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Uovo, Latte, Miele: la trilogia di Yusuf di Semih Kaplanoglu

  • Data di pubblicazione 30 marzo 2011
  • Autore Roberto Pecci & Gigliola Bellinato
  • Categoria Attualità

Il cinema turco, specchio di un paese dalla doppia anima nel confronto/scontro fra una rapida industrializzazione e la Turchia più tradizionale e rurale, negli ultimi anni si è affacciato con successo alla ribalta internazionale. Oltre a Semih Kaplanoglu, infatti, ci sono autori già noti in Italia come Nuri Bilge Ceylan (Uzak) e Fatih Akin (il regista turco-tedesco di Crossing the Bridge) o talenti più giovani quasi sconosciuti da noi, come il documentarista Hüseyin Karabey e la regista Yesim Ustaoglu.

 

Il gruppo GOLEM, che in Spagna si impegna a distribuire film d’arte nelle proprie sale cinematografiche presenti in molte città, sta proponendo al pubblico la Trilogia di Yusuf: tre film pensati e diretti dal regista turco Semih Kaplanoglu (1963) con gli emblematici titoli di Yumurta (Uovo), Süt (Latte) e Bal (Miele).

Il ricordo di quanto avevamo letto sull’ultimo film della Trilogia, vincitore nel 2010 del Festival di Berlino, ci ha spinto ad accostarci a Bal; vederlo e sentirsi obbligati a partecipare agli altri momenti della Trilogia è stato un tutt’uno.

Concepiti fin dal 2007 come opera unitaria, in realtà ogni film vive anche in maniera autonoma, sebbene i richiami dall’uno all’altro siano continui con episodi che evocano il Kieslowski dei Dieci Comandamenti.  Alla base della Trilogia ci sono momenti diversi della vita del “personaggio” Yusuf: nonostante il percorso sia a ritroso, dalla maturità all’infanzia, tutti i film si svolgono nel nostro presente. In Uovo Yusuf è un poeta libraio a Istanbul convinto di avere tagliato i ponti con le sue origini nella cittadina di Tiro, località scelta non a caso per il suo essere al confine tra la tradizione e l’invasione della modernità. L’improvvisa morte della madre lo riporta a Tiro, dove gli incontri con personaggi chiave e con il luogo ritrovato (inteso anche come luogo dell’anima) lo costringono a fare i conti con le sue radici. Nel secondo episodio, Latte, Yusuf adolescente trova nella creazione poetica un’alternativa alla vita quotidiana con la madre, giovane vedova, che egli aiuta nell’attività di produzione e vendita di latte e formaggio.

Nel film del 2010 Miele, ambientato tra evocativi paesaggi anatolici, Yusuf è uno scolaro che vive in una casa isolata con i genitori: il padre apicoltore ha con lui un rapporto esclusivo e il bambino dovrà elaborare il lutto dell’improvvisa morte di questi. Ognuno dei tre film si apre, prima dei titoli di testa, con un episodio non sempre direttamente riconducibile alla storia che seguirà, ma altamente poetico e dotato di grande forza visionaria e magica.

Ma questo è solo il canovaccio su cui il regista tesse la sua trama di domande e risposte (?) incessanti su quanto sta al di là delle apparenze reali. Sorvegliatissima l’attenzione al simbolico, basata su una ricerca di forma cinematografica in cui il semplice va a braccetto con il miracoloso: si pensi a quanti pasti assistiamo, con tavole imbandite semplicemente ma con forti richiami alle nature morte pittoriche. Non c’è commento musicale nelle tre creazioni di Kaplanoglu, solo un continuo sottofondo dei rumori della vita quotidiana e ancor più dei suoni della natura: gli animali, il vento, la pioggia.

La presenza della natura, anche nelle sue espressioni meno benigne, dà forza a questi film (come non pensare alle Quattro volte di Frammartino proposto lo scorso novembre dal Circolo del Cinema?) e il regista suggerisce che affidarsi ad essa può essere una delle risposte alle nostre inquietudini. Kaplanoglu definisce il suo cinema come realismo spirituale ed è facile condividere questa definizione.

Speriamo che la sua opera possa essere presto distribuita anche in Italia per l’apprezzamento di quanti amano il cinema d’arte.