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Team Hurricane – What are girls?

  • Data di pubblicazione 08 novembre 2017
  • Autore Giovanna Girardi
  • Categoria Attualità

Eja, Ida, Ira, Maja, Mathilde, Mia, Sara, Zara: siamo in Danimarca e otto ragazze si incontrano in un centro per giovani, portando sullo schermo un esempio di romanzo di formazione 2.0.

Tutte sono vittima dei gravi problemi che minacciano l’adolescenza. Zara, per esempio, soffre di anoressia da quando ha undici anni. Maja pensa di deludere in continuazione i genitori. Eja si sente se stessa solo in mezzo a chi la conosce, da sola no. Mia è fortemente depressa e si procura ferite lungo il corpo. Eppure uno spiraglio nella vita di queste ragazze, spesso provenienti da zone di provincia o da famiglie poco abbienti, sorge proprio con l’amicizia che stringono fra le mura di questo circolo. Organizzano mostre d’arte, si tingono i capelli e mettono in piedi riti iniziatici coi loro vecchi orsacchiotti per dare un taglio netto col passato. Il mondo degli adulti è distante e sembra non poter mettersi in contatto con loro: l’unica via di fuga quindi è inforcare la bicicletta e restare unite, anche dopo la chiusura del centro.

Classe 1987, Annika Berg ha presentato il suo film Team Hurricane alla Settimana Internazionale della Critica durante la 74esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, vincendo il Premio Circolo del Cinema di Verona. I cinque giurati fra i Soci hanno votato un film che rompe con qualunque canone riguardi la narrativa, la tecnica e lo stereotipo di genere.

 Team Hurricane viene definito nei titoli di coda come “una storia vera”, ma non si comprende se sia un episodio reale o un racconto fittizio quantunque esemplare. Il contesto danese è minimamente tratteggiato, i riferimenti temporali sono pressoché assenti e si intuiscono grazie alla moda e alla tecnologia. La trama è spezzettata intorno all’identità specifica di ciascuna ragazza, che si racconta in un misto di video-selfie, di primissimi piani, di dettagli del volto e del corpo, d’immagini extradiegetiche che irrompono continuamente nel racconto, dando un effetto di straniamento e mescolamento visivo. Schermi quadripartiti, palline colorate, pannelli fluo: sembra di stare in un videogioco, in una realtà parallela dentro alla testa pulsante e discontinua di una ragazza di quindici anni in piena crisi esistenziale, dove la linearità del tempo non esiste.

La tecnica, in effetti, è un tentativo di spingersi all’avanguardia. Team Hurricane mette in scena un cinema contaminato da pc, cellulari, video arte, video musicali, arte contemporanea e perfino dai manga. Alle riprese in alta qualità e alla fotografia curata si alternano una serie di confessionali alla videocamera dello smartphone, attraverso cui vengono a galla le turbe più profonde di ogni ragazza. Il cellulare in mondo visione, con la sua risoluzione sabbiosa, diventa il veicolo delle sincerità più intime, seguendo una commistione oggi molto utilizzata nei film sui teen-ager (si pensi a Home, sorta di equivalente maschile del belga Fien Troch). Il magma colorato di sequenze allora resta incollato grazie alla musica trans-pop, sfondo massiccio di questo intricato puzzle 4D. O forse bisognerebbe dire 5, 6, 7D: cioè quanti sono gli strati e i mezzi comunicativi che possono veicolare la ricerca di identità di una quindicenne oggi.

Un altro aspetto fondamentale del film è lo scardinamento definitivo degli stereotipi di genere. Queste ragazze sputano. Hanno i capelli rasati e li tingono di viola, azzurro, giallo. Sono gay, bisessuali, o hanno ragazzi molto più grandi di loro. Dicono parolacce. Sono cosparse di piercing e tatuaggi. Si vestono coloratissime, con una moda figlia del punk, del Giappone e di Snapchat. Quindi le vecchie e americane Mean Girls vanno del tutto dimenticate: non ci sono ragazze bionde, perfette, che puntano a fare colpo sui maschi, invidiose e aggressive fra loro. Piuttosto il concetto di “ragazza” va ridefinito, come suggerisce Zara in una scena. Seduta alla scrivania, sta decorando la testa di una bambola trovata per strada. Le ha sostituito gli occhi con delle perline, messo un foulard e un paio di orecchini, e sotto ha scritto la domanda: “What Are Girls?”, cosa sono le ragazze?

Il film di Annika Berg si inserisce quindi in quella scia culturale, promossa dalle donne e rivolta soprattutto alle donne, che fin dalla giovinezza punta a distruggere qualunque categoria di genere, qualunque idea prestabilita di femminilità. È una scia che tocca i libri, con il bestseller Storie della buonanotte per bambine ribelli; la politica, con le grandi manifestazioni anti Trump; e perfino la musica cinese, con la boyband Acrush composta interamente da ragazze. Se il movimento femminista esiste da decenni, in questi ultimi anni, parallelamente a un inasprimento dei canoni di bellezza e dell’uso di Photoshop, sta invadendo tutti i campi della cultura in modo sempre meno marginale. La comunicazione oggi passa da donna a donna, dilatandosi a ogni livello della società, per arrivare – forse – finalmente all’uomo.

Team Hurricane, in particolare, non può che essere il prodotto di uno sguardo femminile, che ha vissuto in prima persona l’adolescenza e che sembra voler lanciare un messaggio sulla profondità della sua ricerca identitaria. Sulla sua sofferenza. Come dice Eja: “Cerco roba che mi faccia essere triste, perché la tristezza è un’emozione più forte della felicità”. Cosa sono, dunque, le ragazze?