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GIORNATE DEGLI AUTORI 2004-08: CINQUE ANNI DI INDIPENDENZA

  • Data di pubblicazione 02 novembre 2008
  • Autore Laura Pasetto
  • Categoria Archivio Storico - Attualità

Una delle occupazioni più usuali per chi segue per intero le dieci giornate della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è la lettura dei quotidiani, per ingannare le attese e per avere le critiche e le impressioni dei giornali sui film presentati. E chi, come me, si accingeva a seguire la sezione delle “Giornate degli Autori” di questa 65ma edizione del Festival era quasi sopraffatto dall’ansia, dal timore di quello che si sarebbe dovuto affrontare in sala. Perché, alla luce del livello della sezione del concorso e, sostanzialmente, delle sezioni parallele, la domanda che serpeggiava tra pubblico e critica era: ma esiste ancora il cinema d’autore?
La risposta, oltre ad alcune perle nascoste tra i titoli delle diverse sezioni, almeno per quanto riguarda la quinta edizione delle Giornate è: sì.
Tra i tredici film presentati il tradimento, la lacerazione e il dissidio interiore sono i veri fili conduttori in un panorama che comprende nove anteprime mondiali e cinque opere prime. L’apertura è affidata alla regista belga Patrice Toye, al secondo lungometraggio (dopo l’acclamato Rosie del 1998) con Nowhere Man, racconto estremamente moderno delle ansie e delle inquietudini di un quarantenne, Tomas, che in apparenza ha tutto ciò che un uomo possa desiderare, ma che sogna di fuggire dalla propria inadeguatezza e di “rinascere” su un’isola lontana.
Ma neanche nella realizzazione del sogno il protagonista si sente appagato e torna esattamente come era prima, senza un’identità, immaturo e vuoto. Il film, presentato in sala da Wim Wenders, compie una perfetta analisi, giocata sul duplice piano realtà - immaginazione, delle insicurezze e delle difficoltà di relazionarsi con gli altri tipiche dell’uomo moderno, imprigionato sia nella società in cui vive, sia nell’isola dei propri sogni.
Opera seconda pure per lo sloveno Vinko Möderndorfer, già a Venezia nel 2004, qui anche sceneggiatore di Pokrajina Št.2 (Landscape N° 2), la vicenda di due “ladri gentiluomini” che seguono un loro codice d’onore, codice prontamente tradito dal più giovane dei due, che una volta ripresa la loro vita normale vivranno una serie di tragici eventi e rivelazioni che sconvolgeranno  l’equilibrio (o pseudotale), mentre i misteri resteranno irrisolti. Struttura troppo lineare, personaggi pressoché inconsistenti e una regia più da fiction televisiva che da thriller politico sono i punti deboli di questo timido tentativo di far luce sul passato “nascosto e taciuto” del proprio paese, il secondo dopoguerra, tra collaborazionisti e fosse comuni, e sulle responsabilità della Chiesa.  Il tentativo forse troppo ambizioso di voler intrecciare due storie parallele, spesso lascia senza punti di riferimento lo spettatore che viene sì coinvolto, ma solo dallo svolgimento della trama in sé più che da un moto di sdegno e compassione per la realtà storica del popolo sloveno.
Primo film italiano della rassegna e opera prima del produttore di Full Monty Uberto Pasolini, il vincitore dell’edizione 2008 delle Giornate è Machan, una storia vera, l’avventura di ventitré singalesi partiti per la Germania per un torneo di palla a mano. Peccato che nessuno di questi sapesse in cosa consistesse questo sport, che non esistesse la Nazionale dello Sri Lanka e che dopo la prima giornata tutti i giocatori si siano dileguati senza lasciare traccia. Pellicola divertente e leggera che tratta due dei temi più attuali per la nostra società, immigrazione ed integrazione, senza scadere nel paternalismo e senza la supponenza tipica dell’occidentale che incontra culture diverse dalla propria. Se il viaggio attraverso i personaggi, costruiti sulle storie delle persone incontrate in loco dall’autore e attraverso i luoghi del film, riesce a dare un ritratto, seppur ironico, onesto e convincente dell’universo singalese, spesso l’utilizzo eccessivo dei toni leggeri della commedia, refuso della produzione di Full Monty, poco si equilibrano con la durezza delle condizioni sociali ed economiche descritte; per il taglio dato alla narrazione un sorriso serve a sdrammatizzare e a rendere un po’ più dolce l’amaro, ma l’eccesso rende più difficile allo spettatore cogliere le sfumature.
Terzo esordiente è il rumeno Adrian Sitaru che ha scritto, diretto e montato lo stralunato Pescuit sportiv (Hooked), film a basso costo che racconta la giornata di due amanti in campagna che trascorre tra un litigio e un altro e viene stravolta dall’incontro con una prostituta, anzi dallo scontro visto che la ragazza viene investita dall’auto dei due. Il film è girato tutto in soggettiva dei diversi personaggi, le inquadrature seguono i loro sguardi e questo fa sì che si venga risucchiati nel triangolo sentimentale fatto di bugie e tradimenti dei due protagonisti in cui si inserisce la figura della prostituta Ana (o Violeta?), vero perno narrativo della pellicola. È lei, con la sua spola tra i due amanti, a dirigere la situazione, gioca con il detto e il non detto, portando angoscia, riso e caos. Con circa sedici versioni della sceneggiatura, 300.000 euro e qualche telecamera digitale, Sitaru costruisce la sua storia su di una forma ellittica che lascia aperte molte domande, pone al centro un rapporto d’amore ormai al limite dell’esplosione che si risolve attraverso la comunicazione, attraverso le continue provocazioni di un “terzo”, di una sorta di interfaccia tra i due protagonisti.
Film realizzato a bassissimo costo, autoprodotto con circa mille euro di budget, girato in sette giorni sul litorale romano è Un altro pianeta di Stefano Tummolini, già sceneggiatore per il grande schermo e collaboratore ne Il bagno turco di Ferzan Özpetek, gradevole opera prima che si contrappone per metodo e filosofia alla consuetudine del cinema italiano, rifacendosi al progetto zavattiniano di mostrare novanta minuti consecutivi della vita di un uomo e farne uno spettacolo non di pop art, ma di umana materia. Anche la struttura narrativa rispecchia quello che è il concetto che sta alla base dell’opera: da un inizio quasi scabroso e crudo, nasce una delicata storia di tenera amicizia in cui i caratteri principali hanno un’evoluzione che porta allo svelarsi della loro identità. Ed è proprio questo, il gioco dello svelarsi, della maschera che ci si impone per allontanare i pregiudizi, a muovere le relazioni e anche la stessa fisicità dei personaggi che cambiano ed interagiscono tra loro in una sorta di parabola emotiva. Un altro pianeta raggiunge vette di inatteso spasso e sorprendente calibratura degli ingredienti dolci e amari che lo compongono; peccato che, ironicamente, difficilmente troverà una distribuzione, viste anche le notevoli difficoltà della realizzazione, proprio a causa dei pregiudizi che cerca di sconfiggere mettendoli in scena.
Primo lungometraggio anche per il finlandese, già regista di corti pluripremiati, Jukka-Pekka Valkeapää con Muukalainen (The Visitor) che racconta la vita semplice e monotona di un ragazzo che vive con la madre in una sperduta fattoria nell’interno della Finlandia. L’unico contatto con l’esterno per il giovane sono le visite in prigione al padre violento. La vita dei due verrà sconvolta dall’arrivo di un uomo, amico del padre, accolto con riluttanza ma che cambierà la vita sia dei protagonisti, sia la propria. Pellicola che si può a buon titolo inserire nel genere esistenziale e fondamentalmente mistico del maestro Andrej Tarkovskij: la natura domina incontrastata, le intimità delle vite vengono svelate dai gesti più che dalle parole, il mistero di persone ed incontri destinati a provocare cataclismi nelle vite di coloro con cui entrano in contatto, i prolungati silenzi che sono ben più espressivi dei dialoghi sciatti e banali nella loro quotidianità. Questa è l’essenza di uno dei film della rassegna che più ha fatto discutere e che, per molti, più ha deluso, quasi più un esercizio estetico fine a se stesso, la ricerca estrema della forma sulla sostanza.
Altra esordiente, nota oltremanica per le sue regie televisive, è l’inglese Sallie Aprahamian autrice di Broken lines, basato su un’opera teatrale originale scritta dai due attori Doraly Rosa e Dan Fredenburgh, che narra la storia di due solitudini che si incontrano e di come il dolore, in questo caso il lutto, sia una sorta di cerniera all’interno della vita di ognuno, ed ancora di come sia proprio il dolore a permettere all’uomo di affrontare quei drammi che portano i cambiamenti, le svolte all’interno del corso dell’esistenza: un viaggio attraverso l’amore, il senso del dovere e il conflitto, sullo sfondo di una Londra urbana e contemporanea. Nonostante l’espediente ormai stucchevole della “finestra di fronte”, retaggio forse della cultura televisiva della regista come una certa debolezza nei dialoghi, è un esempio di puro cinema inglese per quanto riguarda l’ambientazione in periferia, rappresentazione del lavoro, la prova di attori ottimi che tratteggiano personaggi veri schiacciati da conflitti veri.
Sempre europeo, al suo terzo lungometraggio, il ceco Bohdan Sláma che con Venkovský ucitel (A Country Teacher) ci racconta la storia di una fuga. Un brillante insegnante di città si trasferisce in una piccola scuola di campagna; dopo essersi discretamente inserito nel nuovo tessuto sociale, arriva l’ex-compagno a sconvolgere ogni certezza e l’equilibrio conquistato.
Peter, il protagonista, come detto fugge dalla città, da una madre ingombrante, da se stesso e dalla propria sessualità, tenuta nascosta fino quasi alla fine ai nuovi amici; ed in questo continuo sprofondare in sentimenti e situazioni contrastanti e spesso portate al limite, ciò che riuscirà a ricomporre i cocci sia nei rapporti sia nell’animo stesso di Peter sarà l’insegnamento. L’insegnamento, nello specifico delle scienze naturali, una sorta di metafora per educare all’osservazione, al superamento delle apparenze e alla ricerca dell’essenza ed insieme la rinnovata consapevolezza che lo rende di nuovo padrone di se stesso. «La Natura produce solo originali; ognuno di noi è diverso. La diversità può essere un dono o una trappola. Tutto dipende da come la viviamo».
Probabilmente il migliore della rassegna, che a mio parere meriterebbe una distribuzione anche in Italia, della francese Sylvie Verheyde è Stella, presentato in sala anche dall’emozionatissima e bravissima protagonista Léora Barbara, una sorta di 400 colpi al femminile, un film di formazione sulla solitudine che caratterizza il delicato passaggio tra infanzia ed adolescenza, ambientato nella Parigi del 1977. La vita dell’undicenne Stella è divisa in due mondi diametralmente opposti: la periferia in cui i genitori gestiscono un locale, che è anche la loro casa, e la nuova scuola, che deve affrontare da sola, frequentata dai figli dell’alta borghesia parigina. L’incontro con la compagna Gladys riuscirà a strapparla dall’emarginazione in cui si trovava costretta e a guidarla alla scoperta di un nuovo esaltante periodo della sua vita, non solo facendole scoprire un nuovo linguaggio in cui ritrovare ed esprimere le proprie emozioni, parole che fossero diverse da quelle pop cantate dal juke-box, o dalle vacuità dei genitori immaturi e distanti. Doloroso, divertente, basato sui ricordi d’infanzia della regista ben attenta a non sovrapporre il proprio lavoro di razionalizzazione e rielaborazione, ma lasciando lo spettatore, grazie ad una narrazione in prima persona ben anticipata dai movimenti della camera, a scoprire e a vivere insieme a Stella un anno cruciale per la propria esistenza, riesce a raccontare un’epoca e un’età fondendole magicamente tra loro, senza mai indugiare nella nostalgia. È l’amaro diario di un’adolescente che ha saltato l’infanzia, è il racconto di un’opportunità: prendere coscienza che il suo mondo non è l’unico possibile, non è il migliore, forse non è nemmeno più quello che la fa felice.
Lascia un finale aperto, senza dare giudizi, aperto alle conclusioni che lo spettatore vorrà trarre, Michal Rosa in Rysa (Scratch), quasi la versione polacca de Le vite degli altri, prende spunto da un dibattito che interessa la Polonia da qualche anno, dopo l’apertura degli archivi della Stasi. L’armonia di una coppia, Joanna una biologa e Jan un matematico nella Cracovia moderna, viene spezzata dall’arrivo anonimo di una videocassetta che rivelerebbe che l’uomo sarebbe un agente dei servizi con l’ordine di sposare Joanna per poter spiare il padre di lei, politico anteguerra, incarcerato e scarcerato dal regime.
Quello che inizia come un’investigazione, un’inchiesta si trasforma in un’equilibrata espressione dei personaggi che si muovono nella loro quotidianità. Ma non si tratta di un film politico, la questione politica fa da sfondo alla vicenda matrimoniale, alle problematiche dei personaggi: come questi riescano a confrontarsi con le ombre del proprio passato e, di riflesso, con il passato del proprio paese. È sostanzialmente una storia di infedeltà, la protagonista sprofonda nella tragicità del dubbio e lentamente si distacca prima da marito, poi anche da se stessa non riuscendo ad accettare una situazione che diventa sempre più tragica, arrivando al punto di rottura. Lo spettatore non saprà mai qual è la verità, saprà però per certo che la saldezza di quel legame non era poi così granitica se l’insinuazione non supportata ha potuto produrre gli esiti che vengono mostrati, come un “graffio” sulla liscia superficie di un matrimonio qualsiasi possa trasformarsi in una ferita non rimarginabile.
A cinque anni da Ana y los otros (presentato a Venezia all’interno della Settimana della Critica), Celina Murga torna con Una semana solos per raccontare un nucleo di bambini figli della borghesia argentina in un film di formazione presentato da Martin Scorsese, e ritrarre l’alta società del paese chiusa in un quartiere residenziale, un microcosmo avulso da tutto ciò che sta al di là della sbarra all’ingresso, un mondo che basta a se stesso. Con la pesante mancanza di ruoli guida e di figure adulte, si sviluppano i rapporti e le dinamiche che porteranno il gruppo ad un finale corrosivo, autodistruttivo. L’analisi anche qui parte da un dato concreto, lo sviluppo in Argentina di questo tipo di quartieri chiusi, quasi delle gabbie, in cui crescono e si formano le nuove generazioni. Ragazzi convinti che non esista altro al di fuori del proprio nido, che quello sia l’unico ed il migliore modo di vivere e che non ci sia necessità di cercarne uno diverso. Nell’illusione della sicurezza, nel tentativo di proteggere i figli dal caos e dalle brutture del mondo, i genitori, gli adulti cui questo film si rivolge, in realtà impediscono loro di scoprire la dimensione umana “dell’altro” e, quando ne entrano in contatto, l’impotenza e l’inedeguatezza provocano la rabbia che poi esplode nella violenza. Una pellicola interpretata da ragazzi, ma un grido d’allarme per gli adulti: è così che si dovrebbe formare la generazione che in futuro dovrà guidare il paese?