Condividi

FESTIVAL: VENEZIA 2004

  • Data di pubblicazione 28 febbraio 2005
  • Autore Magè Avanzini
  • Categoria Archivio Storico - Attualità

Che dire della 61. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dopo che il presidente della Biennale Davide Croff l’aveva presentata come «la migliore Mostra del Cinema degli ultimi dieci anni, nonostante gli spazi inadeguati»? Ci si poteva aspettare ogni bene possibile, dato che il nuovo direttore della Mostra, Marco Müller, è un tipo cosmopolita, appassionato cinefilo, che gode fama di grande lavoratore e abile organizzatore: della endemica “carenza di strutture”, del palazzo “vecchio e fatiscente” già sapeva, tutti sapevano. Ebbene, dico che quest’anno la disorganizzazione è arrivata a livelli demenziali, o risibili, se - in quel del Lido - ti ritrovavi di buon umore, non ti avevano rapinato per un panino ed eri riuscito a vedere   un bel film. Io personalmente, veterana del Festival come   “accreditata cinema”, mi sono subito allarmata per alcuni indizi-novità stupefacenti:
*  tutti fermi in coda infinita per pagare e avere il pass, dato che quattro/cinque “addetti” non riuscivano a far funzionare il computer e mancavano le foto di noi accreditati, molto infastiditi per il ritardo (ma non sapevamo ancora che ai film era meglio presentarsi un’oretta o due dopo l’orario programmato);
*  la soppressione del bagno di emergenza al piano terra del Casinò, molto segretamente sostituito da un bagnetto anni ’50 raggiungibile a fatica - data l’urgenza del  bisogno - al terzo piano;
*  un’unica fila di accesso ai film sia per gli accreditati che per gli operatori stampa, tanto che mi è capitato di trovarmi in coda con Irene Bignardi, e io ce l’ho fatta, lei no;
*  l’impossibilità di acquistare un biglietto per la proiezione in Sala Grande, perché misteriosamente (!) i biglietti erano esauriti all’apertura dei botteghini prima ancora di essere messi in vendita.
A giochi finiti, si può dire che è stata l’edizione più caotica della Mostra cui abbia assistito. Certamente è stata una “grossa” Mostra, organizzata nel segno della ricchezza di autori, generi, nazionalità, ma scaduta nel segno della débâcle organizzativa per eccesso di quantità. Risate, brusii, urla fuori e dentro le sale erano all’ordine del giorno per ritardi (Johnny Depp è entrato in sala alle 2.20 per la lunare proiezione di Finding Neverland tra pochi sparuti spettatori, cui il boss della Miramax ha augurato che venisse offerta la prima colazione!), pellicole mischiate, spostamento di orari, sale stracolme (alla proiezione del Mercante di Venezia più di duecento persone si sono ritrovate senza posto, con il sindaco di Venezia seduto per terra), oppure sale semivuote, per i posti bloccati da invitati e sponsor che dopo la passerella disertavano le proiezioni (si è arrivati a vendere biglietti “last minute” al 50 per cento pur di riempire la Sala Grande...).
L’universo no global presente al Lido ha programmato meglio “Bohollywood”, “l’altra” Mostra, cui hanno partecipato, come registi, Naomi Klein, l’autrice del best-seller “No Logo”, con il film The Take e il premio Oscar Tim Robbins con il film Embedded, americanissima satira sulla guerra in Iraq.

Certo al “Global Beach” di Casarini e company è mancato lo sfarzo della nuova facciata del Palazzo del Cinema, una parata di 60 parallelepipedi in plexiglas violetto sormontati da leoni dorati. Io, e non ero la sola, ho trovato questa muraglia oriental-funeraria veramente orrida nella sua kitscheria, ma pazienza se fosse stata solo brutta (la bellezza è un dato molto personale). È anche costata moltissimo (dicono 800 mila euro) ed è risultata assolutamente non funzionale, dato che dalla strada non si vedeva una star neanche a pagarla, e questo alle star non avrà fatto molto piacere. A ideare e creare la facciata è stato incaricato un famoso scenografo che ha lavorato per Fellini, Pasolini e Scorsese, Dante Ferretti. Se è vero che il grande designer non ama «fare cose scenografiche, ma adatte alla storia che si vuole raccontare», allora i 60 leoni appollaiati - nonostante le ali - sulle colonne, sono una ironica metafora di una Mostra che, nonostante la buona qualità di molti film, non è decollata per il peso del “troppo”. Si alzeranno in volo il prossimo anno?