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CRITICA: Appena apro gli occhi

  • Data di pubblicazione 04 novembre 2016
  • Autore Diego Pasetto
  • Categoria Attualità

Vi è una morbida carnalità tutta femminile che tracima lo schermo e avvolge col suo miele epiteliale. Le luci tremule che illuminano la notte estiva sul mediterraneo si trasfondono nel sorriso della ragazza che rischiara di forza e sensualità i luoghi opachi che la circondano. Il contatto osmotico con la protagonista, quasi immersi nelle pieghe corporee, nelle dolci spirali dei capelli, permette che si assista (da ad sistere=stare presso) alle vicende narrate con la totalità dei sensi e non le si recepiscano da spettatori (da spectare=guardare) solamente. E' il risultato di riprese quasi totalmente realizzate con macchina a spalla e, inoltre, l'uso spinto di primissimi piani e il continuo movimento "oculare" "tradiscono" la nostra presenza lì, in quel momento, dove e mentre succede. La stessa musica non è un elemento collaterale, un commento sonoro, è anch'essa una presenza fisica, canto di polpa e sangue sgorgato da viscere femminee, canto di rabbia e malinconia, di rottura e di amore. Farah è forza vitale, corpo vocale, che avanza, tenera e risoluta, come una piccola chiglia nella densità di un ambiente il cui pericolo è dapprima solo intuito e vagamente avvertito ma che, con il crescendo della musica, si concretizza come minaccia, prende forma umana, esplode in tutta la sua volgare violenza e nella tortura.

Questo filo elettrico di tensione emozionale, nella prima parte, è tenuto attivo dall'"amorevole conflitto" della giovane con la madre. Le due donne, immagini cangianti dello stesso archetipo, tracciano con grande intensità l'energia a volte accogliente, altre volte dirompente che si esprime all'interno dei rapporti familiari e/o nelle dinamiche sociali:  il coraggio della giovinezza assetata d'amore e libertà, la concretezza malinconica della maturità, che "ha perduto le ali" ma che tiene accesa una calda memoria vivificante. Ne nasce una figura simbiotica che si specchia e si evolve continuamente, come il ciclo metamorfico della farfalla, in curve che si allontanano e si avvicinano, ma che conservano sempre un'intimità e un'unità ancestrale, irrazionale e portentosa. Il dolce canto di conforto che segue lo scoppio di violenza ha in sé qualcosa di cosmico, la soavità di una madre che riporta il mondo ad un equilibrio azzurro, come l'orizzonte su un oceano placato, finalmente ( la canzone principale parla di persone che "attraversano l’immensità dell’oceano in pellegrinaggio verso la morte).

 Come può la mente non andare per similarità alla stessa commozione che si libera nella "Ciociara" di De Sica o negli innumerevoli "compianti" e nella Mater consolationis dell'arte medievale !?

Inevitabilmente e incontestabilmente la conseguenza documentaristica dell'indagine all'interno delle comunità patriarcali mostra che alla voce uomo si legga: assenza, inerzia, autoritarismo, vigliaccheria, brutalità. La carrellata che accompagna la madre all'interno del caffè (off limits per le donne) è una scorsa a metà tra un catalogo lombrosiano e un'esposizione suina (alla Orwell), e con difficoltà ci scrolliamo di dosso l'odore stantio di fumo e sudore.

E maschile è (ahimè) l'immagine della dittatuta ma, come sempre nella meccanica della storia, la dittatura porta nel suo stesso germe la rivolta e la caduta con una violenza pari (o maggiore) a quella usata nella sua ascesa e nel suo mantenimento, ed è chiaro nel film il sentore di cambiamento:

Il vento sta arrivando
E le loro case sono di paglia.
La mano si sta alzando
E il loro vetro è fragile.

(Mohammed Sgaier Awlad Ahmad, considerato il poeta della rivoluzione tunisina)

anche se non viene dato conto delle strade e delle piazze ribellate ma viene (ri-)dato fiato alla voce … come se fosse la voce a ricreare la vita.