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CRITICA: Tangerines

  • Data di pubblicazione 20 ottobre 2016
  • Autore Diego Pasetto
  • Categoria Attualità

La valle, a metà tra buen retiro e cul de sac, il sorriso arancio dei mandarini nella nuvola verde dei boschi e l'umidità fangosa nel respiro che diventa fumo, attrae con le sue malìe arcadiche e respinge coi suoi brividi d'erba schiantata e i labirinti neri tra gli alberi. L'ambientazione lascia subito intuire che, in questa scatola magica ( l'"altrove", il "di fuori", è solo nominato come se appartenesse ad una sfera onirica), andrà in scena un Apologo, una rappresentazione allegorica in cui i personaggi sono la figurazione recitante di caratteri, di situazioni esistenziali, di (dis-)valori umani.

Improvvisamente sulla bonaccia d'avvio s'annerisce il nembo della guerra ma nulla è concesso alla "spettacolarità" del sangue e delle esplosioni ("cose che succedono solo nei film"!!!), persino la morte e la sepoltura non hanno alcuna consistenza gravosa e lacerante perché sono frangenti simbolici, necessari al racconto etico che attraverso tali espedienti definisce gli attori: Ivo e il comprimario Margus, la Mitezza e il Buon Senso, i due soldati sopravvissuti, il volto unico ma bifronte dell'Inimicizia.

Tutto è pronto ora per procedere alla presentazione e allo svolgimento del tema: l'"Identità del Nemico". L'originale procedura di svalutazione morale e semantica dei conflitti in genere si affida ad un progressivo smarrimento dell'identificazione, dell'impronta fisiognomica, della maschera antropologica con cui un uomo, un gruppo, un esercito "riconosce" un altro come diverso e nemico, dissimile e antagonista.

Partendo da contrapposizioni ben definite, le due parti distinte ed avverse, mano a mano che il confronto si attua con le armi sotto il letto vanno a perdere i connotati che rivelano all'uno la contrapposizione dell'altro. La carta d'identità del "nemico", ben chiara quando si spara da lontano, si sbiadisce, si sfalda in una combustione silenziosa, diventa cenere e si rivela virtuale, una manipolazione imposta dall'esterno, non corrispondente all'essere umano con cui la mano redentrice del fato "costringe" a condividere la vita.

Infatti, l'Identità è così volatile nel film che (abilmente!) viene più volte confusa in un gioco di specchi ironici e deformanti per cui l'uno non viene riconosciuto nella sua "falsa" appartenenza e l'altro non viene riconosciuto in quella "vera" … e queste vengono talmente a confondersi che alla fine spariscono e (miracolo!)svanisce anche la contrapposizione… si realizza che "il Nemico non è identificabile con chi ci sta di fronte", egli apparteneva ad una "ragione" di cui forse i combattenti hanno solo una vaga idea o di cui forse se n'è persa l'origine, "ragione" che è sempre sostenuta da un "apparato amministrativo, poliziesco, militare , e il peggiore tradimento possibile consiste sempre nell'accettare la subordinazione a questo apparato e nel calpestare in se stessi e negli altri, per servirlo, tutti i valori umani. » (Simone Weil)

Per cui "E’ più facile condurre gli uomini a combattere, mescolando le loro passioni, che frenarli e dirigerli verso le fatiche pazienti della pace."(André Gide)

Il processo di disvelamento e di pacificazione operato dal paziente Ivo appare compiuto proprio quando s'innesca dall'esterno un'irruzione della medesima ottusità e doppiezza identitaria che  si manifestava all'inizio. La parabola termina dov'era principiata e ricomincia, eterno, il gioco al massacro della stupidità umana, in un circolo vizioso che l'ironia rende ancora più amaro:

" Da che mondo è mondo perché si fanno le guerre? Per assicurarsi la pace. E' raro che si faccia una guerra per arrivare alla guerra. Se per assicurarsi la pace occorre fare la guerra, non sarebbe meglio rinunziare alla pace? Almeno non si farebbero guerre. No! Perché se non si fanno le guerre che servono ad evitare le guerre, vengono le guerre." (Achille Campanile)

Pochi scampano o guariscono, e la speranza è tenue nelle ultime riprese sul mare (Mar Nero!) e al suono della "salvata" musicassetta gialla.