Condividi

Il cinema, la moda: storia di un’attrazione fatale

  • Data di pubblicazione 29 febbraio 2008
  • Autore Cristina Bragaglia
  • Categoria Archivio Storico - Attualità

Il 23 febbraio si chiudeva a Milano la Settimana della moda. La sera dopo per l’ottantesima volta aveva luogo la cerimonia di consegna dei premi Oscar. Come ogni anno le dive (premiate o meno) sfoggiavano fascinosi abiti da sera, firmati dai più grandi sarti, che hanno approfittato di questo palcoscenico mondiale per farsi pubblicità, trasformando il tappeto rosso del Kodak Theater nell’ennesima passerella del 2008, con modelle di eccezione.
I primi mesi dell’anno sono infatti tradizionalmente scanditi dagli appuntamenti delle sfilate di moda in tutto il mondo, da Milano a Firenze, da Parigi a New York. Nel parterre i posti in prima fila sono quasi sempre riservati, oltre che ai big del giornalismo e ai grandi compratori, a divi e dive del cinema, che spesso vestono abitualmente le creazioni di quel sarto. Tale presenza appare simbolica di un connubio che inizia negli anni Dieci e che si è evoluto con l’evolversi del cinema: da un lato la moda influenza il cinema (o addirittura gli impone le sue creazioni), dall’altro ne è inevitabilmente influenzata. I costumisti si ispirano ai modelli prodotti dai grandi sarti, ma gli abiti indossati dai divi nei film diventano a loro volta fonte di ispirazione per i piccoli e i grandi stilisti. Negli anni 20 e 30 alcune sartorie statunitensi tra l’artigianale e l’industriale si affrettavano a riprodurre (su licenza o meno) gli abiti dei film di cassetta e li vendevano attraverso le reti dei grandi magazzini in tutto il paese, replicando il successo della pellicola.
Oggi negli scaffali dei grandi magazzini  non si trovano più le copie esatte dei vestiti, ma l’influenza del cinema è diventata più sottile e al tempo stesso diffusa e insistente. Il grande successo di Matrix, il film realizzato nel 1999 dai fratelli Wachowski, non è dovuto solo alla ricca fantasia visiva esibita grazie alla manipolazione digitale, ma anche alla capacità di creare nuovi modelli iconici, tra cui gli abiti integralmente neri indossati da Neo (Keanu Reeves) e da Trinity (Carrie-Ann Moss). Da un lato i costumi di Kym Barrett trasferiscono sullo schermo tendenze già presenti nella moda della fine anni novanta, dall’altro le esasperano fino a trasformarle in uno stile con caratteristiche del tutto originali. Stile che si diffonde per le strade e che, in una sorta di corto circuito, finisce a sua volta per influenzare anche i grandi stilisti. I quali non disdegnano di tanto in tanto di partecipare alla realizzazione di opere cinematografiche. Lo ha fatto Giorgio Armani, fornendo il suo inconfondibile stile al personaggio impersonato da Richard Gere in American Gigolo (1980) di Paul Schrader e occupandosi anche dei costumi di The Untouchables-Gli intoccabili (1987) di Brian De Palma, le cui vicende risalgono agli anni Trenta nella Chicago di Al Capone. Gli abiti dello stilista italiano compaiono anche in alcuni film di Almodovar, come Tacchi a spillo (1991: li indossa Marisa Paredes) o Kika (1993),  nel film di Bernardo Bertolucci Io ballo da sola (1996) e in quello di Gabriele Salvatores Nirvana (1997), solo per citarne alcuni. Pochi però sanno che il nome di Giorgio Armani è comparso nei credits di due film di Martin Scorsese in un ruolo insolito per uno stilista: il sarto piacentino è stato infatti produttore esecutivo di due documentari di Martin Scorsese, uno dedicato alla sua linea di prêt-à-porter (Emporio Armani: a Private Party, 1996), l’altro al cinema italiano (Il mio viaggio in Italia, 1999). Una collaborazione proficua tra cinema e moda, vantaggiosa per il mondo del cinema e la sua storia.
Anche Valentino Garavani vanta rapporti cospicui con la settima arte: è recente la sua partecipazione nel ruolo di se stesso a Il diavolo veste Prada (2006), uno dei tanti film ambientati nel mondo della moda (tra i quali vale la pena di ricordare anche Prêt-à-porter di Robert Altman, realizzato nel 1995). I suoi abiti hanno per decenni vestito le dive, soprattutto nelle serate mondane, quando i suoi indimenticabili abiti da sera mettevano abilmente in risalto i corpi delle attrici. Lo sapeva bene Elizabeth Taylor, che indossò gli abiti del sarto romano anche in alcuni film degli anni Settanta. All’inizio del 2008 Valentino ha fatto sfilare la sua ultima collezione di alta moda, abbandonando così il lavoro di stilista: in questi mesi si sta effettuando il montaggio di un film documentario a lui dedicato e intitolato – significativamente – The Last Emperor, che costituirà la testimonianza visiva del suo talento, della sua carriera e della fama internazionale conquistata.
In passato i rapporti tra cinema e stilisti non avevano avuto un esito altrettanto felice: nei primi anni Trenta Coco Chanel era stata chiamata a Hollywood da Samuel Goldwyn, ma il rapporto si era risolto in un nulla di fatto. Il cinema di allora era in mano a grandi costumisti che meglio di un sarto (anche grandissimo come Chanel) sapevano comprendere e soddisfare le necessità tecniche delle riprese cinematografiche e l’importante contributo che gli abiti potevano fornire alla definizione del personaggio. Lo dimostrò ampiamente Adrian, “chief costume designer” della Metro Goldwyn Mayer fino al 1942: i suoi costumi furono determinanti per la costruzione dell’immagine di Greta Garbo, Jean Harlow e, soprattutto, Joan Crawford, che dopo un periodo di crisi, vide la sua carriera rilanciata da una serie di interpretazioni di personaggi complessi e drammatici. Fu allora che Adrian creò per lei una nuova linea che sarà di moda per vent’anni, con abiti e tailleur dalle spalle accentuate e scivolanti sui fianchi. Abbandonati gli studios (con i quali tuttavia continuerà a collaborare creando un laboratorio esterno), aprì un suo atelier a Beverly Hills creando abiti di grande successo, molti dei quali sono oggi conservati nella sezione dedicata alla moda del Museo di arte contemporanea di Los Angeles. 
Chanel si prenderà una rivincita negli anni Cinquanta, quando i suoi abiti diventano segno di estrema raffinatezza ed eleganza: Romy Schneider, già nota per le sue interpretazioni della principessa Sissi in Austria, si trasferisce a Parigi e il suo stile viene ridefinito da Coco, grazie anche alla “complicità” di Luchino Visconti, con cui l’attrice lavora in teatro nel 1961. L’anno dopo è la protagonista dell’episodio Il lavoro di Boccaccio ’70: la ricca Pupe indossa impeccabili e seducenti tailleur firmati Chanel, la cifra di appartenenza a un’élite di grandi possibilità economiche e di gusti sofisticati. Un tocco risolutivo nel mutamento di ruoli della Schneider, che resterà fedele alla sarta a lungo anche nella vita privata.

Una sorta di ideale sintesi del rapporto tra cinema e moda la si ha nel film di Alfred Hitchcock La finestra sul cortile (1954): Grace Kelly è la sofisticata fidanzata del fotoreporter James Stewart. Lei vorrebbe sposarlo ma li dividono abitudini di vita in forte contrasto tra loro: lui ama l’avventura e il rischio, vive in un quartiere popolare e nei suoi viaggi affronta ogni tipo di disagio; lei vive a Park Avenue, indossa abiti estremamente sofisticati, lavora nell’alta moda, frequenta cocktails e concerti a Manhattan, parla di prezzi elevati degli abiti che indossa e che sono creazioni di grandi sarti francesi. Fu lo stesso Hitchcock, aiutato dalla costumista Edith Head, a scegliere gli abiti per Lisa/Grace Kelly, che ci vengono mostrati in una successione significativa del mutamento operatosi nel personaggio: dall’abito da cocktail, corpetto nero e ricami ramages dello stesso colore sulla voluminosa gonna bianca, ai blue jeans e camicia rossa della scena finale, passando per un elegantissimo abito in organza nera, un tailleur verde chiaro con una sofisticata camicetta bianca, un deshabillé color avorio, un semplice abitino senza maniche di cotone a fiori. La sofisticata mannequin è diventata una donna semplice e amante dell’avventura come vorrebbe il suo fidanzato? Parrebbe di sì. Ma a dimostrazione del fascino irresistibile che l’alta moda esercita sulle donne (e sul cinema), non appena l’uomo ormai tranquillo si addormenta sulla sua sedia a rotelle, Lisa mette da parte la rivista di viaggi che sta leggendo per dedicarsi ad “Harper’s Bazar”, a quei tempi la Bibbia americana del fashion. Come al solito in una sola inquadratura Hitchcock definisce efficacemente un mondo e condensa un sistema di rapporti: ancora oggi cinema e moda appaiono irresistibilmente uniti in un complesso apparato di scambi, frutto non tanto di meccanismi industriali o commerciali, quanto di un’attrazione fatale, destinata a durare a lungo, a dispetto di qualunque tentativo di separazione.