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CRITICA: Mòzes, il pesce e la colomba.

  • Data di pubblicazione 19 dicembre 2016
  • Autore Diego Pasetto
  • Categoria Attualità

Che i pesci tornino a nuotare e gli uccelli a volare non è semplice questione di natura ma un complicato tragitto "nel giardino non sarchiato, che va in seme". Il riferimento alla visione amletica della vita, sciarada pressoché irrisolvibile, urge nella incarnazione di un personaggio ("della stessa sostanza dei sogni"!)sospeso tra vera e presunta eccezione psichica, tra melanconia depressiva e richiami vitalistici, sospeso sulla foce post-puberale e trattenuto dalle pesanti gomene dell'ormeggio paterno. L'uso (qui parodistico)dell'espediente shakespeariano dello spettro è la realizzazione visiva di ciò che si conosce molto bene ma che raramente ci si confessa: la persistenza, la consistenza volumetrica, ponderale, di conflittualità insolute e/o di ossessioni, astratte o antropomorfe, ben più presenti e influenti nella Realtà (della mente), che non situazioni e/o persone "visibili", quelle che nella vita si considerano "tangibili e concrete".

Il groviglio edipico, decolorato della sostanza materna, s'incentra sul persistente rimbalzo di opposizioni tra figlio e genitore maschile, il quale, anche dopo essere passato ad "altro stato", persevera nell'imporre la propria "esistenza" sia nella sfera pubblica del ragazzo che in quella più marcatamente privata (e freudiana per eccellenza) del sesso.

Ma si sa che il medico austriaco riconosceva nell'ombra che emana dal padre la più vasta proiezione del simulacro dell'Autorità: lo Stato, la Religione, … Dio. In effetti l'autrice ci trasporta in una baudelairiana "foresta di simboli che l'uomo (il protagonista e noi con lui!) attraversa nel raggio dei loro sguardi familiari" in cui la banalità del quotidiano riserva quasi sempre una lettura che, proprio per l'apparente casualità e la contemporanea peculiarità dell'accadimento, ci induce a convertire i puri accidenti in rimandi rappresentativi di relazioni complesse di carattere personale(: padre-figlio), antropologico (:individuo-società, popolo, culto), politico (:individuo-Stato, regime). La cattura, l'"esilio" e la liberazione del pesce; la morte fisiologica del pastore e il simultaneo schianto che frantuma la testa del Cristo; la cerimonia funebre che non spicca in volo spirituale ma che si impasta di terra, pettegolezzo e brama sessuale; la gara di velocità con i "tutori dell'Ordine"; la patetica recita e il dissacrante travestimento; sono solo alcuni esempi.

Il tentativo del protagonista di trovare ragione nell'assurdità del presente e nell'ingombrante retaggio del passato ( padre-astrazione dell'autorità) passa attraverso  vari stadi fallimentari: i consigli della zia bulimica, il parere iperconvenzionale dello psichiatra, l'esoterismo unto da officina meccanica. Non funziona nemmeno il voler mettersi negli stessi panni e nella funzione del fu presbitero. Certo il dialogo col "defunto" non è che aiuti granché. C'è dell'incongruo anche di sostanza: il fantasma passa attraverso porte e muri ma si "sventola" eccitato fuori dal finestrino della macchina.  Più che la tragicità di un trapasso è l'ironia di un trasferimento accelerato nel rimbambimento senile o di una fase di pre-rottamazione sistemica: "Papà ci guarda dal paradiso?" chiede la sorellina e vediamo l'uomo che si dondola sulle molle di un dinosauro di plastica con il beffardo sottofondo della canzone "Heaven is a place on earth". "Forse è questa la vita eterna." … Non scherziamo !!!!!!

Il fuoco, fisicamente e (ancora una volta allegoricamente), fa un azzeramento delle circostanze.

Mozes, maschera mono-espressiva del disagio, infine si allontana dal giardino inselvatichito della famiglia-società. S'imbarca precariamente sul lago, specchio di promesse, incurante delle guglie fumanti delle fabbriche, senza guida, senza remo, alla deriva di una libertà da scoprire, alla fortuna di nuovi incontri.