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CRITICA: Sole alto

  • Data di pubblicazione 13 gennaio 2017
  • Autore Diego Pasetto
  • Categoria Attualità

 

Rami, ragni, erbe, mosche, legni, gatti, sassi, cani, soli, occupano spazio filmico, attoniti o indifferenti, guardano la specie animale degli umani obbedire a leggi incomprensibili che conducono alla sciagura e al male comune dove tutti, indistintamente, perdono qualcosa (o tutto) e patiscono amputazioni soprattutto nella sostanza della propria umanità.

Lo sguardo epidermico della ripresa, troncato alternativamente da lacerazioni spaziali, ci conduce in una congegnata e "trilogica" declinazione di elementi omologhi, tre ere geo-generazionali di una terra che non sa a chi appartiene, che non riconosce di avere un popolo e che non si accontenta semplicemente di ospitare Persone, con gli stessi occhi, che respirano la stessa aria.

La giovinezza è il tempo-spazio-laboratorio della possibile Redenzione o della facile Dannazione. La maturità, ferita e piegata, si stringe muta o disperatamente ottimistica alla rassegnazione. La vecchiaia, tra fantasmi e residua tenerezza, ha già chiuso gli occhi sul presente.

L'autore esercita una pregnante iterazione del corpo e del sentire giovanile - come se la corrente elettrica della storia passasse essenzialmente su questi tralicci di carne - e porta l'inevitabile attenzione all'alto tasso di Eros che in essi scorre. La pulsione erotica si coniuga prima come sostanza unificante a contrasto con l'appartenenza etnica, eco di antiche risonanze tribali; poi, come imprescindibile richiamo della Natura, materia incendiaria delle sovrastrutture culturali e identitarie; infine, Eros sublimato, come rinuncia per un ritorno, per la riscoperta di una sfera affettiva più completa, più radicata.

I tre momenti passano tutti attraverso l'acqua, liquida lente ottica che ogni volta prepara la genesi o il coagulo di uno stato dell'animo; nell'ordine dei tre episodi: unione, distinzione, presa di coscienza.

Il riconoscimento degli stessi volti e degli stessi luoghi, stessa collina, stesse labbra, stesso lago, stesso nastro di strada tra la vegetazione, stessi capelli, e l'affioro di stesse contraddizioni e contrapposizioni, instilla un senso, un gusto amaro sul palato dell'anima, come di "veleno cromosomico" che circola nelle vene e nelle genealogie balcaniche, guastando la quotidianità della pace e potenziando la virulenza della guerra:

E anche quando stiamo bene noi gemiamo
semplicemente per non perdere il ritmo. (*)

Questa è la terra dei sogni.
Gli incubi diventano realtà. (*)

Lo spazio intimo, il riflesso privato di drammi epocali, ha una densità tale che rimanda alla potenza scatenata dalla fissione della più piccola particella di un elemento chimico e la sua osservazione è associata alla scelta controcorrente, rispetto a molto del cinema attuale, del non-mostrare, del non cedere alla spettacolarizzazione dell'azione bellica ma semplicemente  di "citarla" e di "far vedere" le invisibili ma sanguinanti piaghe nelle persone, ben consapevoli che in quelle assenze di tempo nell'azione filmica, gli anni si sono coperti di massacri, fosse comuni e frane di cadaveri.

La macelleria ha fatto una campagna porta a porta. (*)

… a volte continuando a combattere pur avendo perso di vista il perché :

Per che cosa stiamo combattendo?
Lo vedremo quando il fumo si disperderà.   (* da "Antologia degli aforismi di Belgrado")

Forse, qualcun altro tornerà a suonare la tromba, le case saranno riparate o ricostruite senza prendere soldi, una porta resterà aperta, una voce dirà:

Un’altra volta saprei incomparabilmente di più godere la vita.

Un’altra volta saprei.                                                                 (Izet Sarajlić)