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CRITICA: Antonia.

  • Data di pubblicazione 13 ottobre 2016
  • Autore Diego Pasetto
  • Categoria Attualità

Chi mi parla non sa
che io ho vissuto un’altra vita –   
(La vita sognata, 1933)

Antonia. è una vicenda intima come una vena del corpo, palpitante e nascosta, tentativo di mostrare il non-mostrabile (il magma interiore) e il non-mostrato (la reticenza della vocazione). Chi le parla nei verzieri milanesi non ha le stesse diottrie per patire le "tremule e azzurre" lontananze:

avevo una finestra che guardava

sui prati;  … a me pareva il mare

e mi piaceva più del mare vero.       (Amore di lontananza, 1929)

 

La sua ricerca di affinità si apre e si protende con i petali dell'adolescenza quando s'apprende il sogno e la fiducia in una classicità che sembra viva e presente nel primo febbrile amore:

 

Ho tanta fede in te. Mi sembra
che saprei aspettare la tua voce
in silenzio, per secoli
di oscurità.

Tu sai tutti i segreti,

come il sole                            (Confidare 1929)

 

Il sole: Vittoria attende il professore trattenendosi nel triangolo d'ombra del castello e solo quando egli arriva, varca la linea e si unisce al sole. Corre per le scale: spirali che sono nel contempo collegamento e cesura di piani non comunicanti: l'appartamento (appartarsi?)della poesia, l'abitazione della ragione e della serietà, l'alloggio del sé nudo e solo, l'altana dei sogni, l'atrio e il portone della fuga.

Ma al ritorno negli ambienti ( in filtro seppia), la chiusura e l'oscurità disperdono l'utopia di una liaison appena sfiorata con le dita delle mani.

Le mani, indagate nel film con studio leonardesco, hanno moto fluente, eloquente. Designano sempre l'ombra di un sussulto di grazia o la fresca penombra di un'anima, attenta e vigile dalla sua prigione di carne. Le mani, vessillo della vulnerabilità, vengono mostrate a cercar contatto con l'invisibile, come antenne d'insetto; ad accarezzare pelle, altre mani o fiori; a stringere la polpa tagliente della roccia eterna.

Dopo quel primo scontro con l'insensatezza del "buon senso", Vittoria sente con tragica visionarietà il proprio isolamento:

 

la mia vita sola

in mare aperto - come una vela sperduta             (Visione, 1929)

Ed in sequenze cinematografiche di calda liquidità, vediamo che è nella prossimità femminile che allora spesso si cala:
 

Così,
con la mia testa sul tuo grembo
e le tue mani sopra i miei capelli.
Sotto le palpebre, un fervore chiaro
– tutta la rena di una spiaggia, al sole –

dentro,
il silenzio che dondola a ondate
come acqua un po’ scura, senza schiuma
       (Soste, 1929)      - dedicata a Lucia Bozzi -
 

Cogliere il silenzio e l'urgenza, lo stato sognante e la frenesia della poesia che si scrive sulla pagina come se dalla penna uscisse un fluido corporeo, è l'impresa formidabile della pellicola, rendere l'impellenza del verbo:

Oh, le parole prigioniere

che battono battono

furiosamente

alla porta dell'anima                         (La porta che si chiude, 1931)

 

E

sul lento

tuo andar di fiume che non trova foce

si accende la luce sul distico che afferma la sorte definitiva:

 

ora accetti

d'esser poeta.                   (Un destino, 1935)      

 

E' un destino doloroso che "si dona soltanto/a chi con occhi di pianto /si cerca".

Questo destino che non trova sbocchi, quest'anima che guarda e smarrisce la sua nudità e che si offre agli amplessi insolventi come se non fosse quel corpo

(la tua anima gioca in giardino

ma il tuo corpo dov'è?    canta Piero Ciampi in una scena di audace e peculiare sincronismo)

spiegano in qualche modo il proprio magnifico fallimento con il metabolismo stesso della poesia, con la sua "tossicità": la "vita poetica" diventa tossica perché denuda dove sarebbe "preferibile" ammantare, svela quando sarebbe "ragionevole" mascherare, grida mentre sarebbe "assennato" zittirsi; vuole raccontare un sogno nei momenti "sbagliati" che compongono la "realtà"; l'IO poetico vorrebbe elevarsi ed elevare:

Vorrei che la mia anima ti fosse 
leggera, 
che la mia poesia ti fosse un ponte, 
sottile e saldo, 
bianco – 
sulle oscure voragini 
della terra.
                                      (Lieve offerta, 1934)

ma la definizione stessa della praticità relazionale e sociale avverte come perturbante, venefico, lo scendere della poesia dalla pagina all'emotività del quotidiano e d'altra parte lo stesso soggetto poetico percepisce che "le parole prigioniere battono battono" però

… la porta dell’anima
… a palmo a palmo
spietatamente
si chiude!                        
(La porta che si chiude, 1931)

 come se il poeta fosse condannato con e per la sua sensibilità, che si nutre di parole e di inesprimibile, ad una sorta di coltivato"autismo ", necessario, creativo ma sgretolante, affacciato all'esistenza ma impedito a raggiungerla nella sua purezza vitalistica e spensierata. Non a caso Vittoria- insegnante viene colta nel momento illuminante in cui spiegando un racconto di Thomas Mann e sentendosi affine al protagonista (Tonio Kroger) culla "il desiderio di sentirsi liberi dalla maledizione della conoscenza e dal tormento creativo".

Il tormento s'acquieta a tratti solo nella solitudine e nella contemplazione della bellezza (le smaglianti riprese dei panorami alpestri)

 

Ti do me stessa,
le mie notti insonni,
i lunghi sorsi
di cielo e stelle – bevuti
sulle montagne                   
    (Bellezza, 1934)

o nel fermare l'attimo dimesso e magico con l'otturatore che da il tempo all'anima di un'esposizione alla luce del bello.

La narrazione cinematografica ripercorre il fremito dei versi scritti, pescandone il patrimonio figurativo e assomma le fasi esistenziali della poetessa con linguaggio misurato e con immagini di equilibrata potenza allusiva ed evocativa. E' una trattazione astorica (essendo la storia di un'anima)ma in una ricostruzione d'epoca raffinatissima. Un estratto atemporale che elude il tellurico irraggiarsi di eventi sinistri di ampiezza planetaria e la montante nera catastrofe nei cieli europei, una storia dell' IO (quasi la totalità delle poesie sono in prima persona), un IO diviso, spezzato e inconciliabile, che si avvia ad un inverno brutalmente precoce e che si dissolve in se stesso

 la terra
che sotto coperte di gelo
solleva le sue braccia nere –
e ho paura
dei tuoi passi fangosi, cara vita,
che mi cammini a fianco                   
(Periferia, 1938)

Il primo piano finale su quel fango, terra ed erba sotto quelle scarpe che ci conducono verso quell'ultimo prato davanti alla muta abbazia … e là dove finiscono i passi scomposti… ma non finisce lo sguardo che reso algido e ieratico dal Luminal (il barbiturico) si alza da Chiaravalle (!)alla luce, alle nuvole bianche, alle vette azzurre, alla luce diffusa di un extramondo che abbandona la gravità la città la casa i vetri piombati del salone e…

 si immerge nei "crateri della luce promessa".