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CRITICA: I corpi estranei

  • Data di pubblicazione 11 febbraio 2017
  • Autore Diego Pasetto
  • Categoria Attualità

 

“Tutto un mondo di conoscenza … la verità tutta … non vale un prezzo così alto.” Così rispondeva un personaggio di Dostoevskij alla domanda “a cosa serve la sofferenza dei bambini?”. Perfino i mistici vacillano nelle loro certezze di fronte a quella che sembra una distorsione, un accecamento implacabile nell’ordine del mondo, una gelida ombra sul sole.

Spesso la reazione alla grave malattia di un caro congiunto si polarizza, si proietta verso orli estremi della vulnerabilità: l’abbandono orante che fa ricorso all’onnipotenza divina e la ribellione maledicente al destino, alla giustizia, a Dio.

Nonostante le preghiere sgretolate tra i denti e le bestemmie fiottate con uno sbocco di sigaretta, Antonio non si spinge mai a lati estremi, non fuoriesce mai dalla sfera materica, fisica e contingente; non ha contatto con ambiti spirituali o con una coscienza che si interroghi, che elabori, che ricerchi significato e senso. Frequenta la chiesa con lo stesso volto con cui va in terrazzo o in macchina, accende il lume davanti a sacre immagini come prende il caffè, e le sue imprecazioni non hanno alcuna velleità di alzare protesta al cielo, cadono anzi, come cenere.

E’ un uomo dalla personalità e dall’interiorità scarna, scabra. Un tipo a-musicale. Un’intelligenza dai solchi precisi, concreti, tracciati in un podere ristretto, isolato, nel fondovalle. Il suo tempo è scandito dai ritmi della sopravvivenza (mangiare, dormire, …), non apre un giornale o un libro, la sua radio non trasmette musica ma inutili aggiornamenti sul traffico in parcheggi deserti.

L’osservazione da microscopio delle riprese si concentra su di un essere “semplificato”, sul vetrino c’è una forma di umanità elementare le cui terminazioni nervose hanno connessione limitata ai legami familiari, moglie e figli. Non c’è altro, ma è proprio in questo che il protagonista riesce ad esprimere e a convogliare la sua forza muscolare. La sua semplificazione delle regole vitali assume invisibile ma palpabile potenza nella ruvida tenerezza verso il piccolino malato, nella tenacia e nella resistenza veramente ferrea di stare vicino al figlio, nella confidenza carnosa e nella rude complicità delle telefonate a casa. E’ tutto il suo mondo; quello conosce e in quello si riconosce. Perciò è diffidente, schivo, refrattario al contatto, ancor di più se oltre alla non conoscenza si somma la diversità. Gli “sconosciuti diversi” hanno vari tratti repulsivi, la lingua e l’odore, ma portano in dono una religiosità più profonda e una ricerca di vicinanza pronta a spendersi in aiuto tangibile.

In fin dei conti la degenza e l’assistenza ospedaliera, questo versante in ombra della realtà, accomuna tutti in un nuovo status esistenziale e sociale: “La malattia è il lato notturno della vita, una cittadinanza più onerosa.”(Susan Sontag) Tutti prima o poi devono esibire questo doppio passaporto, questa seconda carta d’identità, documento del dolore dove ognuno ha i propri segni particolari, palesi o nascosti, laceranti, avvilenti, a volte edificanti, commoventi … Ecco perché si ha la sensazione che l’esposizione e lo scavo del dramma si fermi, volutamente, ad un passo da zone pericolose, forse perché si entra nell’ineffabile o perché la risposta al dolore tocca l’individualità più celata: “Non può esser nota nessuna malattia da cui sia colpito un uomo vivente: poiché ogni uomo vivente ha le sue particolarità e soffre sempre d’una infermità particolare e sua.”
(Lev Tolstoj)