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CRITICA: L'effetto acquatico

  • Data di pubblicazione 18 novembre 2016
  • Autore Diego Pasetto
  • Categoria Attualità

L'EFFETTO  ACQUATICO

 

È dura! Come fare un film sull'amore che si scontra con l'improbabilità e che termina come la più classica commedia romantica anni '50, cioè con i due protagonisti che si baciano, finalmente uniti, ed avere la pretesa di mostrare qualcosa di nuovo ?

Prendere due solitudini, una acida e strafottente, l'altra afasica e ovattata. I due non hanno nemmeno casa (cinematograficamente!): uno delinea fisicamente la sua sociofobia con la distanza e il distacco di chi guarda dall'alto delle impalcature, l'altra è un anfibio a sangue freddo che raramente si riscalda "al di fuori" e preferisce dormire presso l'acqua.

Ci vuole una persona imbranata: meglio "lui". Il maschio imbranato è un ribaltamento di tanti stereotipi  mediali ed è più comicizzante, meglio se ha un concetto di azione e un contatto con la realtà a metà strada tra Ethan Hunt (Mission Impossible)e Pierrot Lunaire; meglio se ogni fine sequenza sigilla lo stacco con il suo sorriso equino.

Quindi la "lei", all'altro lato dello specchio, è scontrosa e diretta, volgarmente sincera e ben isolata nella sua pelle impermeabile. Ha ovviamente tratti testosteronici , così da aggiungere grado alcolico al rovesciamento-ruoli-genere.

Il " movente" per "la rottura dell'equilibrio iniziale e l'avvio alle peripezie dell'eroe" (secondo lo schema di Propp nella Morfologia della fiaba) è quell'eterno e misterioso sussulto che "move il sole e l'altre stelle" e muove anche i passi dei più anonimi e periferici esseri dell'umano consorzio.

I due attori (in senso etimologico!) sono cooperati da uno stuolo di maschere da Commedia dell'Arte per creare digressioni e diversioni, procurare eventi e incidenti, introdurre l'elemento magico, insomma dare qualche spinta al carrozzone scenico.

La location si compiace del fascino dei luoghi che si conoscono affollati e che qui vengono "vissuti" vuoti; mentre nella seconda parte, un luogo geografico vuoto, viene "vissuto" nel suo affollarsi; il tutto a stretto contatto con l'acqua, cioè l'elemento che è contemporaneamente comunione e isolamento, abbraccio liquido e apnea comunicativa, grembo rigenerante e sostanza innaturale e possibilmente letale per i mammiferi terrestri.

La rappresentazione delle (dis-)avventure dell'"eroe" è tutta edificata sull'applicazione della sua ebetudine sia in rapporto alle sue decisioni e ai suoi gesti di approccio, sia di fronte alle situazioni che il fato beffardo gli imbastisce addosso, situazioni che sembrano scaturite dalle migliori antologie di slapstick comedy  anni '20 (se si togliesse audio e colore, il risultato comico sarebbe identico!). E sono proprio questi frangenti, al di là della volontà e dalla tenacia di seguire un proposito, che regolano le leggi della realtà e della vita, come se esistesse nel meccanismo esistenziale il predominio della strategia del caso,

il sopravvento del puro accidente tragicomico sull'intenzionalità del volere.

L'amore, secondo Sólveig Anspach, è una "svista", è vedere attraverso la lente di un acquario, è perdere la memoria del banale e (ri-)scoprire tutto per la prima volta.

L'amore è una piscina, puoi sentirti impacciato(anche se non hai un costume arancio con la palma), può mettere soggezione, perfino paura … beh, sembra suggerire l'autrice, è tutta questione di respiro e leggerezza.