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FESTIVAL VENEZIA 2007: LA SIC, IMPORTANTE VETRINA PER GIOVANI REGISTI

  • Data di pubblicazione 06 novembre 2007
  • Autore Magè Avanzini
  • Categoria Archivio Storico - Attualità

Giunta alla sua 22a edizione, la Settimana Internazionale della Critica, organizzata dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani, si è via via consolidata acquisendo maggiore visibilità e autorevolezza tanto da rappresentare un importante appuntamento per i cinefili. Infatti l’obiettivo della rassegna è la ricerca e la valorizzazione di nuovi talenti, quindi di nuove idee di fare cinema, di nuove forme di narrazione e di comunicazione.
La Settimana ha preso il via con un evento-omaggio: la proiezione del primo cortometraggio (Borom Sarret) e del primo lungometraggio (La Noire de...) dello scrittore e cineasta Ousmane Sembène, scomparso lo scorso giugno, che fu tra i primi a dare voce alla sua terra d’origine, l’Africa Nera. Due proiezioni imperdibili. Come secondo evento, in chiusura della Settimana, è stato presentato il film messicano Año uña del giovane regista Jónas Cuarón, che racconta l’innamoramento di un quattordicenne messicano per una turista americana ventenne, attraverso il montaggio di una serie di quattromila foto digitali: la natura documentaria delle fotografie influenza la storia dando alla finzione del racconto un’atmosfera di schietto realismo.
Le sette opere prime selezionate quest’anno hanno offerto un vasto repertorio di temi, linguaggi, spaccati di vita differenti e lontani, dato che il cartellone presentava opere provenienti dagli Usa, dalla Francia, Russia, Italia, ma anche dal Belgio, dal Kazakhstan e da Taiwan.
E proprio al regista taiwanese Ling Jingjie - guarda caso è di Taiwan anche Ang Lee, Leone d’Oro con Lust, Caution - è andato il premio della giuria. Il suo film Zui yaoyuan de juli (La massima distanza possibile) è un’opera tutta da ascoltare: il suono accompagna i tre personaggi nella ricerca della propria interiorità e assume una sua dimensione specifica, quasi autonoma dalle immagini; è la ragione stessa del film. Tre individui vivono la lacerante esperienza dell’abbandono e incrociano il proprio cammino sfiorandosi, sostituendosi, uniti dai rumori registrati da Xiaotang, tecnico del suono rimasto senza lavoro e senza amore. L’audiocassetta inviata alla sua ragazza che però ha cambiato casa, giunge nelle mani di Xiaoyun, una giovane che ha appena chiuso la sua relazione amorosa. Mentre Xiaotang confessa le sue pene ad uno psichiatra, pure lui depresso per una delusione sentimentale, la giovane Xiaoyun si mette in viaggio alla ricerca di chi ha registrato quei suoni. Il film è intenso e raffinato, diretto con mano esperta, debitore di altri racconti di solitudine provenienti dal cinema orientale.
Un esordio meritevole del premio, anche se il film di cui molto si è parlato a Venezia e molto si parla ora che è uscito nelle sale cinematografiche è La ragazza del lago, primo lungometraggio del quarantenne Andrea Molaioli. Dalle pagine di “Lo sguardo di uno sconosciuto” della scrittrice norvegese Karin Fossum ha tratto la storia, trasferendola dal paesaggio di un fiordo ai monti della provincia friulana. Anna, una bella ragazza fidanzata e illibata, sportiva, adorata dal padre, viene trovata morta in riva al lago di un paesino di montagna e le indagini vengono affidate al commissario Giovanni Sanzio, napoletano da poco trasferitosi al Nord. Il bravissimo Toni Servillo dà corpo a un detective misurato e malinconico che, con apatica intelligenza, scandaglia i misteri del piccolo borgo incantato e di tutta la sua umanità, assolutamente normale, lontana anni luce dall’idea del crimine. Eppure tutti soffrono un disagio profondo, hanno della colpe nascoste, dei tormenti, potrebbero essere i responsabili dell’assassinio. Come in tutti i gialli si sa che il commissario risolverà il caso, ma in questa storia la fotografia e la comprensione dei drammi familiari diventano più importanti della scoperta del colpevole, verso il quale Sanzio, e noi con lui, proviamo più compassione che sdegno.
La ragazza del lago è una storia forte, un vero e proprio noir di gusto francese, efficace nel delineare le caratteristiche interiori dei personaggi e nel far emergere scenari drammatici e inquietanti di una società in cui i confini tra bene e male sono assai labili, come purtroppo tante storie della nostra cronaca provinciale ci hanno detto. Il regista ha dimostrato un grande talento nella composizione delle inquadrature, mai fine a se stesse, e nell’affrontare temi come follia, handicap, malattia con composta umanità. È certamente stato aiutato da un cast di attori di altissimo livello - da Toni Servillo a Valeria Golino, Anna Bonaiuto, Omero Antonutti - oltre che dalla sceneggiatura di Sandro Petraglia. Il successo del film, meritato, è dovuto alla sinergia di tutti questi fattori, ai quali forse va aggiunto il fatto che gli altri film italiani in concorso a Venezia hanno fatto un sonoro fiasco, come lo stesso regista ha lasciato intendere, per modestia o per la delusione di non essere stato selezionato per la gara più importante: La ragazza del lago poteva duellare senza paura con le opere dei più accreditati registi del cinema mondiale.

Va riconosciuto il merito alla Settimana della Critica che sempre più si qualifica come importante vetrina per giovani registi alla loro prima prova.