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CRITICA: Los Nadie

  • Data di pubblicazione 11 novembre 2016
  • Autore Diego Pasetto
  • Categoria Attualità

LOS  NADIE

Essere nessuno (nadie) è una terza via all'aut aut  amletico. Vivere ignorando il resto del mondo umano per esserne ignorati. Fuoriusciti, incompatibili o fuggiaschi da famiglie quantomeno eterodosse: senza padri o con padri sbrigativi e autoritari, con madri affrante e sole, con pseudo-madri-che-dio-ci-protegga, obbediscono alla legge naturale della Creazione: dare origine ad un microuniverso a loro immagine e somiglianza.

La città scorre come una galassia indifferente in sottofondo. La città di notte appare come un circuito stampato ai piedi delle pigre divinità in collina. La città è un corpo alieno di spari e guerriglia. Così si intesse una congiunzione tra spiriti esuli, acerbi confratelli di un eremitaggio metropolitano, comunità galleggiante, inconsapevolmente assetata d'affetto ma che ha a disposizione solo acqua salata. Se ne stanno al caldo del loro ristretto falò, incuranti del resto e curanti dell'oggi, trascurando l'impegno e il menage borghese e curando di attenzioni le "piccoline" di canapa.

Anche nella terra eletta delle rivoluzioni sembra per questi protagonisti terminato il tempo della contrapposizione militante e la nota frase di Salvador Allende " Essere giovane e non essere rivoluzionario è una contraddizione perfino biologica." forse vedrebbe un'applicazione più congrua se si sostituisse "essere rivoluzionario" con"avere illusioni". Sì perché, nonostante la loro musica punk si scagli contro il denaro e la sua schiavitù, lo sforzo per una ribellione attiva, per una sollevazione che, veicolata dalla rabbia, sappia muovere slavine sociali è assolutamente estraneo a codesti ragazzi. Mentre è fisiologico, come per tutti i loro coetanei del pianeta, la potenza e l'attrattiva delle "illusioni", la genuina e generosa convinzione che c'è un posto "migliore", dove le "cose vanno meglio", basta prendere e partire, subito, domattina, presto, quando si svegliano gli uccelli.

Diversamente dal suono-rumore punk e dal pogo ( il ballo a salti e spintoni)e al contrario delle urlate roche di quella musica (che è qui parzialmente rappresentativa) c'è in questa gioventù una sorta di "poesia debole", di ritrosia superficialmente sdegnosa verso la tenerezza del gesto e il bisogno del contatto è mascherato dalla (finta)durezza dei tatuaggi e dei dreadlocks. Non gridano e non sputano (come i punk di altri contesti) in faccia al sistema la rabbia e la ribellione ma si profilano come miti ammutinati che, sì, operano una rottura ma quasi sottotono. E' una eversione morbida. Decisa ma senza accenti tragici, risoluta ma senza violenza e disgusto espresso. La loro strascicata fantasia cannabinoide vaga lungo una delle grandi illusioni di sempre e non solo dei giovani: il viaggio.  O meglio l'idea del viaggio come modo di trasferire i propri desideri dalla mente ad un luogo fisico che non può essere "qui". (Si stappa allora un incontenibile, ben noto spumante di metafore - trite?-: "varcare la frontiera", "lasciarsi tutto alle spalle", "speranza di un luogo migliore","scoperta di un posto dell'anima".) E sembra che ogni cosa del presente sia una preparazione, una calma/fremente attesa che ha significanza solo nella scommessa della partenza, la posta è la libertà. Il Sud, gli altri paesi, il Machu Picchu, sono le palline e le clavette che danzano nella giocoleria dei loro sogni e dei loro discorsi: via da qui è tutto CHIMBA (fico !)l'esclamazione mantrica che viene costantemente ripetuta nel loro linguaggio felpato, cantilenante.

Sono i figli della desolazione, di un mondo lacerato e disgiunto, dove la non-rappresentazione (registica) della violenza e della devastazione umana carica la coscienza di un'ansia oscura e assoluta … sono "angeli della desolazione" che fermano un camion e "pieni di una splendida ignoranza vanno in cerca di una scintilla altrove" (Jack Kerouac: Desolation Angels ).