Condividi

CRITICA: Tra la terra e il cielo

  • Data di pubblicazione 06 ottobre 2016
  • Autore Diego Pasetto
  • Categoria Attualità

La Grande Madre GANGA è il legame, il grande ventre amniotico dell'India, da cui tutto viene e a cui tutto va. Il fiume Gange  E'  l'India "che si porta via la sua grande storia e corre verso l'oceano del futuro". Così recitava la voce fuori campo nel film "India" (1958) in cui Roberto Rossellini si poneva la domanda inevitabile per chi volge lo sguardo a questo sterminato paese: come si concilia il progresso con la spiritualità induista, come possono convivere le istanze di sviluppo materiale e il religioso "superamento delle illusioni della vita", come accogliere nello stesso cuore la volontà di intraprendere piccole e grandi opere per la modernizzazione e la inazione del sadhu che si abbandona alla contemplazione di una nuvola?

Ma se dobbiamo affidarci alla pellicola di Ghaywan (57 anni dopo quella di Rossellini) l'inevitabilità della domanda che pregiudizialmente poteva accompagnare lo spettatore in sala cade. Decade lo stereotipo dell'immaginario occidentale per cui l'India sarebbe,  continuerebbe ad essere (anche se sicuramente lo è stata!)la culla del misticismo, della ricerca profonda dell'Io, della sua "estinzione" nel Nirvana e della sua liberazione dal Samsara (il ciclo delle reincarnazioni). Inibita appare la percezione di quel "profondo senso di comunione, di tranquillità e, quasi di gioia" che Pasolini distillava nell'"Odore dell'India" (1961).

La policroma e multiforme dottrina Indù, la cui sacralità coincideva colla pulsazione di ogni singolo atto quotidiano, sembra che abbia conservato nella comunità che ci viene presentata solo la pelle esteriore, le vuote consuetudini, la sclerosi delle difformità sociali, la concezione vagamente dottrinale che regola odiosamente e senza più giustificazione mistica la separazione classista, l'incatenamento al ruolo sociale, la discriminazione di genere.

Si respira fissità e conformismo con la polvere delle strade.

I pellegrinaggi sono diventati pic-nic, la cremazione (ritorno mistico nella comunione con la natura) si riduce allo sporco mestiere dei  dalit (gli "impuri") soffocato nel sudore nelle imprecazioni e nell'alcol (qui il Gange richiama il Tamigi di dickensiana memoria), la riva sacra del fiume è diventata la vasca per vili scommesse, i ghat (le simboliche gradinate di discesa alla e ascesa dalla purificazione) non sono che botteghe e loculi di affari per piccoli uomini viziosi e schiavi della loro destinazione (come mercanti nel tempio).

In un tale plastico di impoverimento morale, probabilmente la riproduzione in scala di tutto il popolo subcontinentale, esiste però la linea rossa di una ciclicità eterna, che si perpetua come una stagione necessaria nel fluire delle età umane e che è rappresentata dall'increspatura che le giovani generazioni sanno produrre nella lastra dell'immobilità esausta, dell'impasse generato dal cinismo e dalla convenienza, dalla disillusione e dalla frustrazione … e quell'incrinatura che è destinata a scardinare, a rinnovare il mondo è data dall'unica, intima ma dirompente, misteriosa ed eversiva arma: la Sperimentazione del Sentimento.

Questo impulso-paura-desiderio di saltare nel vuoto che ogni giovane ha sentito tumultuare nello stomaco è rappresentato qui da due storie "qualunque" e proprio per questo esemplari: l'amore e/o il sesso al tempo dei social e il sentimento contrastato dall'appartenenza familiare o storia giuliettaeromeesca in salsa curry.

Due vicende che il regista svolge come due esercizi di stile: nella prima, la ricerca di un affrancamento dai ruoli femminili ortodossi attraverso i "contatti" e le "relazioni" della rete elettronica procede attraverso un linguaggio dal realismo crudo, da immagini spigolose e disidratate, scabro nelle sue inquadrature occlusive, spezzate, rovesciate e ravvicinate alla violenza e alla corruzione.

Nell'altra - la forza del Sentimento contro i muri sociali -, l'esercizio filmico s'ammobidisce, s'arrotonda, riprende i suoi fluidi, i quadri acquistano prospettiva e respiro ambientale, lo sguardo sale come un palloncino arancio nel cielo di Benares. E come nella migliore tradizione mèlo il destino ha il ruolo da invisibile coprotagonista, da motore dell'inevitabile tragedia e della sorprendente chimica del "ritorno alla vita".

Sperimentare se stessi, intraprendere "ingenuamente" un rischioso tentativo di esistenza, come se nessuno l'avesse mai fatto prima, questa è la forza e la speranza, è la collana luminosa di un treno che corre nella notte e si impone sull'immobile pianura circostante.

"La giovinezza ha la capacità di vedere la bellezza" - scriveva Kafka e Gandhi diceva-

"Sii il cambiamento che vorresti vedere nel mondo". Per mantenere e ripromettersi tali capacità bisogna avere il coraggio di dirigersi verso l'altra sponda, la riva destra (Benares si estende sulla sacra riva sinistra del Gange), la riva considerata impura, disertata, ma dove il vuoto della tradizione costrittiva può accordare nuove opportunità e nuovi spazi … nuovo … amore … basta salire sulla sua barca e attraversare il fiume della vita.