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CRITICA: Parola di Dio

  • Data di pubblicazione 18 febbraio 2017
  • Autore Diego Pasetto
  • Categoria Attualità

Casa della professoressa di scienze. Si parla di Veniamin. Un insetto che sbatte sul tubo del neon. L’irrilevante che diventa epitome visiva, immagine riassuntiva.

Venia è un essere involuto, che non approfitta delle ali della giovinezza e crede di aver scorto la traccia luminosa del sole e della vita e, come in un tragico balletto, si slancia continuamente verso un bagliore artefatto, pallida imitazione del magnifico astro.

L’assalto ormonale e “la temporanea malattia mentale” (così viene definita la pubertà nel film) della tarda adolescenza hanno da sempre caratterizzato questo periodo della crescita umana con una buona dose di mostruosità, nel senso etimologico di “eccesso di natura”, come se gli adolescenti vivessero in una “realtà aumentata” in cui gli aspetti ordinari dell’esistenza diventano picchi esperienziali, le percezioni diventano fluorescenti e l’emotività alterna l’insondabile silenzio della Death Valley alle eruzioni del Krakatoa.

Da ciò deriva un’ansia imprescindibile ad incarnarsi messaggeri di un cambiamento radicale che travolga la mortifera, monocroma palude dell’età adulta, rompa gli argini del “consueto” e dello “stabilito” e faccia così fluire aperto, fresco, il sognato Mondo Nuovo.

Non è certo questa una novità; letteratura e mitologia ne danno conto fin dall’antichità.

L’attualità della riflessione affiora se l’osservazione di questo stadio dell’”età evolutiva” si focalizza nel contesto contemporaneo di marcata Disgregazione, della famiglia, delle Istituzioni, dello Stato, e divaricato tra i due estremi dell’Indifferenza/Impotenza e Eccesso/(Falsa) Onnipotenza.

La casa è dove prima si accende la televisione e poi si lancia qualche richiamo ai conviventi, dove l’assenza (del padre) ha paradossalmente un peso schiacciante, dove il senso materno ha scarsi mezzi (emotivi e culturali) e scarso potere di penetrazione nell’ostinazione impermeabilizzata dell’adolescenza.

La scuola è il teatro antico della conoscenza di sé attraverso riti arcaici di prevaricazione e seduzione in cui l’adulto ha perduto nobiltà e carisma, comunicativa e autorevolezza, e osserva indolente la fauna giovanile cercando di spalare cenere sui conflitti. Anche chi ancora si appassiona al contatto coi giovani, si intrappola in contrapposizioni obsolete, alimentando il fanatismo della critica e il fanatismo del proprio antifanatismo.

Pare che nella società odierna ci sia posto per l’atteggiamento indifferente, rassegnato, o per la dismisura, per il vuoto o per il riempimento all’eccesso, astensione o aggressione, ritrosia o invasione, anoressia o bulimia, pecorismo o predominio, come se non si conoscesse una linea mediana, una zona intermedia di navigazione, certa in alcuni porti, fluida.

Se teniamo conto che un giovanissimo è particolarmente esposto ed attratto da qualsiasi sentiero lo porti su scogliere (anche vertiginose) che abbiano una parvenza di senso innovativo e riformativo, il radicalismo cristiano di Venia potrebbe benissimo essere sostituito da qualsiasi altra fonte di critica, qualsiasi altro abito di opposizione e stigmatizzazione come altre religioni, ma anche ideologie come il neo-nazismo, l’anarchismo e l’”antagonismo rivoluzionario”, il radicalismo applicato al cibo, alla difesa degli animali, la sub-cultura punk, la fascinazione delle sostanze psicotrope, ecc.

La scelta del cristianesimo assume qui alcuni risvolti di particolare pregnanza: sembra che la confessione religiosa stia acquistando sempre più rilevanza nella vita sociale della Russia post-sovietica, colmando il vuoto lasciato dall’ateismo di Stato e (ri-) appropriandosi di una solida posizione di potere. Ora la furia pseudo-profetica del ragazzo, delirante ma letteralmente attinente alla Parola di Dio, finisce per sgretolare dall’interno la figura istituzionale del sacerdote, mostrando la sua nudità dottrinale e la sua funzionalità “terrena”, convenzionale, molto poco sacrale. Un altro aspetto di interesse è rappresentato dal fatto che gli sproloqui biblici di Veniamim sostengono un inedito rovesciamento nei ruoli canonici dell’educazione: è il giovane e non l’educatore a pretendere regole, limitazioni, restrizioni, come se ci fosse una sete di disciplina, un bisogno di ordine, la necessità di un assetto in una società che sbanda da tutte le parti.

Se invece consideriamo il protagonista come un altorilievo e sfumiamo lo sfondo, abbiamo la perfetta effigie del fondamentalista religioso per il quale la dottrina scelta è l’equatore della purezza, lo zenit della condotta, la spada dell’unica verità …

Ma la ricerca della verità non ha niente a che fare col convincere gli altri della propria idea, semmai il contrario, ha a che fare con l’ascolto dell’altro; ma forse in questo aspetto del fanatismo - far parte e “costringere” a far parte - si scorge una abissale, terribile paura, la struggente paura di rimanere soli e soli nella propria idea di verità, che potrebbe portare all’autodistruzione o anche sfaldarsi e cadere come un ramo tarlato, morto.

E poi  “Quid est Veritas?”

“Un giovane siede in un piccolo caffè vicino ad una persona anziana … cominciano a chiacchierare e salta fuori che il vecchio è Dio in persona. D’accordo, il personaggio non ci crede subito lì per lì, però grazie ad alcuni indizi si convince che è seduto al tavolino con Dio. Ha una domanda da fargli, ovviamente molto pressante. Dice: “Caro Dio, per favore dimmi una volta per tutte, chi possiede la vera fede? Cattolici o protestanti, o forse gli ebrei o magari i musulmani?” Allora Dio risponde:” A dirti la verità, figlio mio, non sono religioso, non lo sono mai stato, la religione nemmeno mi interessa.” (storiella riferita dallo scrittore israeliano Amos Oz)