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Istantanee della 66. Mostra del Cinema tra politica e spettacolo

  • Data di pubblicazione 27 ottobre 2009
  • Autore Lorenzo Reggiani
  • Categoria Archivio Storico - Attualità

La Mostra dei film italiani, arrivati in forze ma partiti delusi, senza un premio importante. La Mostra dei divi, non particolarmente numerosi e “diveggianti”, ma accolti sempre dal delirio (?) dei fan. La Mostra dei personaggi che hanno rubato la scena ai divi, e di quelli che avrebbero dovuto ricevere la massima attenzione e invece no. La Mostra delle pellicole che hanno scatenato le previste (e volute) polemiche, che hanno provocato le previste code-record ma sono state subito dimenticate. La Mostra dello sdoganamento di Tinto Brass. La Mostra del verdetto della giuria, che ha ignorato polemiche-battage-divismo-nazionalismo ed ha puntato sul cinema di qualità, cosiddetto. D’altra parte si chiama o no Mostra internazionale d’arte cinematografica quella che si è celebrata per la 66a edizione a Venezia e che tutti o quasi si ostinano a chiamare Festival?

Per fortuna il Leone d’oro all’israeliano Lebanon (nella foto il regista vincitore Samuel Maoz) e il Leone d’argento all’iraniano Women without men hanno messo un po’ tutti d’accordo, puntando appunto sull’arte. Sennò si rischiava davvero che la Mostra 2009 si trasformasse in una succursale del Grande Fratello ancor più che dei Telegatti, come ha puntualmente osservato Aldo Grasso del “Corriere”.

Noemi Letizia c’era, “naturalmente”, bersagliata da fotografi e giornalisti, scortata da un numero impressionante di bodyguard. Anche la D’Addario c’era. Così come c’era, perdonate l’accostamento, Mario Monicelli, un monumento del cinema italiano, a cui è stata fatta un po’ di festa la sera della pre-apertura, con la proiezione in Campo San Polo de La Grande Guerra. Poi anche lui è stato ignorato ed inghiottito in quella assillante commistione tra politica e spettacolo che ha scandito la Mostra.

Prima la presenza del presidente venezuelano Hugo Chavez in passerella, invitato da Oliver Stone che col suo film ne ha fatto un “santino”, accolto trionfalmente, ben più di un divo dello schermo. Poi le tante pellicole con comunisti protagonisti, tra cui Le ombre rosse di Citto Maselli, che sembrava un senile addio (e atto d’amore) alla sinistra, troppo malinconico per emozionare. Poi Francesca con la nota vicenda degli insulti al sindaco di Verona Flavio Tosi e ad Alessandra Mussolini, e il conseguente divieto di proiezione (che aspettiamo venga rimosso). Poi l’attesissimo Videocracy, con code interminabili che hanno indotto ad organizzare all’ultimo momento una proiezione supplementare, e che si è rivelato quello che ci si attendeva, al di sotto delle esagerate aspettative della vigilia, alimentate dal diktat Rai di non trasmetterne i trailer. Regista presente, dibattito, curiosità, e dopo... tutto svanito.

Poi ancora la polemica sul ’68 innescata da Placido per il suo Il grande sogno che ha diviso la critica e non il pubblico, e che non è un brutto film, ma ha l’imperdonabile difetto di trattare quel periodo in modo unilaterale, con tutti gli stereotipi ed i luoghi comuni di cui è rimasto vittima. E soprattutto è prodotto dalla Medusa di Berlusconi, verso cui Placido è fortemente critico.

Ben altro protagonista al Lido è stato Michael Moore che è arrivato per scortare Capitalism. A Love Story, col “physique du role” del gigante buono. La sua esorbitante presenza, col suo corpaccione ben oltre il quintale, coperto più che vestito da polo XXXL e jeans taglie forti, in un secondo ha spazzato via tutti i blazer blu con bottoni d’oro e le mise plissé delle signore degne di un peplum, che hanno sfilato in passerella la sera dell’apertura con Baaria di Tornatore, il più sconfitto tra gli sconfitti della Mostra, che solo il pubblico delle sale potrà “risarcire” di tante amarezze. E lo farà, secondo noi.

Già, le passerelle. Tutte hanno riservato pochissime emozioni. Lente, e un solo fuori programma, all’ultima: un ragazzo che ha saltato le transenne per raggiungere il suo idolo, Sylvester Stallone. Secondo copione, invece, i ragazzi che si appostavano ore prima per garantirsi d’essere il più vicino possibile ai loro beniamini, e farsi fare gli autografi, che si trattasse di Valeria Marini, o di Ligabue, o di Clooney (peraltro protagonista di una conferenza stampa non all’altezza).

E il pubblico? Ci è sembrato molto passivo, meno cinefilo del solito, sempre con un occhio al programma, la vera bibbia della Mostra, subito stazzonato e bersagliato di crocette, segni, asterischi, freccette. Il tutto per orientarsi nell’assurda quantità di film in concorso e nelle sezioni laterali, che ha impedito a tutti di poter “vedere” e pensare con la necessaria cura. Le battute che ci si scambiava reciprocamente erano del tipo: ma tu sei riuscito a mangiare qualcosa oggi? Quanto hai dormito stanotte?

Eppure il pubblico, non gli addetti ai lavori (che pure hanno avuto il loro bel daffare con file lunghissime che portavano solo una minoranza in sala e con inconvenienti tecnici di proiezione) è il naturale destinatario dei film della Mostra, che nel complesso non ci ha deluso, offrendoci sorprese gradevoli, opere prime interessanti, belle prove di attori. E segni di vitalità di un cinema italiano che esce a testa alta, pur senza premi. Speriamo - è il solito discorso trito e ritrito - che i film di Venezia escano nelle sale, tutti, non solo i più “commerciali” e premiati. Per avere il giudizio del pubblico.