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FESTIVAL VENEZIA 2007 - GIORNATE DEGLI AUTORI VENICE DAYS N. 4

  • Data di pubblicazione 03 dicembre 2007
  • Autore Laura Pasetto
  • Categoria Archivio Storico - Attualità

Per il quarto anno, oltre ai consueti appuntamenti di contorno ed approfondimento, la rassegna ha offerto al pubblico con i tre documentari e pellicole provenienti da dieci paesi, oltre all’Italia, una mappa multiculturale del mondo contemporaneo, delle sue ossessioni, delle sue fratture. Ed allora si affrontano con lucidità e profondità diversi temi che si ritrovano in molti dei tredici titoli in gara: le guerre, l’abbandono e la mancanza del Padre, il nomadismo come scelta e come necessità, il potere crescente delle immagini e di chi le controlla.
Del regista e sceneggiatore russo Alexey Balabanov è Gruz: 200 (Cargo 200): ovvero le bare dei soldati caduti durante la guerra fra Unione Sovietica ed Afghanistan nella prima metà degli anni ’80. Cargo 200, ovvero gli ultimi passi verso il baratro di un sistema politico-economico che sarebbe collassato di lì a poco. Cargo 200, ispirazione per un film morboso, psicotico, disturbante. Ogni personaggio è costruito in modo tale da rappresentare il disagio di un imminente cambiamento. «Qui le cose cambieranno», sosterrà il condannato a morte prima dell’esecuzione. Non si tratta solo della rassegnazione di un condannato, ma della certezza di un cittadino sovietico alla ricerca del Dio che gli viene negato. Diverse storie si susseguono, piccoli esseri umani che zoppicano sul suolo di uno stato morente, sullo sfondo di una Leninsk quanto mai grigia e fumosa. Chi sono questi individui? Il lavoro di Balabanov lascia la libertà di trarre le conclusioni che si credono. Appare tuttavia chiara la volontà di mostrare quel mondo disperato, quell’angoscia per le morti dei cittadini, quella falsità evidente di polizia ed esercito, quell’ipocrisia che genererà la vicenda, realmente accaduta, che diviene simbolo della violenza subita dal popolo in quasi settant’anni di regime sovietico.
 Ne La Zona di Rodrigo Plá, vincitore del Premio Opera prima Leone del futuro e di altri riconoscimenti collaterali, un ragazzo percorre con la sua auto le strade eleganti di un quartiere residenziale, i bambini nelle loro raffinate divise scolastiche attraversano i viali e il sole splende sui curatissimi giardini all’inglese. Un piccolo paradiso terrestre. Un eden delimitato da un muro, dal filo spinato, da telecamere e sorveglianti. Una frontiera che separa questo empireo dall’inferno di una bidonville messicana.
Cosa siamo disposti a fare in nome della nostra sicurezza? Fino a che punto la paura di perdere i nostri privilegi, le nostre comodità può condizionare le nostre azioni?
Paura e sicurezza, parole che rimbombano nelle nostre orecchie ad ogni nuovo appuntamento elettorale. Senza punti di riferimento, senza una guida finanche la nostra cara democrazia appare un totem privo di significato. Rodrigo Plá rappresenta questo orrore con realismo e partecipazione, trasformando il microcosmo della Zona in una metafora della nostra società. Nell’era della democrazia take away, delle desert storm umanitarie, imparare a riconoscere la forza nascosta di un’oligarchia è un passo decisivo. Un governo amorale, come dev’esser chi è devoto al potere e al denaro, fatto di menti feroci, pronte ad aggredire senza pietà per mantenere la loro posizione. Assediate dalla paura, dal terrore di essere, un giorno, non più carnefici ma vittime. Un universo in cui vince l’egoismo e regnano l’istinto di sopravvivenza e di sopraffazione. Homo homini lupus.
Scorre veloce la vita, seguendo un ritmo insostenibile, innaturale secondo Ed Radtke. Vite vuote che popolano la New York di The Speed of Life, costrette ad inseguire un destino troppo celere. L’immaginazione si sostituisce così alla realtà. Sammer è un ragazzino di periferia; una tetra, amara, periferia urbana. Le sue giornate passano lente, fra la strada e i servizi sociali. Senza punti di riferimento, con genitori, famiglie, istituzioni assenti, la sola fonte di speranza è immaginare una vita alternativa. Una speranza che si fonde con la realtà, trasfigurandola. Un padre che abbandona la famiglia diviene, nella mente sognatrice di Sammer, un pescatore partito per l’Alaska. Un luogo lontano, come le nuvole, come gli aerei che sfrecciano, irraggiungibile ma al tempo stesso reale.
La triste periferia urbana americana e le terribili condizioni di vita che la abitano appaiono oggi l’humus ideale per i progetti dei giovani registi statunitensi. La disparità sociale, l’assenza o l’aberrazione dei servizi e delle istituzioni, l’incomunicabilità che si tramuta in violenza sembrano sempre più elementi imprescindibili per fotografare la realtà degli States. A questo squallido quadro Radtke aggiunge una personale riflessione sull’immagine (e sul cinema) come fonte di sogni e di illusioni. Il duplice punto di vista, oltre a rappresentare uno sguardo immediato sul rapporto dicotomico povero/ricco, miseria/agiatezza, divide e al tempo stesso confonde realtà e fantasia. Una riflessione sulla forza delle immagini come generatrici di passioni, felicità e amarezze. In una vita che corre veloce, andare del proprio passo è un privilegio.
Due giovanissimi fratelli, Stefek (6 anni) ed Elka (17), di fatto abbandonati a loro stessi, sono i protagonisti della pellicola del polacco Andrzej Jakimowski Sztuczki, giustamente insignita dell’Europa Cinemas Label, il premio principale della rassegna. In questo film, tutti i personaggi anelano ad ottenere quanto non possiedono (soprattutto perché non è molto ciò che ciascuno detiene): un papà, un impiego migliore, un’automobile più grande. Come si chiarifica da qui, crescendo i desideri perdono in limpidezza. Eppure il regista sospende il giudizio, disponendosi ad osservare con interesse partecipato tutte le piccole avventure delle sue creature, come fa il piccolo protagonista alle prese con i suoi soldatini. Fortunatamente per noi, il tono è deliziosamente scanzonato, poiché affidato principalmente allo sguardo curioso, mai pago, del vivace bambino. Il delicato racconto di formazione dei caratteri corre in primo piano, mentre sullo sfondo si muove parallelamente, si direbbe anch’essa palpitando, un’estate polacca sorprendentemente vivida e luminosa.
L’opera del regista tedesco Andreas Kleinert, già autore di Wege in die Nacht (Strade nella notte) passato a Cannes nel 1999, Freischwimmer, ambienta in una imprecisata cittadina della provincia una vicenda quasi horror dagli snodi narrativi imprevisti, che si moltiplicano in un crescendo delirante ma non sempre riuscito. Disseminato qua e là di citazioni riconoscibili, Freischwimmer si perde in troppe direzioni senza peraltro trasformarsi in un film corale. Dietro il ritratto privo di mordente di una società orfana di valori in cui i ragazzi si specchiano senza riconoscersi (l’idilliaca proiezione finale alla festa del liceo “Kafka”), si nasconde forse solo un moralismo di maniera.
Il cinema italiano non ha particolarmente entusiasmato alle “Giornate”. Quasi solo Valerio Mastandrea, in Non pensarci di Gianni Zanasi, Premio Arca Cinema Giovani e Premio Francesco Pasinetti. Con la sua consolidata forza di attore caratterista, scende in questa scena poco profonda e si mette a fare quello che gli riesce meglio: il simpatico e sfigato se stesso cinematografico. Ma non basta accostare al frenetico attore e al suo lungo monologo este-interiore, qualche elemento da cinema italiano medio basso contemporaneo (tipo famiglia in crisi e in commedia, quarantennismo da panico e tristezza). A quel punto si va avanti a forza di gag, nella speranza che ve ne siano un certo numero di riuscite col rischio di fermarsi a metà, ed è questo uno dei problemi principali. Scarsissimo in forma e luce e poca cosa in contenuti. Poca brillantezza e poca freschezza, ad ascoltare con sincerità battute e dialoghi. Non c’è da riflettere né da ridere amaro, stavolta.
Un breve accenno per il mockumentary (come in inglese si definisce un documentario fittizio) Le ragioni dell’aragosta di Sabina Guzzanti, accolto a Venezia da un tiepido applauso e già noto al pubblico delle sale, e per due documentari italiani, di maggiore interesse storico-biografico. Si tratta di Bianciardi! di Massimo Coppola e Alberto Piccinini, che delinea il ritratto di Luciano Bianciardi, uno scrittore difficile da inquadrare perché sempre al limite con le sue idee rivoluzionarie, e Viaggio in corso… nel cinema di Carlo Lizzani di Francesca Del Sette, che racconta i vari aspetti dell’esistenza e dell’opera del regista: il cinema e la politica; la Resistenza e la ricostruzione.
Prima mondiale e una Menzione speciale per Valzer di Salvatore Maira, che si snoda fra le scale, le stanze, i corridoi, le cucine di un grande hotel torinese per collegare ogni cosa, presente e passato, ricchi e poveri, emozione e corruzione. Un mélo incredibilmente moderno, sperimentale e insieme appassionato come raramente accade, concepito da una delle personalità più eccentriche del nostro cinema «per essere girato in un unico piano sequenza». Non per imporre «una trovata tecnica o una pretestuosità stilistica, ma per una scelta necessaria, connaturata alla storia» (Salvatore Maira).
Altra prima mondiale Un baiser, s’il vous plaît!  del francese Emmanuel Mouret, di cui si è visto l’anno scorso al Circolo del Cinema il divertente Cambio d’indirizzo.  Il film contiene mille e una storia, o forse un’unica storia ininterrotta, raccontata nella notte da una ragazza ad uno sconosciuto per evitare un bacio pericoloso. «Una storia - come scrive il direttore Fabio Ferzetti nel bel catalogo - che trova parole nuove per concetti vecchi e rende possibile l’inconcepibile, lecito il proibito. Anche se poi le conseguenze sono pesanti, malgrado le parole siano leggere, e la narratrice che ha iniziato a raccontare, portandoci in un altro film parallelo al primo, si rende conto che tutte quelle parole forse non bastano ad allontanare il pericolo, prima o poi bisognerà affrontare la realtà. Ma intanto il racconto ci ha avvolto nelle sue spire».
Opera prima La pluie des prunes di Frédéric Fisbach, sommessa pellicola che potrebbe cavalcare lo slancio comico che si crea in una situazione di totale incomunicabilità, oppure potrebbe affondare le radici nel problema della comprensione interpersonale in epoca globale, invece no: si limita a disegnare in punta di piedi le personalità spaesate che si aggirano per Tokyo come pesci fuor d’acqua, incarnando e mettendo in scena una delle maggiori ansie dell’uomo contemporaneo: la paura di perdersi.
Al totale cosmopolitismo che ha portato il globo a non avere punti nascosti, si contrappone la paura, a tratti ingestibile, di colui che non si sa orientare. Nel momento in cui la distanza non è più stata un problema, la  sovrapposizione del linguaggio è rimasta tale. Ecco perché il film non è sottotitolato e né tanto meno doppiato: i dialoghi in giapponese rimangono totalmente bui, finché anche noi spettatori non fruiamo della traduzione che un personaggio fa al nostro, monolingue, protagonista.
Il cinema ci espone ormai da tempo il binomio uomo-grande città. L’uomo piccolo, schiacciato da architetture imponenti, inquadrato dall’alto mentre scatta il semaforo pedonale, si riversa come un serpente ammaestrato lungo le vie del lavoro o consumo. È un film che non fa rumore anche se immerso nel frastuono.
L’Andalucía, per Alain Gomis, non è solo una regione, ma una condizione dello spirito. L’opera seconda del regista franco-senegalese si presenta come poetica e frammentaria, e mette in luce alcune sentite tematiche d’attualità: l’appartenenza ad un gruppo, la reazione di fronte ai soprusi e l’assuefazione ai luoghi comuni, il senso di disagio provato da chi non sa più riconoscersi. Yacine, il protagonista, è “un vero arabo, non mangia maiale”, ma suo padre si è convertito al cristianesimo. Non vuole un lavoro fisso, perché ancora deve trovare il suo spazio. Non ha una fidanzata, perché le donne che incontra sono per lui fantasmi, figure esili e sensuali che si muovono in una dimensione diversa dalla sua. A creare la complessità del personaggio figure di contorno, ricordi, dubbi ed ossessioni (la divertente sequenza della visita al museo Grevin, dove il protagonista, in mezzo a tanti miti dell’occidente cristiano, può solo guardare sotto le gonne svolazzanti di una Marilyn Monroe di cera).
Continental, un film sans fusil, primo lungometraggio del regista di corti indipendenti Stéphane Lafleur, mostra con caparbietà e sicurezza un profondo senso di solitudine e di angosciosa malinconia, particolarmente concentrata nello sguardo assente della macchina da presa; indaga l’animo umano e le sue sofferenze con linguaggio poliedrico ma superficiale. La regia, a tratti debole e poco incisiva nelle scene e nei dialoghi a due, particolarmente evanescenti, offusca l’immagine e la visione dell’intero film, incapace di esprimere il senso vero e concreto della solitudine umana, così misteriosamente spregiudicata da segnare il passaggio di molti sulla terra, uomini e animali. Traboccante di silenzio ma di scarsa incisività, Continental  non è in grado di evocare, per forma e sintassi, una adeguata composizione cinematografica della melanconia e di quell’estrema aberrazione intima che ne consegue. La tristezza del film, a volte elusa con un senso dell’humor dark e contraddittorio, non compensa la mancanza di una struttura narrativa avvincente e di un lessico appropriato alla trama.
 Nacido sin dell’esordiente Eva Norvind inizia sottotono, ma si libera ben presto di ogni pietismo o retorica, e lascia che le immagini parlino e, quando queste non parlano, lo fanno i personaggi. Il protagonista, José Flores, è “nacido sin”, nato senza. Senza braccia, senza dita dei piedi e con le gambe deformi. La sua vita può sembrare una condanna, ad un primo impatto. Ma Eva Norvind ha deciso di farci conoscere gli aspetti profondi, forti, e alcuni addirittura strabilianti, di quest’uomo. L’opera si presenta come un semplice documentario biografico girato con camera a mano, montato senza continuità cronologica, che indaga i vari campi della vita di José. Lo spettatore, dopo aver visto il protagonista camminare per le vie di Città del Messico, scopre così il lavoro che egli fa per vivere (suona l’armonica alle fiere cittadine), conosce la famiglia che con questo mestiere lui mantiene, ed inizia un percorso travolgente, una visione d’insieme dalla quale traspaiono molte morali. Di Nacido sin è difficile dimenticarsi. Molti punti della vita umana vengono toccati: José non è un uomo perfetto (e qui sta uno dei punti forti del film: la totale assenza di schieramento aggressivo - c’è dell’affetto, ma la comprensione non è mai imposta), e così non lo è il mondo che lo circonda. Ma il rispetto che tutte le persone intervistate nutrono verso la vita e verso i sentimenti, la consapevolezza che non sono la pietà o il vittimismo ad attirare felicità nell’esistenza, fanno sì che la pellicola brilli con molti punti di luce.
La zia di José, intervistata sull’infanzia del nipote, racconta aneddoti sul bambino senza braccia che si trascinava per terra. Poi aggiunge: «che bei tempi». Questa frase, che sembra stonare con la difficoltà delle vicende raccontate, è invece la vera chiave di comprensione del film. Una verità sospirata in quel modo ci restituisce la sensibilità di una famiglia che si vuol bene, e lo fa meglio di mille commenti off.

Questo “piccolo” film (senza  pretese, senza soldi, senza perentorietà né politicizzazione) ha il pregio di ritagliare uno spaccato di vita, ovviamente aderente alla visione della regista e del protagonista, ma dal quale emerge una tesi a cui mai si pensa: le persone con disabilità possono essere felici? Possono essere forti? L’uguaglianza tanto decantata non deriva anche da questo? Dal nostro modo di vedere il mondo, il pregiudizio è assente in tutte le sue forme o solo in alcune? José dice che la casualità è il modo che usa Dio per continuare a mantenersi anonimo. Lui non ce l’ha con nessuno, è anzi grato di tante cose che ha avuto, ovviamente conquistandosele. “Nato senza”, ma “cresciuto con”. Amore, stima, rispetto, intelligenza, forza.