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CRITICA: Per un figlio

  • Data di pubblicazione 23 gennaio 2017
  • Autore Diego Pasetto
  • Categoria Attualità

Un capannone abbandonato, la vita dilapidata in cocci di bottiglia; tragitti inalterabili in motorino, la costrizione aprospettica della quotidianità; appartamenti sepolcrali o carcerari, asfissie geometriche, il sole esiliato o solo intuito nelle sue lance di luce sui mobili … la costruzione filmica sembra comporsi di sequenze (iper-) realistiche (uso del dialetto, di attori non professionisti), al limite del reportage, dell'indagine "dall'interno" di una realtà dimessa, sottomessa alla penombra e all'ineluttabilità, e mostrare quando la vita diventa stento, pura fatica in un mondo vischioso dove per muoversi è necessaria una forza sovrumana, un mondo a gravità aumentata dove il gesto è lo sforzo muscolare di un corpo piombato, dal peso specifico di un metallo pesante. Eppure, in questo ristretto universo di troppo facile pietà e commiserazione, in questo addensato universo, afasico e apparentemente insulso, troppo facilmente criticabile e deprecabile, si agita sul fondo una sostanza di sapore archetipico, una bolla simbolica della primordialità personale che affiora in punti "casuali" della superficie fattuale del racconto e si manifesta in scene dal taglio accostabile all'espressionismo. Il latte materno, le mammelle, sono per l'adolescente l'ossessivo Graal intimo, il sapore e l'immagine sospesi in un punto indefinito della coscienza, l'assenza dei quali è il vizio d'origine del suo essere in qualche modo "malato" e sospinto verso una strana ricerca, a volte cieca, a volte emotiva, a volte attratta da parvenze "parallele". Accidentalmente apprendiamo nel dialogo con l'anziana, che ha dato il suo latte a cinque figli, che Sunita ha dovuto negare il nutrimento del suo corpo al proprio bambino per emigrare: l'abbandono e la violenza dello sradicamento sono come un sottotesto di lava bruciante nelle brevi parole delle due donne. Scorgiamo poi il ragazzo spiare il petto nudo di una ragazza che si offre ad un gioco amoroso; lo vediamo seguire una madre che si apparta per dare il suo seno al bambino piangente. Inaspettatamente assistiamo alle lacrime, alla sua muta esplosione emozionale quando cerca di ridisegnare se stesso all'interno delle forme tiepide della madre dormiente. Infine l'autore riesce a comporre un dipinto in cui la manipolazione coloristica (le foglie sul terreno sono di fuoco) e la posa e la plasticità delle forme trasfigurano la scena, l'offerta surrogante delle mammelle, e la proiettano ad un livello mitico, simbolico, che si spoglia di qualsiasi gratuità dozzinale.

Lo spaesamento, distillato nel film nel contrasto tra rito propiziatorio e videogioco, nasce essenzialmente da una mancanza di nutrimento: persone private per necessità del latte della loro terra-madre, troppo spesso non trovano adeguata alimentazione per la loro anima nella terra in cui sono stati costretti a spostarsi.

Si dovrebbe forse convincersi che

“E' criminale tutto ciò che ha come effetto di sradicare un essere umano o d’impedirgli di mettere radici.” (Simone Weil),

e si dovrebbe forse guardare con attenzione alla denutrizione e all'indigenza materiale e spirituale del nostro mondo, - subita, accettata o procurata - e sentirne la punta sofferente nella carne della nostra responsabilità:

"Io mi sento responsabile appena un uomo posa il suo sguardo su di me."

(Fëdor Dostoevskij)