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I LEONI A DUE FILM IMPEGNATI E CORAGGIOSI

  • Data di pubblicazione 17 febbraio 2005
  • Autore Roberto Bechis
  • Categoria Archivio Storico - Attualità

In una edizione particolarmente contraddittoria sotto molti aspetti e con eccessi di mondanità proprio quando continua la guerra in Irak e il terrorismo dissemina lutti, la vittoria del Festival è andata meritatamente alla pellicola più onesta e profonda dal punto di vista dei contenuti nonché con la migliore interpretazione artistica, Vera Drake di Mike Leigh.

Ma procediamo con ordine. Iniziamo con lo spiegare perché, a mio parere, la 61. Mostra di Venezia è stata una edizione contrastante. Lo è stata da molti punti di vista: dalle esagerazioni nella ricerca di glamour ad ogni costo (finti scoop, finte polemiche) al nascondere artisti e autori al pubblico del Lido, per occuparli a tempo pieno in interviste televisive o trasferimenti sui mezzi degli sponsor (persino i vecchi amati 100 metri di passerella quest’anno si sono fatti in auto). Dalle ricchezze eccessive in alcuni allestimenti (la serie di statue di leoni davanti al Palazzo del Cinema) alla evidente povertà di cataloghi, programmazione delle proiezioni, informazioni, personale addetto, punti di ristoro ecc. Dalla riduzione degli accrediti culturali (l’abbiamo patita anche noi del Circolo del Cinema) alla desolazione di presenze per le proiezioni più interessanti e particolari. Infine, da una generale presenza invisibile del “potere” (ma chi, ma dove?) a un inseguire visibili assenze di rappresentanti governativi, presenti solo nelle occasioni mondane, come la serata inaugurale e la premiazione. A questo punto sorge spontanea una domanda: se poi comunque questi non si interessano di venire a vedere i film, perché accontentarli nelle loro richieste di invadenza televisiva e di patinatura hollywoodiana?

L’impressione netta è che il direttore Müller sia stato costretto a impegnarsi non tanto per organizzare una manifestazione degna del prestigio internazionale della Mostra (e l’ottima scelta dei film presentati è stato il risultato innegabile delle sue capacità), ma piuttosto per soddisfare  la vanagloria dei burocrati e le richieste dei vari gruppi di potere, Rai in testa, scesa tra l’altro in forze per sostenere il film di Amelio, ma umiliata poi dal verdetto della giuria. Müller, già confermato per il prossimo anno, ha assicurato di voler cambiare il regolamento del Festival, per far sì che un film non possa ricevere più di un premio importante, cosa che (forse) avrebbe consentito di assegnare un Leone all’Italia, visto che il favorito della vigilia era proprio Le chiavi di casa. Proposta che lascia alquanto perplessi, perché sarebbe un ulteriore passo nel cercare di accontentare tutti, a discapito del valore reale delle pellicole. Assolutamente da dimenticare è dunque la (finta) polemica sulla mancata vittoria di Amelio, poiché la discussione è stata sedata dallo stesso intelligente regista, che non è mai entrato nel merito delle decisioni della qualificatissima giuria. In ogni caso, come sempre, il giudizio più importante è quello degli spettatori paganti e Le chiavi di casa è in grado di registrare ottimi incassi.

Insomma, più che la promozione di una Mostra d’Arte e la volontà di iniziare a risolvere le croniche carenze del Lido, interessavano i riflettori e l’eco massmediatico del Festival.   Ma così è l’aria che (ancora) tira e, in attesa di auspicati cambiamenti di indirizzo, possiamo accontentarci di aver visto dei buoni film e del fatto che la giuria sia riuscita ad emettere il verdetto in piena indipendenza.

Sono stati così premiati i due film più coraggiosi, perché impegnati su temi attuali ma scomodi, come l’aborto e l’eutanasia. Meritatissimo il Leone d’oro all’ultimo film di Mike Leigh (nella foto), già autore di molte pellicole famose tra cui Segreti e bugie, Palma d’oro a Cannes nel 1996: la storia di Vera Drake, una madre di famiglia londinese che negli anni ’50 aiutava in segreto e disinteressatamente giovani donne ad interrompere gravidanze indesiderate, ha trionfato anche grazie all’intensa interpretazione della brava attrice di teatro Imelda Stauton, vincitrice della Coppa Volpi come migliore interprete femminile. Ritengo importanti le parole di Leigh dopo la consegna del premio: «Viviamo in tempi caotici, pericolosi. E a volte il modo migliore per parlare di oggi è raccontare il passato».

Mare dentro di Alejandro Amenábar ha ottenuto due riconoscimenti importanti: il Gran premio della giuria e il premio per il miglior attore assegnato a Javer Bardem, straordinario protagonista, già vincitore di una Coppa Volpi nel 2000 (Prima che sia notte di Julian Schnabel); la storia è quella di Ramón Sampedro, tetraplegico spagnolo aiutato da mille persone nel 1988 a morire con dignità.

Il premio speciale per la regia è andato a Binjip del coreano Kim Ki-duk (autore dell’indimenticabile L’isola premiato a Venezia nel 1999), presente con un film molto fantasioso com’è nel suo stile. Il titolo richiama il golf, vera passione del protagonista: tipo particolare che, oltre a non parlare mai, trascorre il tempo a occupare appartamenti momentaneamente vuoti, consumando e rimettendo in ordine. Durante una di queste “visite”, sarà partecipe di quella che è già stata definita la storia d’amore più silenziosa della storia del cinema.

Fra gli italiani in concorso, Lavorare con lentezza di Guido Chiesa (Il partigiano Johnny) ha vinto il premio Mastroianni per i migliori attori emergenti, Marco Luisi e Tommaso Ramenghi.  Il film colloca nel 1976 a Bologna la vicenda di Radio Alice, nata dopo l’uccisione dello studente Francesco Lorusso e chiusa dalla polizia in “diretta radiofonica”. Il regista è bravo nell’approfondire l’atmosfera di quegli anni non soffermandosi sugli aspetti violenti ma concentrandosi sulle relazioni fra le persone e la crescita civile.

Infine, il mio premio personale va al film cinese The World di Jia Zhang-ke, il quale è riuscito, dopo ben tre tentativi, a far superare la censura alla sua opera prima. L’ambientazione è all’interno di un mostruoso parco di divertimenti di Pechino che riassume il mondo nei suoi monumenti più significativi: dalla torre Eiffel al Big Ben passando per San Pietro. All’interno si muovono, a volte come marziani, un gruppo di giovani dipendenti della struttura che cercano di sopravvivere alla desolazione incombente. La tentazione di pensare alla rappresentazione della Cina di oggi è forte: anche se l’analisi non può essere così semplice, il film di Zhang-ke rappresenta, in modo mai banale, il cambiamento che sta avvenendo nel paese asiatico, nel bene e nel male.