fenomeno il poeta V. Brjusov:
 
«Baracconi baracconi
sulla piazza della sera!
Risplendono le luci, rullano i tamburi,
la porta è aperta, prego entrate.
Panorami, grammofoni,
il nuovo Cinématographe!
Il dente di Budda, il merlo erudito (…)».
 
A cavallo del ’900, la Russia era letteralmente colonizzata dal cinema dell’Europa Occidentale. La Casa francese Pathé Frères aveva il monopolio della distribuzione, seguita a ruota dalla connazionale Gaumont. Ad una certa distanza seguivano la danese Nordish (specie per i film a sfondo erotico di Asta Nielsen), la tedesca Gloria, la torinese Ambrosio, la romana Cines e più tardi la Caesar (che aveva come diva Francesca Bertini), senza parlare della produzione Edison che con il suo Biograph faceva una spietata concorrenza al Cinématographe Lumière.  (1)
 
Il cinema di produzione nazionale russa comincia in ritardo rispetto il resto dell’Europa e cioè nel 1907 per merito del fotografo-giornalista Aleksandr Drankov, corrispondente del-l’“Illustrated London News”. Si rivelerà uno spregiudicato uomo d’affari non sempre affidabile, ma capace di non retrocedere di fronte a nessun mezzo per fare pubblicità alle sue speranzose “intenzioni” cinematografiche. Nonostante il fallimento del primo film prodotto (Boris Godunov) per inesperienza e contrasti col protagonista, ha la sfrontatezza di pubblicare questo pomposo annuncio:
 
PRIMO ATELIER CINEMATOGRAFICO DELLA RUSSIA
Sotto la direzione del celebre fotografo presso la Duma statale
A.O. DRANKOV
Produzione di pellicole per il cinematografo
Soggetti di attualità! Gli avvenimenti della Russia e dei paesi vicini
Vedute di città e villaggi
Ogni settimana nuovi soggetti
 
Tuttavia Drankov ha il pregio di aver girato, nell’autunno del 1908, L’ottantunesimo compleanno del Conte L. N. Tolstoj, prezioso documento storico.
 
Pathé e Gaumont, con una certa preoccupazione, si affrettano a realizzare film di cronaca nazionale. Gaumont acquista l’esclusiva per girare film con la famiglia reale e cerimonie religiose ortodosse; Pathé realizza I cosacchi del Don (1907) che lancia con la seguente pubblicità:
«Finora il pubblico russo, seduto in cinematografi russi, pagando con denaro russo, non ha mai visto soggetti tratti dalla vita russa» …

…non accorgendosi dell’involontaria ironia, forse offensiva o comunque non troppo rispettosa, che era sottesa a questo messaggio.

Il quotidiano Moskouskje Vedomosti (Notizie da Mosca) del 26 maggio 1896, annuncia che al teatro Ermitaz «(…) ogni giorno dopo lo spettacolo, sarà mostrata al pubblico l’ultima invenzione, la fotografia vivente, ossia il cinematografo Lumière».
Sullo stesso giornale, il 31 maggio, compare la prima recensione cinematografica da cui traspare tutto lo stupore, la meraviglia, l’entusiasmo del cronista affascinato dalla magia dell’immagine in movimento:
 
«E tale novità è talmente interessante (…) che merita di essere vista da tutti. Immaginatevi di sedere in prima fila, davanti a voi, sul sipario, viene proiettata una grande macchia bianca (…) quando improvvisamente dalla strada ferrata vi corre incontro un treno a tutta velocità. A voi viene spontaneo saltare di lato. Dal vagone scendono i passeggeri, mentre cominciano ad affaccendarsi le persone in attesa, i facchini, eccetera, eccetera. (…). Le scene sono veramente molte, e tutte così vive, così naturali, così interessanti, che non si ha voglia di andarsene».
 
È lo stesso stupore che colpì lo spettatore alcuni anni fa di fronte al cinemascope, al cinerama e che colpisce anche oggi per gli “effetti speciali” realizzati al computer.
 
Tra il 1903 e il 1904, oltre ai cinematografi ambulanti incominciarono ad apparire sale da proiezione stabili a Mosca, a S. Pietroburgo e nelle maggiori città del paese. Ecco cosa scrive nelle sue memorie, a proposito di queste imprese, uno dei creatori della cinematografia russa, l’ex ufficiale di cavalleria A. A. Chanzonkov:
 
«Qualunque baracca, rimessa, deposito, negozio, qualunque cosa avesse un tetto e potesse proteggere lo “spettabile pubblico” dalla pioggia andava bene per il Biografo. In queste “sale da spettacoli” si allestiva una cabina per l’apparecchio (di solito vicino all’ingresso o al di sopra di esso), sul muro opposto si attaccava lo schermo di tela; sotto lo schermo si installava il pianista, il mobilio consisteva di panche, di sedie disparate, ma sovente gli spettacoli avevano luogo anche senza sedili, il che aumentava notevolmente la capienza della sala, e di conseguenza il reddito dell’impresario».  (2)
 
    Non c’è da stupirsi se il regista V. Chajkovskij descrive uno di questi ambienti a Mosca:
 
«Nel settembre 1904 si aprì all’angolo della via Tverskaja col vicolo Gnezanikorskij un teatro appartenente a due sorelle, la signora Belìnskaja e Ghenzel. Il locale era piccolo, i posti a sedere erano soltanto ventiquattro, dietro stava in piedi una trentina di persone che masticavano diligentemente semi di girasole e ne sputavano le bucce sulle teste degli spettatori seduti. Nella stessa stanza la vecchia Belìnskaja vendeva i biglietti seduta a un tavolino, mentre la Ghenzel, che fungeva da maschera, teneva energicamente a freno i ragazzacci turbolenti che erano una vera calamità».  (3)
 
A Chajkovskij fa il verso A. A. Chanzonkov:
 
«Nell’estate 1905, un certo Jvanovic Alkske aprì in uno dei negozi vuoti del viale Strastny l’Elettrobiografo, in cui c’erano 50 posti; Karl Jvanovic fungeva contemporaneamente da cassiere, da buttafuori, da imbonitore e da bigliettaio. Usciva sulla porta d’ingresso e, gesticolando con un pacchetto di biglietti, gridava:
- Si comincia, affrettatevi.
- Adamka, è ora di cominciare!...»  (4)
 
Queste imprese richiedevano modesti investimenti di capitale e davano un buon reddito; divennero rapidamente un’attività commerciale ricercata dai piccoli imprenditori e i Cinématographes spuntavano come i funghi.  (5)
 
Maksim Gor’kij è uno dei primi spettatori a non lasciarsi incantare dall’immagine in movimento e fa una analisi psicologico-filosofica del fenomeno. Ne intuisce la forza dirompente sui costumi, l’influsso che avrà sul comportamento delle future generazioni e ne dà una descrizione che non esito a definire funerea:
 
«L’immaginazione vi trasporta in una nuova vita, innaturale e monotona, una vita senza colori e senza suoni, ma piena di movimento, una vita di fantasmi o di uomini colpiti dalla maledizione dell’eterno silenzio, di uomini privati di tutti i colori della vita, di tutti i suoni, insomma della sua parte migliore (…). È terribile vedere questo grigio movimento di ombre grigie, silenziose, mute. 
Che sia forse un’allusione alla vita del futuro? (…)
I nostri nervi si logorano e si indeboliscono sempre più, ne perdiamo sempre più il controllo e sempre meno reagiscono alle semplici impressioni dell’essere, e con sempre maggiore avidità agognano nuove, penetranti, inusuali, appassionanti, strane impressioni. Il Cinematografo le fornisce e i nervi da un lato diventano più raffinati e dall’altro più ottusi».
 
Lo scrittore intuisce la potenzialità di condizionamento e di persuasore occulto del cinematografo. Pensiamo all’uso che del cinema fanno i regimi totalitari, pensiamo alla pubblicità, alla forza della televisione per ottenere il consenso politico, al potere ipnotico che l’immagine ha sui più indifesi come i bambini, gli adolescenti, eccetera.
Il grande scrittore Lev Nikolaevic Tolstoj, invece, è affascinato dalla forza di attrazione del cinema. Ce lo testimonia il suo amico A. Gold’ Denzvejzer, che scrive nel 1919:
 
«Ci sedemmo a bere il tè: Lev Nikolaevic, benché stanco (aveva 81 anni), si dimostrava molto vivace e aveva voglia di andare da qualche parte. Qualcuno propose di andare al cinema e Lev Nikolaevic fu subito d’accordo. Così tutta la compagnia andò all’Arbat».
 
Questo episodio conferma la continua curiosità di Tolstoj, che sembra avesse confessato il desiderio di scrivere una sceneggiatura.
 
Vediamo cosa ci racconta nel suo diario Anastasija Cvetaeva, sorella della poetessa Marina:  (6)
 
«“Come mi annoio! Anche tu? Andiamo al cinematografo!” - E così partivamo. Talvolta ci capitava di vedere dei film dall’intreccio complicato, molto romantici, così ce n’erano parecchi allora, la partecipazione di Asta Nielsen, dal fascino e dal talento inimitabili (…). Altre volte vedevamo delle commedie con Max Linder. Il riso ci ubriacava. Le strade delle grandi città ci trasportavano oltre il confine, nella fanciullezza. Ritornavamo liberati da noi stessi, dalle nostre tristezze, riposati, seppure per un’ora, dalle riflessioni e dai sentimenti».
 
 
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Il primo teatro di posa cinematografico russo fu aperto nel 1907 a S. Pietroburgo da parte di A. Drankov ed ebbe un certo successo realizzando documentari e qualche film comico. Tra gli autori di questo periodo ricordiamo in particolare: Evgenij Bauer, Jakov Aleksandrovic Protazanov, Aleksandr Volcov, Turianskij e altri.
 
Evgenij Bauer (morto nel 1917) è l’esponente di spicco della produzione russa prerivoluzionaria. Le sue opere erano: drammi da salotto, in cui delineava scontri tragici nella vita della società galante con cura quasi maniacale di lussuose scenografie, e drammi gialli.
 
Perestjani, uno dei suoi attori preferiti, e primo regista bolscevico, così scrive di lui:
 
«Lo spazio, le colonne, le pellicce, il tulle, il broccato, le trine, i fiori erano gli elementi della composizione di Bauer. Le attrici scostavano tendaggi di tulle, apparivano tra i fiori, (…) passavano rapide tra i colonnati, sedevano su divani di lucido broccato e seducevano uomini perfidi e ingenui. (…)  I personaggi erano lontani dalla realtà, gradevoli allo sguardo, ma vuoti di sentimenti. Curava fino all’esasperazione la raffinatezza formale della struttura decorativa, della composizione raffinata delle inquadrature. Una pittura in movimento solo da vedere in superficie».
 
Un estetismo decadente cui si opposero ferocemente i nuovi autori del cinema sovietico. Ha realizzato decine di film, tra cui ricordiamo La vita per la vita (Zizn’ za zizn’), forse la sua migliore opera.
 
Infine un altro testimone: il poeta O. Mandel’stam  (7)  che scrive una poesia dal titolo Kinematographe.
 
Immaginiamoci di essere spettatori dei film di allora, seduti su una panchina di baraccone da fiera. Film intrisi, come i romanzi d’appendice dell’epoca, di sentimentalismo, di intrighi, di spionaggio, di tragici amori, figli illegittimi e con una mimica esagerata per supplire alla mancanza della parola. Il tutto al rumore del proiettore a manovella, al fruscio della pellicola, al suono di un pianoforte un po’ stonato:
 
Kinematographe
 
«Il cinematografo. Tre panchine.
Una febbre sentimentale.
La riccona aristocratica
negli intrighi della rivale birbona.
 
Reprimere non vale la forza dell’amore:
lei è anima candida e innocente!
Così, con altruismo, come a un fratello
ha donato il cuore a un tenente di marina.
 
E lui vaga ora solitario nel deserto,
figlio naturale di un vecchio conte.
Così comincia il romanzo
d’appendice della bella contessina.
 
In estasi, come una gitana,
ella si torce con forza le mani.
Stacco. Furiosi suoni
da un pianoforte malandato.
 
Nel cuore fiducioso e debole
vi è ancora sufficiente audacia
da rubare carte importanti
per il quartier generale nemico.
 
E lungo un viale di castagni
avanza un’automobile sbuffante.
Cigola la pellicola. Il cuore
batte più inquieto e più allegro.
In un lussuoso vagone fugge
la bella con la sua borsa da viaggio,
tormentata da un sogno effimero.
Ma più teme ora gli inseguitori.
 
Che amara assurdità:
il fine non giustifica i mezzi!
A lui l’eredità paterna,
a lei la prigione a vita».
 
La Rivoluzione di Ottobre è ormai alle porte e le giovani leve del cinema sovietico si apprestano a sostituire i “cinematografari” del cinema zarista. Il “Cine-occhio” di Vertov, il “teatro sperimentale” di Kulesciov, la teoria del montaggio a priori di Pudovkin e a posteriori di Ejzenstejn regaleranno capolavori fondamentali al cinema mondiale e precederanno l’avvento del “Realismo Socialista” degli anni ’30, che, a causa di un regime oppressivo ed ottusi burocrati, avrà il “pregio” di ingessare e annullare l’ispirazione artistica di questi ed altri autori. Forse unico fra tutti si distingue Ejzenstejn, che però ha pagato con la morte per infarto a 50 anni le umiliazioni e la persecuzione del regime e l’atroce delusione dell’esperienza americana.
 
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Note
 
1)  La filmografia Edison (1890-1900) comprende ben 936 film della durata di 30-40 secondi ciascuno.
2)   Chanzonkov, I primi passi dell’industria cinematografica russa, Ricordi.
3)  A tale proposito, in Italia, Filoteo Alberini, intraprendente, lungimirante esercente e tecnico cinematografico romano, già alla fine dell’800 organizzava spettacoli cinematografici di successo a Roma nella convinzione che «un locale ben messo e pulito, macchinario perfetto, soggetti variati e nuovi» e «prezzo d’ingresso basso» sarebbero stati premiati dal pubblico.
4)   Chanzonkov, Gli anni dell’infanzia del cinema russo, 1928.
5)  C’era però una difficoltà: la pellicola di nitrato di cellulosa, infiammabilissima, e la lampada ad arco voltaico o gas acetilene favorivano incendi che scoppiavano con troppa frequenza nelle sale da proiezione con conseguenze anche gravi. Furono necessarie in breve tempo adeguate e severe norme antincendio.
6)  Marina Ivanovna Cvetaeva, poetessa sovietica. Di ispirazione romantica, divenuta critica del socialismo reale, muore suicida nel 1941 per sfuggire alla deportazione.
7)  Osip Emil’evic Mandel’stam: poeta russo (1891-1936/1938), considerato dalla critica uno dei maggiori poeti russi del secolo per la sua nitidezza formale e la partecipazione umana dei suoi versi. Poeta dalla forma nitida e originale, spesso tanto difficile da essere detto “un poeta per i poeti”. Muore a Vladivostoc nella Siberia orientale in campo di concentramento.  È tra i primi esponenti dell’acmeismo, il movimento letterario russo fondato da N. Gumilëv nel 1912 per reagire al simbolismo (realtà ridotta a simboli, insieme di analogie), proponendo un’arte chiara e intensa. Il movimento era avverso al realismo socialista bolscevico e costrinse all’esilio, se non alla deportazione dei suoi seguaci.
 
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Bibliografia
 
A.A. Vari, Cinema e Film, Curcio Editori, 1988.
A.A. Vari Enciclopedia dello Spettacolo, Unione Editoriale, Roma, 1966.
Nikolaj Lebedev, Il Cinema Muto Sovietico, Einaudi, 1962.
George Sadoul, Storia Generale del Cinema: Il dopoguerra in Europa, Einaudi, 1978.
Carl Vincent, Storia del Cinema, Garzanti, 1942.
Storia Generale del Cinema, 1895-1959, Vol. I, a cura di Lino Leonello Ghirardini, Lucarini Editore, 1987.
Aldo Bernardini, Cinema muto italiano, 1896-1904, Laterza, 1980.

Charles Musser, Edison Motion Pictures, Filmography 1890-1900, Smithsonian Institution Press, 1997.