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I film da Festival della 61a Berlinale

  • Data di pubblicazione 30 marzo 2011
  • Autore Lorenzo Reggiani
  • Categoria Attualità

I film “da festival” esistono. Lo ha dimostrato la 61a Berlinale che, pur in una edizione un po’ deludente, fedele alla sua tradizione di “festival impegnato” ha schierato e premiato un gruppetto di pellicole in possesso di quei requisiti che non dovrebbero mancare nelle rassegne cinematografiche internazionali, diversamente da quelle che si vedono e premiano a Cannes (con qualche eccezione) e a Venezia (con meno eccezioni).

 Nader e Simin, una separazione (Jodaeiye Nader az Simin) dell’iraniano Asghar Farhadi è il film emblematico: ha ricevuto dalla giuria, presieduta da Isabella Rossellini, praticamente più premi di tutti, a cominciare dall’Orso d’oro, e poi l’Orso d’argento per la migliore attrice e per il miglior attore, assegnati in maniera cumulativa; ai cinque protagonisti sono stati consegnati solo due orsetti che dovranno dividersi. Non ci si ricorda di un film che in un festival internazionale abbia vinto il massimo riconoscimento e poi abbia trionfato anche con tutto quanto il cast. Non solo, la Berlinale ha stabilito un altro primato: per una volta giuria, critica e pubblico sono andati d’amore e d’accordo. L’opera iraniana, infatti, ha ricevuto gli applausi più calorosi in tutte le sale del festival in cui è stata presentata, gli apprezzamenti più convinti dalla critica e una messe di premi.

È un film “da festival” appunto, che racconta di una donna che chiede il divorzio perché il marito non è risoluto come lei nel voler lasciare il Paese. Lui vuol prendersi cura del padre malato di Alzheimer e assume una badante, ma la donna, molto religiosa, è incinta e un giorno abbandona il vecchio in casa da solo. Il figlio la licenzia e la spinge giù dalle scale. Lei perde il bambino e l’uomo rischia l’incriminazione. Sarà sua figlia a far girare la giostra delle ipocrisie e dei compromessi degli adulti, a dare un significato alla parola verità. Il giudice le chiederà: vuoi vivere con tuo padre o con tua madre? La storia si chiude così, senza risposta, con le lacrime della ragazza. Arriverà al pubblico italiano? Contrariamente all’opinione diffusa secondo cui i film premiati ai festival non approdano nelle sale normali, la pellicola Orso d’oro uscirà distribuita dalla Sacher di Nanni Moretti.

Noi spettatori “comuni” vedremo anche Il cavallo di Torino (A Torinói Ló) di Béla Tarr, gran premio della giuria, il più “difficile” - ma secondo me anche il più bello - del programma berlinese, sia per i 146 minuti di durata, sia per lo stile del maestro ungherese che ha costruito una storia di immagini e silenzi (una ventina di parole in tutto) sulla vita del vecchio cocchiere del cavallo che trasportò Nietzsche, e di sua figlia. La cinepresa usata in tempo reale, con andamento rituale e ossessivo sui gesti comuni di sei giornate dei due.

In Sleeping Sickness (Schlafkrankheit) di Ulrich Köhler (miglior regia), l’adolescente Helen è specchio delle contraddizioni del padre, Ebbo, medico tedesco che vive in Camerun da anni, separato dalla famiglia. La testarda avversione della figlia fa da amplificatore alla sofferenza del padre, nell’incapacità di lasciare l’amata e detestata Africa.

Tra passato e futuro è sospeso il film sulla società albanese (coprodotto e distribuito da Fandango) The Forgiveness of Blood, per cui il regista californiano Joshua Marston ha vinto come miglior sceneggiatore. Una scelta che conferma la vocazione politica del festival berlinese, che, tra le rassegne di peso, è la più sperimentale e audace per la scelta dei temi e per età anagrafica dei registi. Marston, 43 anni, è tornato a Berlino dopo il premio per miglior opera prima nel 2004.

Film magari “non da festival”, eppure dignitoso e soprattutto ideale per aprire la Berlinale s’è rivelato Il Grinta (già uscito sui nostri schermi), arrivato al Palast con dieci nomination all’Oscar (poi crollate); la coppia di registi più cool di Hollywood, i fratelli Coen, al loro primo incontro con il western; due attori di richiamo come Jeff Bridges e Matt Damon; una storia già entrata nella mitologia del cinema. Tutto comunque fuori competizione, com’era doveroso.

Doveroso anche che il festival inforcasse gli occhialini neri del 3D. Li hanno richiesti ben tre film in un giorno: Les Contes de la nuit del mago dell’animazione francese Michel Ocelot, e i due documentari dei maestri del cinema tedesco, Pina di Wim Wenders e Cave of Forgotten Dreams di Werner Herzog. Favole e realtà alla prova della terza dimensione.

E gli italiani? Come si sa, due soli e fuori dalla gara. Qualunquemente di Giulio Manfredonia con Antonio Albanese è stato accolto con calore alla fine di una proiezione segnata da molte risate da parte della platea. Cetto ha sofferto un po’ la traduzione in inglese e tedesco nei sottotitoli, ma gli applausi si sono mescolati alle critiche positive; a parte quella di “Screen International” che ha legato il film all’attualità dello scandalo Ruby, sul “Tages spiele” si è elogiato il cinema italiano che, dopo Il divo e Gomorra, si rilancia ora con commedie come questa.

Gianni e le donne, di Gianni Di Gregorio, ha attratto l’interesse dei buyers al mercato: si sono avviate trattative con gli Usa e altri paesi, ma le vendite si sono concluse con tredici distribuzioni, tutta l’Europa, Australia e Nuova Zelanda, due paesi che hanno acquisito i diritti per Albanese.

Accanto ai film “da festival”, la 61a Berlinale non ha comunque fatto mancare i film-spettacolo, quelli che riempiranno le sale dovunque, ed ha coinvolto, come sempre, l’intera capitale tedesca, con proiezioni in numerose sale, dalle centrali alle più periferiche, con una valanga di pellicole suddivise in oltre dieci sezioni, alcune delle quali hanno esaurito i biglietti già al primo giorno, come quella dedicata al “Culinary cinema”, mentre il Forum ha attirato l’attenzione di tanti come punto d’incontro con il cinema più giovane e con i linguaggi più innovativi e sperimentali, ma anche con una retrospettiva del regista giapponese Shibuya Minoru, seguita da un pubblico eterogeneo.

Alla fine il bilancio del festival conta oltre 300 mila spettatori (tra cui cinefili, critici e addetti ai lavori sono solo una piccola parte), un mercato che si avvicina a quello di Cannes, decine di ospiti importanti. Per dieci giorni tutta Berlino è “nel pallone”, cioè “nel festival”, una manifestazione in grado di dare la temperatura non solo del cinema d’oggi, ma del mondo in cui viviamo.