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CRITICA: Un mostro dalle mille teste

  • Data di pubblicazione 05 febbraio 2017
  • Autore Diego Pasetto
  • Categoria Attualità

“Signori, in piedi, entra il giudice.” La fine segna l’inizio del processo, giudiziario e narrativo, in cui ogni spettatore in sala è introdotto, a cui ogni spettatore in sala è chiamato ad assistere attraverso l’esposizione dei fatti, testimoniati dal resoconto “oculare” delle persone che vi sono in qualche modo coinvolte (per questo “vediamo” alcune scene da più punti di osservazione). Ognuno diventa membro virtuale di una giuria virtuale e si ritirerà, all’uscita dal cinema, nella sua camera di consiglio personale per emettere un verdetto che non sarà ascoltato da nessuno (o da un perplesso congiunto) ma che occuperà per un tempo variabile e indefinito il proprio discernimento.

Del resto il tema è (come si sente dire spesso) “di stringente attualità” per due elementi che a loro volta si ramificano in varie altre questioni, collegate ma non secondarie: il diritto alle cure sanitarie e la giustizia “personale”. Dal primo discendono a cascata: la crescente e sempre più profonda dicotomia, anche nelle società occidentali, civili e democratiche, tra abbienti e non abbienti, privilegiati e trascurati, la disparità nell’accesso a servizi fondamentali. Il secondo, strettamente connesso col primo, genera infiniti dibattiti sulla “presenza” dello Stato e le sue garanzie, “il torto dell'oppressore, la contumelia dell'uomo superbo, il ritardo della legge, l'insolenza delle cariche ufficiali”, i diritti e i limiti nella “sete di giustizia”, per arrivare alla citazione freudiana: "La vita diventa vita umana se è in grado di rinunciare alla violenza e l'esistenza della legge sancisce il non esercizio della violenza in cambio dell'appartenenza alla comunità degli uomini".

Il tema in sé è più adatto ad un giornalismo d’inchiesta o al documentarismo di denuncia che all’elaborazione artistica. Se ad un certo punto compare una pistola, beh allora è materiale di “genere”, sfruttatissimo dagli specialisti hollywoodiani.

Scendiamo la scala analitica di qualche altro gradino oltre a quelli dell’intento d’impegno civile e del thriller sociale.

Nella narrazione esistono delle costanti, strutture, schemi, dei nuclei di situazioni, personaggi (intesi come incarnazioni di tipi umani) funzioni, azioni, che si ripetono invariabilmente, dai racconti dell’antichità, dalla tradizione mitologica, in avanti attraverso l’epica classica, via via attraverso i grandi poemi medievali, le fiabe e il folklore planetario e (un po’ frettolosamente) fino alla letteratura e alla poetica moderna.

Schema:

La morte. Il re è malato e intorno a lui c’è una “terra desolata”. Il mondo è stato risucchiato dall’angoscia della morte. “Inutili e stantie” appaiono tutte le attività umane perché l’universo si è desertificato sull’unica idea che ha in questo momento diritto alla verità e alla realtà: la malattia e l’imminente perdita del Re=consorte=padre.

La ricerca. E’ necessario intraprendere un’azione, un viaggio, un’impresa, alla ricerca di ciò che può far guarire il re: una pozione o un’erba miracolosa, un sacro calice, un protocollo di terapia oncologica.

L’eroe. Solo la persona con il coraggio sgorgato dalla pena e dal cuore immacolato può intraprendere l’impresa. Il lavacro purificatore e la nudità nella preparazione dell’azione testimoniano simbolicamente la purezza d’animo dell’eroe. Il protagonista, la stessa Regina, ha sempre al suo fianco una persona fedele, uno scudiero, un “Telemaco”, che assiste amorevole e partecipa attonito.

Il viaggio. I luoghi sono freddi, chiusi, d’acciaio, cemento, vetro; opachi e sfuocati. L’oggetto della ricerca è negato, nascosto, inibito da figure simboliche, ministri senza volontà, che non hanno nessun contatto diretto col Rimedio, sono solo strumenti di contrasto, tentacoli o “teste”, della piovra, del drago, del “mostro” che custodisce l’Elisir. L’eroe, armato di determinazione e determinato ad usare le armi, è posto di fronte a Prove di coraggio, passa da una “stazione” all’altra del suo percorso investigativo, tagliando simbolicamente una testa dopo l’altra al Leviatano, che però immutatamente persiste nel suo combattimento infinito.

La pacificazione finale. Oggi le fiabe, arrivate a questo punto, non possono più seguire la traccia tradizionale del finale lieto (sconfitta del mostro, possesso del Rimedio, guarigione del Re) perché è come se la modernità avesse stravolto le leggi fondamentali dell’Universo che si rispecchiavano nel racconto favolistico. L’esposizione contemporanea che ricalca l’antica narrazione mitica diventa oggi pura parodia, immagine ironica e disillusa di una esistenza, di una società, di un ambiente che hanno perduto dignità e sacralità, in cui l’essenza stessa dell’umanità è svilita a mercimonio, le esigenze primarie della vita affidate ad una gerarchia di incompetenti o di distratti, nel migliore dei casi …

Ma allora, la Morte vince, il Re muore, l’eroe è sconfitto? … Beh, pur nella sua patetica ed impari lotta, la protagonista ha incarnato simbolicamente la fierezza della resistenza, l’istinto di conservazione, la difesa inconscia dell’umano rifiuto della morte fisica o metaforica. Ha dimostrato l’orgoglio dell’aspirazione a domini, concreti o ideali, che ci appartengono ma che ci vengono negati.

Per giustificare questo esercizio di lettura devo prendere a prestito la spiegazione che di un simile metodo ha dato uno dei giganti del ‘900 (e non solo!), Thomas Stearns Eliot, autore di THE WASTE LAND: “E’ semplicemente un modo di controllare, ordinare, dare forma e significato all’immenso panorama di futilità e anarchia che è la storia contemporanea. … la possibile resa del mondo in termini artistici.”