Condividi

CRITICA: La casa delle estati lontane

  • Data di pubblicazione 29 gennaio 2017
  • Autore Diego Pasetto
  • Categoria Attualità

Non c'è nulla di lontano (quel lontano evocato sentimentalmente dal titolo italiano! Titolo originale: Rendez-vous à Atlit ), tutto è qui e adesso, a Atlit, tra mare e sterpi. In quella casa c'è un rendez-vous col destino: le tre donne, portate da un vortice dello stesso vento che smuove gli ulivi e gli eucalipti, sono figlie dell'antica forza (sopra-) naturale che dirige un popolo (si è consci di non essere in luogo geografico qualsiasi), tra diaspora e forza centripeta, tra distacco e ritorno, dispersione e riunione, ma che, in fondo, dirige la sorte di ogni "famiglia umana".

Qui e ora. Qui, anche perché l'"altrove"- il ménage matrimoniale in Canada, la casa nuova a Parigi, il corso di terapia ayurvedica in India - assume la connotazione astratta di una sfera aliena, come se si trattasse di un astro, questo sì lontano!, e in definitiva di scarsa capacità attrattiva (nonostante i discorsi), perché il vero magnete dell'esistenza è Qui.

Qui e ora. Ora, perché in questo momento, magicamente, ci sono tutti, vivi e morti, umani, animali e vegetali, tutti "viventi". Non c'è nessuna Operazione Nostalgia (nessun angolino di giochi infantili, … anzi è adesso che si cerca un angolino nascosto per fumarsi una canna; si finge di accapigliarsi per una vecchia tovaglia), perché sono tutti presenti, senza la commozione del passato o il rimpianto del perduto, ma con la naturalezza del presente, in una eternità immanente, in cui la Storia, anche se ha prodotto (la nonna che ha attraversato l'Europa), produce (il processo di pace), o produrrà (dopo la morte di Rabin) grandi mutamenti, non scalfisce quella casa. Essa è un territorio franco, un microscopico Stato (come dice una delle ragazze), più in balìa di roveti e polvere che non degli spari palestinesi o israeliani. Certo in questo garrulo gineceo, di confidenze e leggerezze femminee, di "vestimenti leggieri" tra "tamerici salmastre e arse", di una certa confusione e di un andamento che si fa beffe della coerenza, si avvertono gli avvenimenti esterni, però essi non sono che un'eco forte ma passeggera, un tuono che annega nel silenzio che lo precedeva. Se sia più bouleversant  vedere alla TV il tumulto rabbioso dei sionisti, evocanti similitudini indicibili e invocanti il Dio sterminatore dell'Antico Testamento, o l'ignoto al di là della porta cigolante del magazzino-atelier, la costruzione filmica ce lo indica chiaramente. Questo perché la casa, l'ombra fresca in una terra rovente, è il cuore immutabile del sogno della convivenza. La casa è l'utopia realizzata o realizzabile della coabitazione: tre angoli di mondo con lo stesso sangue tornano nella terra dove tutto è iniziato, dove si incarna la speranza etnico-mistica e dove tutto è adesso ingarbugliato, prima di tutto tra di loro ma poi perché si affaccia ed entra nel giardino e tra le stanze, ora l'"arcaica" giovinezza araba, legata ai frutti della natura, ora l'ortodossia ebraica, osservante, benestante e dissociante.

Ma tutto ciò è svolto in un carosello instabile, costante nel tono e mutevole nell'effetto, venato da un lieve liquore di follia, in un ballo stravagante, un po' sconclusionato, al quale partecipano personaggi rotondi nella loro carnalità e lunari nella loro frivolezza post-mortem … e dove si ridimensionano le connessioni umane ed elettriche (il giradischi si accende col pulsante del bollitore) … ma è forse questa la chiave … forse solo un po' di follia, intesa come leggerezza di spirito e ribaltamento delle relazioni, può far scaturire la pace, perché il gesto criminale è in genere lucido, ragionato, premeditato … "il senno in guerra ha grandissima importanza" scriveva Erasmo nel suo "Elogio" …

Sigillo finale. Fuori: assassinio del Primo Ministro Rabin = addio alla pace. In casa: il padre ebreo gioca a scacchi col ragazzo palestinese … Shalom.