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FESTIVAL VENEZIA 2007: IL CONCORSO

  • Data di pubblicazione 06 novembre 2007
  • Autore Roberto Bechis
  • Categoria Archivio Storico - Attualità

In una edizione caratterizzata da molte opere interessanti, ma nessuna di assoluto valore artistico, le decisioni per l’assegnazione dei premi del Concorso sono state sicuramente difficili e solo dopo lunghe discussioni e divisioni all’interno della giuria (composta da sette registi), il Leone d’oro è stato aggiudicato ad Ang Lee con Se, Jie (Lust, caution). Ang Lee così effettua il bis, due anni dopo il Leone d’oro per I segreti di Brokeback Mountain, con un film di intrighi in una ambientazione storica sull’occupazione giapponese di parte della Cina nella seconda guerra mondiale.
Il Leone d’argento per la regia è stato vinto dall’eccezionale Brian De Palma per Redacted, unico film premiato tra un folto gruppo di opere sulle guerre degli ultimi anni (su questo tema, sicuramente da vedere anche In the Valley of Elah di Paul Haggis, con una bravissima Charlize Theron). Splendido approfondimento sui diversi aspetti e condizionamenti delle tre principali realtà presenti nella guerra in Iraq: i militari, i mezzi di informazione e la popolazione irachena, il film è una forte denuncia degli effetti collaterali.
Tutti contenti, ovviamente, per il Leone d’oro del 75° al nostro Bernardo Bertolucci e per il Leone d’oro alla carriera al visionario Tim Burton, mentre il Leone d’oro speciale per il complesso dell’opera è stato assegnato a Nikita Michalkov, in concorso a Venezia con 12, remake de La parola ai giurati che vede impegnati dodici giurati russi nel processo contro un ragazzo ceceno accusato di parricidio.
Il film sicuramente più apprezzato dalla critica e dal pubblico, La graine et le mulet di Abdellatif Kechiche che racconta la famiglia e la società magrebina francese, ha vinto il Premio speciale della giuria ex aequo con I’m not there di Todd Haynes. Anche questa volta nessun film italiano è stato premiato, ma, a differenza del recente passato quando la pochezza del nostro cinema veniva coerentemente rappresentata anche a Venezia, oggi che, finalmente, assistiamo a pellicole nazionali di nuovo interessanti ed attuali, la responsabilità dell’assenza di premi (e la scarsità di valore delle pellicole presentate) è soprattutto di chi ha scelto le opere per rappresentare l’Italia.
Oltre al film di Eric Rohmer Les amours d’Astrée et de Céladon, tra le opere non premiate merita sicuramente una evidenziazione It’s a free world... di Ken Loach, un duro e bellissimo approfondimento sullo sfruttamento della forza lavoro dei disperati che raggiungono il nostro continente in cerca della libertà.
In una storia ambientata nell’epoca della flessibilità del lavoro e della globalizzazione, Loach non prende posizione su un tema così attuale, ma cerca, riuscendoci, di portare alla luce comportamenti e atteggiamenti spesso troppo nascosti all’interno della nostra società, ma pronti ad esplodere con improvvisa violenza. Un’esperienza di sceneggiatura collettiva per un film di denuncia, nel classico stile di Loach.
Un capitolo a parte meritano le conferenze stampa: sempre più disdegnate dai giornalisti italici (che preferiscono gli incontri individuali con gli autori e gli  attori), fortunatamente continuano ad essere molto interessanti grazie ai protagonisti delle pellicole (che giustamente amano riservare notizie in esclusiva per questi momenti pubblici) e alle domande dei giornalisti stranieri (evidentemente meno timorosi del confronto e più aperti al dialogo collettivo dei giornalisti di casa nostra).
Perciò, anche quest’anno vi sono stati momenti particolari, come quando il regista Paul Haggis (Crash), parlando di In the Valley of Elah, ha rivelato come nel suo film abbia coinvolto molti veterani di guerra sia davanti che dietro la macchina da presa. Inoltre, il bravo e impegnato regista americano ha sostenuto che, a differenza della guerra in Vietnam, quando vi erano molti giornalisti validi sul campo pronti a registrare e rivelare al pubblico verità scomode e non gradite, ora spetti agli artisti raccontare, perché dagli attuali reportage non si sa esattamente cosa stia succedendo in queste guerre del 21° secolo. 
Un altro racconto interessante è stato fatto dagli attori del film di Rohmer sulle lunghe pause, spesso al freddo, per aspettare le giuste folate di vento spontanee tanto amate dal grande regista/artigiano (come egli stesso ama definirsi) francese. Ma anche della grande attenzione del maestro per la natura nel rispettarne il silenzio durante le riprese.
Infine, uno dei momenti più significativi delle conferenze stampa è stato nell’incontro con Ken Loach: ad una domanda su quale sarà il futuro del cinema come lo intendiamo oggi, con le proiezioni pubbliche in sala, il regista ha risposto di essere convinto che il cinema avrà lunga vita così come il teatro, perché in entrambi i casi si tratta di messe in scena che offrono agli spettatori, che per lo più non si conoscono fra loro, l’occasione di condividere l’esperienza di intense emozioni suscitate dalla visione.
Noi del Circolo del Cinema non possiamo che essere d’accordo.