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Intervista a Manuel Billi e Matthieu Fayette – Les fantômes de la veille

  • Data di pubblicazione 19 dicembre 2017
  • Autore Luca Mantovani
  • Categoria Attualità

 

Una scommessa vinta, nelle parole del Delegato Generale Giona A. Nazaro, quella che ha confermato per il secondo anno la presenza, alla 32. Settimana Internazionale della Critica, di SIC@SIC: una selezione, accanto ai film in concorso, di sette cortometraggi opera di altrettanti giovani registi italiani.

L’operazione, orchestrata con la complicità (anche di sguardo) di Istituto Luce-Cinecittà, conferma l’importanza e l’impegno dell’agenda SIC, la serietà di una ricerca tutt’altro che soggiacente ad effimeri istinti modaioli, quanto piuttosto concretamente chiamata a vedere (per noi) oggi il cinema di domani.

 

Fra le proposte di SIC@SIC, ci ha sorpreso la maturità di sguardo e la ferma padronanza del lessico cinematografico di Les fantômes de la veille, girato in Francia dall’italianissimo Manuel Billi. Produttore e regista, Manuel è anche autore di saggi sul cinema contemporaneo e il suo nome suonerà familiare ai frequentatori di testate di critica cinematografica online “non allineate” come ai lettori di lodevoli realtà editoriali, quali ETS e Bietti.

Lo abbiamo raggiunto via mail, insieme a Matthieu Fayette, uno degli interpreti del suo esordio nella fiction, per rivolgere loro qualche domanda sul lavoro.

 

LM    Manuel, con questo cortometraggio fai il tuo esordio tout court alla regia? Com’è arrivato il contatto con la SIC, e cosa ha significato trovarsi a Venezia in questa 74. edizione della Mostra, così seguita e apprezzata da pubblico e critica?

MB    Les Fantômes de la veille è il mio primo corto "tradizionale", di fiction. In precedenza ho realizzato corti sperimentali come Battre, enlever del 2014. Giona A. Nazzaro mi ha contattato per annunciarmi che il mio film era stato selezionato subito dopo la scadenza del bando. Ricordo che stavo pranzando con degli amici. Appena riagganciato, mi sono lasciato prendere dall'emozione: ho chiamato, in lacrime, i miei attori, la mia produttrice, mia madre. Frequento la Mostra del cinema di Venezia come critico e spettatore dal 2000. Il fatto di ritrovarmi al Lido in veste di regista ha rappresentato per me un inatteso ed emozionante rovesciamento di fronte, l'inizio di un nuovo viaggio, sempre nel mondo del cinema.

 

LM    Il tuo lavoro sorprende per una grandissima cura formale. Sembra guardare con occhio attento al grande cinema, non solo francese, come alle espressioni più contemporanee di teatro e performance, senza perdere l’originalità di sguardo. Hai avuto dei riferimenti precisi, durante la lavorazione, o ti sei mantenuto libero?

MB    Non ci sono citazioni o riferimenti precisi, ma piuttosto la convergenza di influenze, di suggestioni: dal cinema alla pittura, dalla danza contemporanea alla videoarte. Amo il cinema che vive e si alimenta di allusioni e crea illusioni; che sussurra invece di gridare, che opta per il frammento, che valorizza il corpo, la performatività. Per me la storia della "ragazza dai capelli biondi", che vive la fine delle storie d'amore degli altri, doveva essere raccontata come fosse un sogno muto, insieme lieve ed angosciante. Nel film non ci sono quasi dialoghi: solo sospiri, soffi, parole sprovviste di senso. 

 

LM    Oltre all’immaginario del corto in sé, anche la locandina disegnata ci ha richiamato alla mente certo cinema classico francese, in particolare i grandi del “muto”, come Tati. Senti questa vicinanza?

MB    Volevo in effetti che il film sfuggisse, come i personaggi, all'identificazione, alla facile categorizzazione. L'incipit illude lo spettatore, facendogli credere che assisterà ad un grazioso omaggio al cinema francese degli Anni 50 (Tati, Demy), melodie e colori di un'epoca che fu. Il racconto poi lo conduce in un "altrove" in cui il gesto si impone sulla parola. Un'amica, dopo la proiezione veneziana, mi ha detto: «Manuel, il tuo film inizia come Il favoloso mondo di Amélie e prosegue come un film di Bresson». Bresson diceva che il cinema sonoro ha inventato il silenzio. Inventando il silenzio, ha inventato anche il grido, il suono disarticolato. Les Fantômes de la veille è anche questo: un film in cui si proferisce "altro". La parola non è più al centro. Al centro ci sono i suoni e i liquidi emanati e secreti da corpi-performance sfuggenti: maldestri come Tati, malinconici come Keaton. Un film "liquido" ed eterofonico, in cui i personaggi si esprimono non dicendo ma facendo: camminando, cadendo, disegnando, danzando, espellendo e bevendo.

 

LM    Matthieu, abbiamo letto che sei tu l’autore dell’illustrazione in locandina. Quanto peso ha avuto il tuo contributo nella realizzazione del corto? Conoscevi Manuel da prima?

MF    Manuel e io siamo amici da diversi anni. Dopo esserci conosciuti, ho collaborato ad un suo progetto online, realizzando alcuni disegni. Qualche anno più tardi, mi ha mostrato la prima versione della sceneggiatura di Les Fantômes de la veille, che includeva diversi disegni a inchiostro. Manuel si è istintivamente rivolto a me per realizzarli – non sono nemmeno certo ci sia stata una richiesta “formale”. Così, uno è stato poi utilizzato per la locandina.

Credo di aver seguito tutto il processo creativo di Manuel. Ho letto probabilmente ogni singola versione della sceneggiatura – che è molto cambiata dalla versione iniziale – e ho visto il film in diverse versioni di montaggio. Non sono certo di avere molto a che fare con questa evoluzione, non ho fatto molto di più che discutere con lui ed esprimere la mia opinione sui cambiamenti, ma è stato un processo veramente interessante cui assistere. Ciò che è singolare, è che quanto è stato tagliato dalla sceneggiatura, le scene eliminate, hanno comunque alimentato il processo: il personaggio è stato costruito a partire da molto più di quanto non appaia alla fine sullo schermo.

 

LM    Come dicevamo, il tuo personaggio, come gli altri, non parla e degli attori di mimo – come Tati o Marceau – sembra anche reinterpretare certe movenze: avete avuto riferimenti in questo senso? È difficile, per un attore, doversi esprimere senza parole?

Credo che noi attori si sia consapevoli che la camera coglie così tanto di quello che facciamo, che non è così importante non avere un testo con cui trasmettere emozioni. Non è frustrante. E le parole, anche se non pronunciate ad alta voce, sono presenti: la sceneggiatura ci ha accompagnato tutto il tempo. Prima di girare, Manuel mi ha menzionato Buster Keaton, come esempio di un corpo davvero espressivo, in forte contrasto con un viso quasi totalmente inespressivo. Infatti, è piuttosto piacevole “lasciare che il corpo lavori per te”; intellettualizzi molto meno, se non hai frasi da pronunciare. Il significato è molto meno a rischio delle emozioni.

 

LM    Manuel, da critico con una solida bibliografia alle spalle, com’è il salto dietro la macchina da presa? Hai scelto di vivere in Francia, dove la tradizione di critici passati alla regia è forse la più notevole – per fama ed esiti – che si ricordi…

MB    Il salto non è stato, come si potrebbe pensare, naturale. Certo, la conoscenza del milieu cinematografico francese mi ha aiutato a lanciarmi in questa nuova avventura. Ma decisivo è stato il successo critico del mio "esperimento" del 2014, Battre, enlever. Quello che doveva restare un esercizio privato e intimo, il montaggio di diversi video girati con il mio cellulare a mio esclusivo uso e consumo, è stato proiettato in diversi festival europei. Ciò mi ha spinto a lanciarmi nella scrittura di una sceneggiatura che, di quell'esperimento, voleva essere una sorta di seguito ideale, e più tradizionale. Nel corto del 2014 racconto, in maniera poetica e simbolica, del mio arrivo a Parigi e dell'incontro con una persona con cui ho vissuto per diversi anni. Les Fantômes de la veille racconta invece di una separazione, e di un ritorno alla vita dopo la "caduta". Questo ritorno alla vita è coinciso col mio passaggio "ufficiale" dietro alla macchina da presa. Passaggio che, produttivamente, non poteva che avvenire in Francia, a Parigi, dove vivo da dieci anni.