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Festival di Cannes 2010: Più Cannes di così...

  • Data di pubblicazione 08 settembre 2010
  • Autore Lorenzo Reggiani
  • Categoria Archivio Storico - Attualità

Cannes è il Festival. Anche se qualcuno vorrebbe suonare le campane a morto, anche se la manifestazione non nasconde più le proprie rughe, l'appuntamento sulla Croisette resta il più importante del mondo per il cinema. E nell'anno della grande crisi, il Festival, che ha celebrato la sua 63° edizione, ha cercato di cogliere lo spirito dei tempi, offrendo una competizione attenta ai valori umani, alla promozione di principi fondamentali come l'irrinunciabile dignità dell'essere umano, come il peso del tempo che passa, degli affetti che cambiano e si rinnovano.
Con un programma che più Cannes di così non si poteva. Quegli Autori maiuscoli che avevano un film pronto c'erano tutti: da Beat Takeshi a de Oliveira (che ci stupisce non tanto perché riesce a girare a 102 anni, quanto perché ancora non si è stufato dei festival), fino ad un redivivo Godard, ottantenne, che in nome della coerenza è tornato con un novecentesco “Film Socialisme”, dandoci il meglio ed il peggio di sé, orchestrando una sinfonia in tre movimenti, una nave nel Mediterraneo, conversazioni in lingue diverse, un filosofo francese, una cantante americana, un ambasciatore palestinese, verità e falsi miti. E un lancio affidato in anticipo alle parole di Cohn-Bendit. Più Cannes di così..
E poi parterre de rois: Mikhalkov, Kiarostami, Iñárritu (tutti un po' deludenti), Mike Leigh (convincente, ma non per la giuria), l'impronunciabile e geniale tailandese Apichatpong Weerasethakul, che se n'è andato con la Palma d'oro.
Più (fuori concorso) l'ennesimo immancabile Woody Allen, Stephen Frears, Iosseliani, Assayas. A sorpresa è arrivato Ken Loach, in gara, subito scortato da fauste previsioni, e invece rimasto a bocca asciutta, giustamente. Come sempre i pronostici della vigilia si rivelano fallaci, perché un festival, come il budino, si può dire buono solo il giorno dopo.
Fare pronostici era quest'anno ancora più difficile con una giuria dove a dirigere le danze era quel cappellaio matto di Tim Burton, al quale non poteva non piacere il visionario e fantastico “Zio Boonmee” del regista tailandese, che non cede al facile spettacolo per regalare cinema mistico, che racconta della vita e della morte, che strappa i confini tra l'essere umano, i suoi fantasmi e la natura.
Noi avremmo preferito che trionfasse “Des hommes et des dieux” di Xavier Beauvois, intensa storia del martirio di una piccola comunità di monaci francesi assediati dai fondamentalisti islamici in Algeria, che contiene tutto il necessario: terrorismo e trappismo, tolleranza e violenza, fede cristiana e pacifica convivenza con i musulmani, fragore di elicotteri e cori angelici, ricordando una tragedia vera e non ancora del tutto chiarita di una quindicina d'anni fa. Il film s'è preso il Grand Prix della giuria, che è poi come una Palma d'argento, e non è poco.
Come non è poco- anzi è fin troppo- il premio per la miglior interpretazione assegnato (ex aequo con Bardem) a Elio Germano, protagonista dell'unico film italiano in concorso, “La nostra vita” di Daniele Luchetti. Non ci ha convinto questa pellicola così “romanesca” del regista del “Portaborse”, anche se i temi che agita sono di scottante attualità, tantomeno ci ha convinto Germano, vedovo inconsolabile (mica tanto) che urla piangendo la canzone che lo legava all'amata moglie morta di parto, “Anima fragile” di Vasco Rossi (e Vasco ha chiamato il suo bimbo).
Le disperazioni e le lacrime per un attore sono una manna, anche per Javier Bardem, che ha diviso il premio con l'italiano, ma con più merito, calandosi nei panni del protagonista di “Biutiful” di Iñárritu: un padre che sta per morire e deve sistemare gli amatissimi figli, mentre non gli viene risparmiata nessuna disgrazia.
Sul fronte femminile, premio “singolo”, senza condivisioni, a Juliette Binoche, già protagonista dell'immagine ufficiale del Festival su manifesti e cataloghi. La sua interpretazione in “Copia conforme” di Kiarostami non è magari la migliore della sua carriera, ma è la cosa migliore del film dell'iraniano, non a suo agio in una vicenda “alla Antonioni” ambientata in Toscana. Niente fiction ma autentica commozione per il pianto dell'attrice durante la conferenza stampa del film, all'annuncio dello sciopero della fame iniziato dal regista iraniano Jafar Panahi detenuto nelle carceri di Teheran. Grazie alla Binoche, un momento irrituale nello stanco rito degli incontri con la stampa, ed un altro durante la premiazione, quando ha ricordato Panahi con un cartello in mano.
La cerimonia di premiazione ha visto altre, magari in parte non previste, emozioni. Come quelle del francese Mathieu Amalric, vincitore della Palma quale miglior regia per “Tournée”, attorniato dalle sue meravigliose attrici, tutte “vere” interpreti di burlesque, che è anche il tema del film. Mahamat Saleh Haroun, regista del Ciad, ha ritirato il Premio della giuria per “Un homme qui crie” dichiarando felice: “Per me è un sogno. Vengo da un paese dove non abbiamo niente. In quel deserto un film lo si prepara con lo stesso impegno con cui si cucinano delle tenere verdure per le persone più care”. Momento politico, questo premio
Altri momenti politici con “Hors la loi”, il film in concorso di Rachid Bouchareb sul Fronte di liberazione algerina e l'indipendenza della nazione africana del '62, che ha scatenato le polemiche dei nazionalisti e dell'estrema destra. Per il suo arrivo a Cannes, “gendarmerie” schierata in assetto antisommossa sulla Croisette, controlli di sicurezza raddoppiati all'ingresso del Palais, ed un migliaio di dimostranti, anziani reduci della guerra d'Algeria con vecchie divise d'epoca e bandiere francesi, intenzionati a contestare il regista e gli interpreti. Poi tutto è filato liscio, la manifestazione si è svolta pacificamente, col solo risultato di bloccare il traffico nella cittadina. L'Algeria è un nervo scoperto per la Francia, ancora oggi, ed il film non poteva ovviamente ambire ad alcun premio, anche se è fatto bene, con tre attori all'altezza, che si ricordano.
Chi poteva, e giustamente, ottenere un riconoscimento era l'inglese “Another Year” di Mike Leigh, per la stragrande maggioranza della stampa accreditata il più bel film visto in concorso. L'averlo ignorato nel Palmarès è uno di quegli errori che Cannes si porterà dietro. Ma non è certo il primo né sarà sicuramente l'ultimo.
“La giuria ha sempre ragione” ha detto Asia Argento in apertura delle premiazioni. Parole certamente approvate dalla direzione della manifestazione, e che vogliono semplicemente dire, senza polemiche né obiezioni: “E' il Festival, bellezza”.

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