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Giornate degli Autori – Venice Days n. 6

  • Data di pubblicazione 30 novembre 2009
  • Autore Laura Pasetto
  • Categoria Archivio Storico - Attualità

Stravolgendo l’urbanistica del festival tra cantieri e transenne, allestendo la nuova sala improvvidamente accanto al centro acusticamente pulsante per il pubblico, il risultato non cambia. La sesta edizione delle “Giornate degli Autori” anche quest’anno, con 15 anteprime mondiali, 4 opere prime, con ben sei documentari, offre un panorama sempre stimolante del cinema internazionale indipendente, del cinema della creatività a basso costo, quel cinema che scopre, come il più rinomato Soundance Festival, delle vere e proprie perle che spesso restano sconosciute al grande pubblico. Quest’anno, superato lo snobismo anglofilo, alcune pellicole dovrebbero aver trovato una distribuzione anche in Italia.

E tutti italiani sono i sei documentari della rassegna, Vittorio D dei documentaristi  Mario Canale ed Annarosa Morri, che regala un ritratto intimo e toccante di Vittorio De Sica, dell’uomo e dell’artista poliedrico che era; L’amore e basta di Stefano Consigli, un viaggio affrontato senza retorica tra le famiglie di fatto in Europa e in Italia, un racconto intelligente volto a sottolineare le somiglianze e non le differenze tra mondo etero e mondo gay. Due pellicole raccontano storie di donne, Ragazze - la vita trema di Paola Sangiovanni, lodevole e ben riuscito tentativo di richiamare alla memoria collettiva delle giovani generazioni di donne le lotte e, anche, i risultati ottenuti dal movimento femminista italiano; Poesia che mi guardi, seconda opera di Marina Spada, una docu-fiction che propone la rilettura della vita di una poetessa degli anni Trenta, Antonia Pozzi, morta suicida all’indomani della promulgazione delle leggi razziali, donna che sfidò il suo tempo nel mondo intellettuale e che oggi rivive grazie ad un gruppo di giovani poeti “di strada”;  solo un accenno ad un altro omaggio alla poesia italiana con Alda Merini - una donna sul palcoscenico di Cosimo Damiano Damato, per chi ancora non conoscesse questa grande artista milanese scomparsa il 2 novembre 2009. Più sferzanti politicamente Videocracy  di Erik Gandini, già campione d’incassi nelle sale, un excursus implacabile, una critica feroce dell’anomalia mediatica italiana; e Di me cosa ne sai  di Jalongo, Apolloni e Manfredonia, presentato in una sala gremita, un viaggio attraverso l’industria del cinema, la “macchina cinema”, per tratteggiare i problemi del  cinema italiano, individuando nelle difficoltà strutturali italiane e nell’ imbarbarimento culturale causato dalla televisione le cause della crisi di identità attuale. Pellicola interessante che offre notevoli spunti di riflessione, peccato che sorvoli sulla mancanza di idee e progetti, dal punto di vista creativo ed artistico, degli autori di casa nostra; se non ci sono buone sceneggiature è difficile ridare spinta e nuovo vigore a quest’ambiente che ancora si specchia nei grandi del passato.

Non più documentari, ma pellicole di storie di una realtà attuale, sconosciuta per lo più al grande pubblico, sono Honeymoons di Goran Paskaljevic, già autore de La polveriera, Desert flower di Sherry Hormann e Harragas del regista, sceneggiatore e produttore algerino Marzak Allouache. Il primo racconta le storie di due coppie, una serba l’altra albanese, e del loro viaggio, con visto e reale aspettativa, verso una vita migliore in Europa Occidentale. L’immigrazione nell’Europa delle frontiere aperte, nei confini vicini di cui poco sappiamo; non la retorica dei gommoni ma la violenza e la diffidenza tra popoli in una lucida e densa fotografia del pregiudizio verso l’altro. Il ritorno di Paskaljevic a trattare temi e problemi della propria terra, sottolineandone ancora una volta le contraddizioni ma fornendoci allo stesso tempo un quadro attuale della realtà culturale balcanica. Nota a margine, una delle prime collaborazioni tra Serbia ed Albania, popoli storicamente in perenne conflitto, potenza del cinema.

Il secondo, tratto dall’autobiografia di Waris Dirie, può essere definito, citando Serena Dandini che l’ha presentato in sala, una «favola politica», una storia, quella vera della modella somala che, raggiunta la fama internazionale attraverso un percorso di crescita personale e di assunzione di consapevolezza, trova il coraggio di parlare e porre sotto gli occhi dell’opinione pubblica il problema delle mutilazioni genitali femminili, da lei stessa subito. Film composito, che racchiude in sé molti generi, con una forza emotiva notevole, sottolineata da una fotografia di ampio respiro e da una colonna sonora coinvolgente; un plauso al cast ed alla regista e sceneggiatrice che, pur mantenendo sempre un registro ironico e in alcuni tratti quasi leggero, non ha rinunciato a rappresentare in una scena non diretta ma estremamente forte e cruda, il momento in cui la piccola Waris subisce questa pratica barbara.  Il terzo è un interessante racconto di immigrazione, “harragas” sono coloro che bruciano i documenti e le frontiere; un gruppo di giovani algerini alla ricerca del sogno spagnolo. Senza retorica, ma con una lucida analisi, Allouache torna a parlare di immigrazione e della sua Algeria, un paese sospeso fra tradizione e trasformazione, tolleranza e conflittualità.

Due storie di famiglie, un ritratto caustico e crudele, un quadro struggente e doloroso sono The Last Days of Emma Blank dell’attore e regista Alex van Warmerdam e tratto da una pièce teatrale, e Francia di Israel Adrián Caetano, già in concorso a Cannes nel 2006.

La pellicola dei Paesi Bassi, vincitrice della rassegna, è una perla di cinema surreale, dell’assurdo o della crudeltà, tutti elementi che confluiscono, con un ritmo caldo ed immagini estremamente limpide, nella verosimiglianza. La storia è semplice: nella sua grande casa dietro le dune del Mare del Nord la tirannica Emma aspetta la fine esasperando domestici, alias i parenti, per spingerli ad una paradossale rivolta. Una trama politicamente scorretta, una critica forte alla famiglia ed ai rapporti intersociali, che si dipana attraverso singoli momenti concatenati che svelano la vera natura delle relazioni tra i personaggi fino alla grottesca e perfida conclusione.

Dopo Cronaca di una fuga, thriller politico ambientato durante la dittatura militare di Videla, Francia, che per molti versi ricorda Stella, presentato l’anno scorso nella stessa rassegna, vuole raccontare l’Argentina ed i suoi problemi economico - sociali ancora non risolti attraverso la storia di una famiglia sgangherata, separata e rancorosa in cui gli adulti non fanno altro che recriminare senza assumersi responsabilità. Il tutto, e qui c’è la similitudine con la pellicola di Sylvie Verheyde, visto attraverso gli occhi della giovanissima figlia della coppia; ed era proprio questo lo scopo del regista, mostrare sì una storia familiare ma ad altezza di bambino.

Ed è così che la Francia del titolo, terra di glamour estremamente lontana dall’Argentina qui raccontata, diventa la metafora del luogo in cui è possibile realizzare i propri sogni e le proprie aspettative, un punto di arrivo per personaggi disperati alla ricerca di equilibrio e stabilità.

Ancora la famiglia per una prima mondiale, Je suis heureux que ma mère soit vivante di Claude e Nathan Miller che affrontano, da padre e figlio, una storia difficile di adozione con uno sguardo partecipe e consapevole ma senza concessioni e senza cadere in falsi buonismi. Thomas è stato adottato, in seguito all’abbandono della madre, crescendo sentirà l’esigenza della ricerca della madre naturale, delle proprie radici, pur consapevole di andare contro la famiglia che lo ha sempre sostenuto. Altra prima mondiale è Apan, secondo lungometraggio dello svedese Jesper Ganslandt, riesce a mantenere alta la tensione dello spettatore con una storia che procede tra dubbi ed incertezze in una prima parte, per poi svelarsi nella seconda. Un taglio moderno per raccontare con lucida freddezza la vicenda di un uomo in  rovina.

Due le opere che propongono “cinema carcerario”, il primo lungometraggio di Léa Fehner Qu’un seul tienne et les autres suivront che sceglie il parlatorio di un carcere francese per raccontare le storie di un gruppo di persone che si sfiorano senza mai incrociarsi; il parlatorio come zona di confine tra dentro e fuori, una scelta etica ed estetica precisa con una forza espressiva coinvolgente. Lo spagnolo Celda 211 di Daniel Monzón, autore de The Kovak Box del 2006, racconta di Juán, inesperta guardia carceraria coinvolta suo malgrado in una rivolta nel carcere, costretto a fingersi galeotto per sopravvivere, che diviene il tipico “personaggio ordinario calato in un contesto straordinario”. Il capovolgimento dei ruoli, il ritmo serrato e la connotazione politica della rivolta avvicinano questo buon film alle qualità del cinema americano, anche se perfettamente calato nella tradizione tipicamente iberica iniziata anni fa con Alejandro Amenábar. Stessa nazionalità per Daniel Sánchez Arévalo, che già aveva presentato alle Giornate Azuloscuroquasinegro, e per il suo applauditissimo Gordos che ci accompagna, con una scelta linguistica forse troppo “spagnola”, nel percorso di dimagrimento di un gruppo di obesi che si sottopongono a psicoterapia di gruppo. La perdita di peso è simbolo di un viaggio emotivo di conoscenza dei personaggi e dello spettatore stesso; non si tratta di una critica alla cultura dell’apparenza, o meglio questo aspetto passa in secondo piano perché, al contrario, è proprio il grasso ad essere una sorta di maschera, una via di fuga autoimposta dai personaggi per sfuggire a tutto ciò che non funziona nella propria vita. Con ironia e leggerezza, attraverso battute folgoranti e dialoghi brillanti, si assiste ad una progressiva presa di coscienza delle singole esistenze e delle relazioni tra personaggi.

Film di viaggio è invece Barking Water, già presentato al Soundance Festival, di Sterlin Harjo, il viaggio di due amanti, due indiani d’America che, attraversando gli States, provano a raggiungere la famiglia di lui, prima che questi muoia. Un road movie nostalgico e coinvolgente, reso ancora più struggente dall’età avanzata dei due protagonisti che dà un taglio maturo e consapevole al tutto. Attraverso gli incontri ed i luoghi visitati dai personaggi, si può entrare in un mondo, quello dei nativi, poco conosciuto ma estremamente affascinante; si tratta di un cinema puro, che parla anche attraverso le immagini, ottima la fotografia che sfrutta in modo quasi poetico i paesaggi e gli scorci più suggestivi giocando con la luce naturale in modo quasi perfetto. Questo piccolo capolavoro dimostra come si possa realizzare buon materiale a basso costo, è stato girato in diciassette giorni, con mezzi tecnici limitati al massimo.

Unico horror della rassegna è l’esordio dei due francesi Yannick Dahan e Benjamin Rocher La horde, ennesima variazione sul tema zombi, che si inserisce nel filone del nuovo cinema francese di iscrizione del genere. Prendendo come punto di partenza Robert Rodríguez, mantengono lo stesso stile “sopra le righe” passando agevolmente da un registro all’altro con un autocompiacimento forse troppo marcato.

Opera prima è La sangre y la lluvia del talentuoso regista colombiano Jorge Navas, racconta con crudo realismo la brutalità e la cupezza di Bogotá. Attraverso l’incontro di due solitudini, lo spettatore inizia un viaggio nella notte della capitale, città dura e spietata, nella quale la violenza è la protagonista, violenza che viene lavata via con la pioggia, come il sangue.

Un solo accenno a Teat beat of sex, 15 corti animati su amore e sesso, di un’ironia e di una schiettezza fulminante, omaggio a Signe Baumane, star internazionale del cinema d’animazione.