Condividi

SLOW FOOD ALLA BERLINALE 2007

  • Data di pubblicazione 24 febbraio 2007
  • Autore Cristina Bragaglia
  • Categoria Archivio Storico - Attualità

L’edizione della Berlinale di questo 2007 presentava una novità: una sezione speciale dal titolo Eat, Drink, See Movies, dedicata al cosiddetto cinema culinario, ovvero a quei film che pongono il cibo al centro del loro intreccio e delle loro storie, siano essi di finzione o documentari.
La rassegna, che si è svolta dall’11 al 15 febbraio, era organizzata in collaborazione con la sezione tedesca di Slow Food e alternava alla visione di film pranzi preparati da noti chef berlinesi e ispirati ai film, dibattiti alla presenza di Carlo Petrini (il presidente di Slow Food internazionale), talk-show guidati da raffinati critici gastronomici e sommelier.
Come ha dichiarato Thomas Struck, uno degli organizzatori, «il cibo è il più antico mezzo di comunicazione, mentre il cinema è il più nuovo». Ecco quindi la giustificazione estetico-mediatica di un’unione che in questi ultimi tempi ha sempre più successo: piccole manifestazioni, conferenze sul tema, molti siti (più o meno filologicamente corretti) su internet, una decina di libri. E infine l’approdo ufficiale a un festival titolato come quello di Berlino.
I film in programma alternavano opere appartenenti a un passato che potremmo definire molto prossimo, come Big Night (1996) di Stanley Tucci e Campbell Scott e Sideways (2004) di Alexander Payne, a film e documentari del presente, come l’anteprima di Wie man sein Leben kocht (ovvero come cucinare la propria vita), un documentario della regista Doris Dörrie, qualche anno fa nota in Italia per un film - Uomini - che nella Germania Ovest era stato il più grande successo del dopoguerra.
Il film prende ispirazione da un best seller statunitense, How to Cook Your Life, traduzione del libro di ricette scritto 800 anni fa dal maestro giapponese Eihei Dogen, che spiega come ritrovare i principi della filosofia buddista nella cucina di tutti i giorni.  Del documentario è protagonista l’influente maestro Zen Edward Espe Brown, che spiega le linee principali    di applicazione della dottrina buddista nella pre-parazione dei piatti.
Vogliamo ricordare che già in Mangiare bere uomo donna di Ang Lee  (cui si ispira il titolo della rassegna della Berlinale),  Jia-Chien (una delle figlie del cuoco Chu) esponeva i principi base di molti piatti della cucina cinese fondati sulle categorie dello yin e dello yang e dunque su elementi opposti e complementari che dominano l’universo attraverso la loro alternanza.
Ma a ben guardare, anche dietro i film e i documentari occidentali si profilano tendenze di pensiero. Ovviamente prevale l’opposizione al cibo spazzatura, simbolicamente impersonato dalla catena dei McDonald’s (si pensi a Super Size Me, film a tesi - con tutti i difetti di questo tipo di film - girato nel 2004 da Morgan Spurlock), l’esaltazione dell’agricoltura tradizionale contro il processo di industrializzazione (a Berlino veniva presentato The Real Dirt on Farmer John di Taggart Siegel del 2005, sulla lotta per il biologico di un contadino americano), della tradizione e del territorio contro il sopravvento del mercato e di un gusto standardizzato (si veda Mondovino di Jonathan Nossiter, abile documentario-inchiesta francese del 2004 contro il tentativo dell’industria vinicola americana di omologare i vini europei quasi fossero Coca Cola).
Si tratta però, a mio parere, di una visione “ideologica” e quindi parziale del vasto panorama dei film che si occupano variamente di cibo. Che fine hanno fatto le opere in cui prevale il piacere del gusto? La rassegna di Berlino appare orientata alla difesa di alcuni principi; oppure rivela un marcato interesse per le filosofie orientali e i loro rapporti con la cucina. La cosa può essere spiegata con il fatto che dell’organizzazione si è occupata la sezione locale di Slow Food, la meritoria associazione che tanto ha fatto per il recupero del buon cibo e del rapporto con il territorio. Oggi il gruppo di Bra (e le sue derivazioni internazionali) è impegnato a diffondere le ultime teorizzazioni di Carlo Petrini, riassunte dallo slogan guida “Buono, giusto, pulito”, titolo anche del suo ultimo libro.
Dato che Slow Food si accinge a varare nel 2008 un festival - “Slow Food on Film” - a Bologna (che sostituirà la biennale rassegna di “Corto in Bra”), il problema ci interessa. Non vorremmo infatti che la scelta ideologica sopraffacesse le altre tendenze e soprattutto che non ci si confrontasse con film incentrati sul cibo (e non solo sul piacere di mangiare), ma di difficile fruizione per lo spettatore medio come in passato lo sono stati La grande abbuffata (1972) di Marco Ferreri e, soprattutto, Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante (1989) di Peter Greenaway. In queste opere le competenze gastronomiche dei protagonisti si fondono con temi drammatici come il suicidio e il cannibalismo, ma soprattutto le loro storie sono raccontate in maniera innovativa dal punto di vista cinematografico.
Se il festival di Bologna diventa solo una vetrina delle idee di Bra, è un’occasione persa per riflettere su un tema che è centrale nella nostra cultura e che spesso viene sottovalutato o negletto, soprattutto nelle sale cinematografiche, dove arrivano e ottengono grande successo banalità come Chocolat di Lasse Hallström o il già ricordato e sopravvalutato Sideways, mentre restano invisibili film quali Cuoco e contadino di Luca Guadagnino (presentato a Venezia nel 2004 e non ancora distribuito).

Le mie riflessioni non vogliono essere un attacco a Slow Food: sono una socia attivamente impegnata e considero l’associazione una delle realtà culturali più importanti del nostro paese. Ma da molti decenni mi occupo di cinema e vorrei che l’unione di cinema e cibo non andasse a scapito di uno dei principi che devono animare il critico cinematografico: la salvaguardia e la diffusione di un linguaggio cinematografico innovativo, che contribuisca come per il passato a cambiare e far progredire il concetto di visione del pubblico.