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CRITICA: Festa • Frammenti • Lo zebù e la stella

  • Data di pubblicazione 25 febbraio 2017
  • Autore Diego Pasetto
  • Categoria Attualità

Fra Attesa e Memoria. La Festa.

Dove ancora sussiste lo Spazio del Sacro come controllo del tempo, abbandono delle attività quotidiane, rimozione del Profano e introduzione in un’area fisica e in un’estensione spirituale ineluttabilmente collettiva, comunitaria, vi è la Festa. Secondo Roger Caillois la Festa è “una re-immersione di una comunità nel caos primigenio, nella remota età di confusione dalla quale sono scaturite le strutture familiari e sociali”. Essa è quindi una condizione necessaria all’atto (ri-)creativo (per questo “sacro”) per cui, attraverso l’Infrazione, l’atto fondante della Trasgressione, la logica dell’Eccesso, dello Spreco e della Distruzione controllata (del sé e delle risorse accumulate), la comunità ne esce rinnovata, ringiovanita, “pronta ad un altro ciclo del proprio destino.”

Attesa: l’alba “per le vie del borgo”; nessuno “s'affretta, e s'adopra di fornir l'opra”; l’oggi s’espande rosato nel molle silenzio tra i campi e i muri che si aprono a scambiare il calore del sonno con quello del sole. La pulizia del corpo, la messa in ordine, la vestizione (l’abito adatto, il più bello): inizia così la preparazione, prima cerimonia.

In chiesa. La funzione religiosa e la celebrazione eucaristica è il sigillo cristiano ad un rituale che spesso deriva da un processo sincretico attraverso la fusione di elementi arcaici legati ai cicli vegetativi, ai culti misterici di morte e rinascita della natura, alla dimensione salvifica che Cristo assegna ai frutti della terra.    

Il cibo, il vino, la danza, le luci e i colori. Lo spirito dionisiaco si trasmette in molti come una febbre elettrica in un flusso ondulatorio nel quale musica e corpi hanno un ruolo preminente, vistoso, molecolare e tuttavia sublimatorio: molti occhi guardano l’invisibile.

Oltre alla vasta gamma di soluzioni visive adottate nelle riprese (richiami pittorici che vanno da Millet ai futuristi, dalle stampe giapponesi ai video dei moderni visual artist), in particolare il linguaggio delle inquadrature rovesciate e sghembe, le evoluzioni danzanti, l’inserto degli acrobati e delle giostre rotanti, tutto concorre a distillare un senso di Perdita di Gravità, in cui l’infrazione alla legge di attrazione terrestre è la parallela metaforica della leggerezza e dello smarrimento, del temporaneo oblio della pesantezza, del fardello gravoso della vita quotidiana, un distacco dall’orbita di ciò aggravava ieri, aggraverà domani, ma non oggi, oggi no!

Accanto alla festa comunitaria c’è sempre anche la “festa interiore”, a chi è negata o di chi si nega la dimensione della giocondità collettiva, che si addensa in un viluppo malinconico non privo di pathos … e di invidia: “…guardava dentro di sé, dove c’era tanto dolore e tanto ardente desiderio. Perché, perché era là? Perché non era seduto in camera sua, presso la finestra, a leggere…? E ballassero pure gli altri, ballassero con tutta l’allegria e la foga che volevano! …” ( in Tonio Kröger di Thomas Mann)

E proprio in un passo successivo alla precedente citazione vi è la confessione estetica del protagonista (che fa le veci dello stesso autore) in cui si può ravvisare, a mio parere, la poetica che traspare mirabilmente dalle opere del regista in questione: “… il regno delle nostre aspirazioni è proprio la normalità, la decenza, l’amabilità, insomma la vita nella sua banalità seducente. Credete, chi in fondo e sopra tutto sogna il raffinato, l’eccentrico, il satanico, chi non conosce la nostalgia per le cose innocenti, semplici e vive, per un poco di amicizia, di abbandono, di confidenza e di umana felicità – la furtiva, struggente nostalgia per le gioie mediocri – colui è ben lungi dall’essere artista …”

In Frammenti c’è un agile viaggio di andata e ritorno (all’inizio e alla fine campeggia l’ordine religioso, nella composta facciata dell’Abbazia di San Colombano e nella verticalità di un campanile al crepuscolo) nel cuore fremente di un paganesimo solare, delicato e fortissimo, in cui figure semidivine, corpi, luce, vento, acque, si fondono in un elogio potente alla vitalità e alla naturalità, un magnifico canto di cui “non odo parole che dici umane”. L’odore dei baci, la composta libertà dei corpi, l’amplesso della natura nella sera che azzurra: è un’emozione forte, un culmine prolungato ed intenso come il sibilo di un jet che sfreccia nelle viscere.

Nei titoli di coda dell’ultimo corto in programma si legge (+ o -): “Si ringraziano i genitori per aver permesso l’uso dello sguardo dei bambini …” non resta che associarsi ai ringraziamenti ed estenderli a chi ha saputo catturarlo, a chi ha il potere di ripristinare, attraverso il cinema, percentuali di percettività pigre, inascoltate o in disuso, a chi in un certo senso è quindi un Rieducatore dello Sguardo.