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CRITICA: Passeri

  • Data di pubblicazione 28 novembre 2016
  • Autore Diego Pasetto
  • Categoria Attualità

La chiesa è l'utero immacolato e armonico da cui Ari è espulso, solo, in volo come un atomo disperso in una estensione fredda, refrattaria, di rocce e di brume. "Benvenuto all'Ovest". Benvenuto alla vita di frontiera dove radi esuli si stringono a una qualche nicchia di calore, vera, presunta o palliativa. Benvenuto nella terra dove anche d'estate vi sono ombre gelide di neve, chiazze di colpe, rimorsi, rese morali, occasioni perdute, incapaci a sciogliersi. Interdetto il ritorno ad uno stato placentare, segue le briciole d'infanzia lasciate nel bosco del tempo: la nonna, la vuota casa genitoriale, la tenera, indimenticata amicizia della prima età. Il padre, colui che dovrebbe essere la guida in questo territorio esistenziale è uno scafo in affondamento. La sua umanità, anestetizzata dal disinganno e dall'alcol, affiora solo a tratti, in ritardo, inutilmente. La maschera di ruvidezza e di machismo (equivalenza di debolezza!) è solo la pelle morta dell'antica fierezza vichinga, della stirpe battagliera sempre protesa alla navigazione, al viaggio, alla scoperta, al richiamo delle lontananze oltre le nebbie nordiche. Al contrario egli sembra incapace di qualsiasi balzo al di fuori di se stesso e della propria condizione e, come un lichene sulla pietra artica, si àncora in una impasse morale e relazionale, cieco labirinto senza uscita tra lavoro e orge. Non può essere il modello, l'esempio (a cui fa vanamente appello la nonna) l'accompagnatore del figlio verso la vita; è solo un esile ancoraggio, roso nella sua immobilità dalla marea di una realtà orba di prospettive e vuota di talenti. Così il ragazzo è come un cristallo gettato in un recinto di ungulati. E' costretto a passare attraverso i riti di iniziazione di quel clan, di quel luogo, squallide cerimonie di consacrazione alla morte civile nutrita a flebo di mediocrità televisiva e dedita al passatempo a biglietto gratuito del sesso. Un cristallo la cui voce è simbolo limpido della sua sensibilità, la cui voce cerca il suo resiliente esilio nella cattedrale arrugginita di un serbatoio, ma la cui preziosità poco interessa. Eppure, nonostante egli si pieghi alle prassi di quel modo di vita, riesce a trasmettere attraverso un nucleo armonioso, il suono della sua anima, un fluido riparatore, terapeutico, di candore, emozione e speranza, che restituisce sacralità alla morte, che risana un giovane corpo violato e sprecato, che si fa carico di ripescare un affetto dal fondo del pozzo di torpore in cui un uomo è obliato.