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STORIA SEGRETA DEL CINEMA RUSSO

  • Data di pubblicazione 24 ottobre 2006
  • Autore Laura Pasetto
  • Categoria Archivio Storico - Attualità

La Retrospettiva, realizzata dalla Mostra in collaborazione con la Fondazione Prada, l’Agenzia Federale per la Cultura e la Cinematografia e la Sovexportfilm di Mosca, ha focalizzato i quarant’anni di presenza del genere musicale in Urss (1934-1974), selezionando circa una ventina di opere tra quelle dimenticate negli archivi e per lo più sconosciute al pubblico occidentale.
Alcune di queste commedie musicali a suo tempo furono avallate dal regime, come quelle “classiche” di Aleksandrov e Pyr’ev, altre censurate per motivi ideologici: in Unione Sovietica il “musical” definiva un genere frivolo (che in alcune pellicole poteva assumere aspetti dissacranti nei riguardi della realtà e dell’etica sociale), ed è in un certo senso spiazzante vedere tanta allegria e solarità in un cinema che nell’immaginario collettivo appare molto rigido e meramente propagandistico, almeno in riferimento agli anni del periodo stalinista a cavallo delle due guerre, come ha ben ricordato Gian Maria Buffatti nell’accurato saggio sul “Realismo socialista: il caso Ejzenstejn” in “Filmese” di aprile 2006.
Certo, i temi principali sono tipici dei totalitarismi militari: esaltazione della tecnologia, della supremazia tecnica e produttiva della Patria ma soprattutto, e questo è il tema centrale, il lavoro. Alla fine della giornata lavorativa si compilano delle tabelle con i risultati raggiunti e i migliori vengono premiati ricevendo notevoli benefici, anche per quanto riguarda il miglioramento del proprio tenore di vita; non solo, queste classifiche incidono notevolmente sul piano delle scelte personali, il matrimonio ad esempio.
E proprio di questo racconta La fidanzata ricca, di Ivan Pyr’ev. Siamo nel 1937, nel territorio di un kolchoz ucraino. Durante la mietitura, sboccia la storia d’amore tra il migliore dei trattoristi, Pavlo, e la migliore delle raccoglitrici, Marina, due “lavoratori d’assalto”. In questa vicenda si inserisce un terzo personaggio, il contabile Kovin’ko (un giovane materialista interessato alla giovane esclusivamente per i benefici economici garantiti dal matrimonio con una stacanovista), che inizialmente riuscirà a dividere i due con la menzogna, facendo loro credere di essersi accoppiati con una persona nullafacente. Ma, come nelle migliori commedie, l’equivoco viene risolto dal “fool”: il simpatico barbiere Sidor rivela a Pavlo l’inganno bieco del contabile ed ecco che il lieto fine è così servito.
 Interessante pellicola d’amore e di propaganda politica che pone al centro della storia il tema del lavoro: tutto è incentrato, a livello sociale e morale, sulla produttività come valore assoluto e metro di giudizio per i rapporti interpersonali e pubblici. Ed anche le scelte amorose, pur essendo assolutamente libere, perché non dettate dalla famiglia, sono subordinate alla classifica delle ore lavorative e quindi vengono snaturate nella loro genuinità.
Da sottolineare il rapporto paritario tra uomo e donna perché entrambi utili e necessari alla causa socialista, e sentimentalmente liberi di scegliere ed anche di abbandonare la persona scelta autonomamente.
Dal punto di vista tecnico notevoli sono le scenografie: il fondale dipinto di un elaborato villaggio con boschi, sentieri, un laghetto, lo spazio comune dove la comunità si riunisce per le feste serali; gli effetti visivi per il cambio scena, sfumati, sovrapposizioni di immagini; e apprezzabili le scene corali delle coreografie danzanti e del lavoro nei campi, girate in esterni.
Unica nota dolente la colonna sonora, pur essendo parte integrante del film: le canzoni d’amore sono banali e stucchevoli; quelle “propagandistiche”, inneggianti alla Madre Russia ed al dovere del cittadino, sono eccessive.
Il sentiero radioso (1944) di Grigorij Aleksandrov è incentrato sull’esaltazione della vastità e grandezza della Patria, sul miglioramento personale come trampolino per il successo. La storia è molto semplice, riprende in un certo senso la fiaba di Cenerentola, titolo della canzone che apre il film. Tanja con lo studio e con la forza dell’orgoglio riesce a salire i gradini della scala sociale: da cameriera in un albergo, a tessitrice industriale, a pluripremiata deputata; ma raggiunge non solo prestigio sociale, anche soddisfazione personale, ritrovando l’ingegnere di cui era infatuata quando lavorava in fabbrica.
Parabola sociale che prende sì spunto dalla favola di Cenerentola, ma che vi si distacca esplicitamente: qui il successo non è merito di qualcosa di sovrannaturale o fiabesco, ma del suo impegno sul lavoro. La storia d’amore poco si discosta dall’usuale canovaccio, è solo per una questione di dignità personale che la protagonista preferisce crescere da sola, mentre interessante e moderno è l’atteggiamento dell’ingegnere che le lascia il suo spazio e pazientemente la sostiene e la attende.
Pellicola tecnicamente all’avanguardia, perché ricca di fotomontaggi ed immagini sovrapposte ma soprattutto per la presenza di un breve cartoon: le istruzioni fotografiche che illustrano il funzionamento del telaio si animano per una ventina di secondi, regalando al pubblico un momento molto divertente di contaminazione di generi.
E di nuovo il lavoro e l’amor patrio sono il fulcro di Trattoristi, altra pellicola di Ivan Pyr’ev (1939) che, ancora una volta, racconta l’amore tra un giovane carrista di ritorno dal fronte dell’Est, Klim, e la capo brigata trattoristi Marjana, impersonata dall’attrice protagonista de La fidanzata ricca, Marina Ladynina. Come sempre, tra varie vicissitudini si vedrà coronata l’unione tra i migliori “lavoratori d’assalto” del kolchoz.
È la prima pellicola che introduce, oltre ai già più volte citati temi dell’amore e del lavoro, anche se non è centrale, il tema della guerra: si ha una celebrazione della potenza militare sovietica ma soprattutto si pone l’accento sul fatto che la Russia non abbia mai intrapreso campagne offensive, ma che abbia usato tutta la propria forza per difendersi dagli invasori. Dice una canzone: «Della terra altrui non vorremmo un palmo, ma non cederemo la nostra!».
 Giochi di specchi, equivoci ed incroci di coppie vagamente shakespeariani sono l’intreccio de La Primavera, ancora di Grigorij Aleksandrov, che propone una sorta di “cinema nel cinema”, rivelando nel finale che il film altro non è che il racconto dello stesso film. Un regista cinematografico ha in progetto un lungometraggio sulla vita e le scoperte di una famosa scienziata, Nikita, che nega la propria collaborazione; quindi viene trovata un’attrice che le somigli, Veruska. Nel prosieguo della storia è divertente lo scambio dei ruoli che porta alla conclusione della vicenda: in un gioco di equivoci Veruska “impersona” Nikita negli esperimenti, mentre la scienziata “impersona” l’attrice che recita nel film della sua vita. L’amore, come la primavera, scalderà il cuore arido della protagonista: il regista riuscirà a rompere il guscio di Nikita con la sua sensibilità e dolcezza, Veruska si innamorerà di un giornalista colpito dalla sua grande vitalità.
Commedia divertente che affronta il progresso scientifico e tecnologico, ovvero la concretezza, l’utile per lo Stato e la società, a confronto con l’arte, la superficialità, la vacuità. Già nelle ambientazioni, nell’aspetto dei personaggi si intuisce la contrapposizione tra i due mondi che poi, fatalmente, andranno ad unirsi e fondersi nel finale con la composizione delle coppie. Va sottolineato l’ottimo lavoro dell’attrice protagonista, Ljubov’ Orlova, che interpreta entrambi i ruoli e che, tramite giochi di specchi, bene rende la simmetria tra le due storie, sdoppiandosi egregiamente in due caratteri così diversi, opposti. Premio internazionale per il miglior soggetto originale alla Mostra del Cinema di Venezia del 1947.
Decisamente moderno musicalmente, meno relativamente ai contenuti, La romanza degli innamorati di Andrej Koncialovskij, a colori, del 1974, che racconta la storia d’amore tra Sergej e Tanja, interrotta dalla chiamata al servizio militare del protagonista che, durante una missione, ha un incidente ed è dato per morto. Tanja, dopo il lutto, ritrova Igor, un vecchio amico che sposerà proprio poco prima che, come da manuale, il protagonista irrompa nella vita tranquilla della neo coppia; qui però c’è il vero colpo di scena: ognuno prosegue la propria vita, separati.
Nonostante la storia sia abbastanza banale, e le musiche pseudo-rock siano risibili, la pellicola affronta varie tematiche: dall’onore e rispettabilità della donna non sposata, a quello del giovane militare; dall’amore dei genitori incondizionato ed assoluto per i figli, a quello di coppia che nelle promesse è infinito e poi… è solo Sergej a non arrendersi. È impaurito, deluso ma infine rinuncia alla giovane in un modo molto plateale: portato all’ospedale, moribondo, perché è morta la parte di sé che amava Tanja, lui è morto una seconda volta per lasciarla libera per sempre dal passato.
Da questo punto il film diventa in bianco e nero per enfatizzare la tristezza di una vita che non si è scelto, la consapevolezza di percorrere un cammino che altri hanno imposto, infatti Sergej si fidanza e poi si sposa con la prima ragazza che incontra, Ljuda, da cui avrà  un bambino. E grazie al figlio capirà che quella è la vita che voleva, dimentica e supera il passato e ama il suo presente, l’unico che conta. Se non convince la retorica di una trama televisiva, deludenti sono anche le canzoni, le scenografie e la recitazione. Purtroppo è proprio il film più moderno, il peggiore.
 
 
 
QUANDO IL CIRCOLO PARTI’ CON  IL MUSICAL
 
L’avventura musicale in Urss nasceva nel 1934 con Vesëlye rebjata (Ragazzi allegri o Tutto il mondo ride) di Grigorij Aleksandrov (1903-1983), regista sovietico di classe internazionale. Nonostante la notorietà acquisita come sceneggiatore e aiuto-regista di Ejzenstejn per esperienze di prim’ordine, da Sciopero (1924) a ¡Que viva Mexico! (1931-32), il suo maggior successo è legato proprio alle commedie musicali, di cui fissò il genere. Inizialmente criticato in patria con l’accusa di formalismo (mescolava le conquiste del cinema americano e tedesco, assieme alle tecniche più moderne del disegno animato), ma assolto da Stalin che ne decretò l’uscita sugli schermi del Paese, Ragazzi allegri ebbe fortuna anche all’estero: fu presentato, assieme ad altre due opere targate Urss, alla II Biennale di Venezia 1934, che assegnò “la Coppa per la migliore presentazione statale” all’insieme dei film sovietici perché «costituiscono la più matura affermazione tecnica apparsa all’Esposizione». La storia del pastore musicante scambiato per un celebre direttore d’orchestra era un film satirico antiborghese originalissimo e difficilmente uguagliabile nei suoi momenti-chiave. Memorabile la sequenza dell’invito ad esibirsi in un sontuoso palazzo, dove la mandria del pastore, richiamata dalla musica del padrone, si riversa disordinatamente attraverso porte e finestre, distruggendo ogni cosa. 

Con questa pellicola brillante, rigorosamente in lingua originale, il Circolo del Cinema iniziava nel giugno 1947 il proprio cammino con una proiezione speciale, riservata ai Soci fondatori e simpatizzanti, anticipando l’inizio ufficiale del primo anno di attività del sodalizio.  Nel corso del quale fu riproposto, a grande richiesta, il 23 maggio 1948 al Supercinema; una successiva ripresa del film si ebbe  il 7 febbraio 1957 al Teatro Nuovo.