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VE 66. - Alla ricerca di emozioni tra i film in Concorso

  • Data di pubblicazione 27 ottobre 2009
  • Autore Roberto Bechis
  • Categoria Archivio Storico - Attualità

Confermando il clima ovattato e con poche emozioni già respirato durante le proiezioni della Mostra, anche l’assegnazione dei Premi ha creato poco scalpore e scarse risonanze.

Il Leone d’oro per il miglior film è stato assegnato a Lebanon di Samuel Maoz e il Leone d’Argento per la miglior regia a Shirin Neshat per Zanan bedoone mardan / Women Without Men: due film interessanti e ben fatti, ma difficilmente lasceranno il segno nella memoria degli spettatori (probabilmente non molti in Italia), che avranno la fortuna di imbattersi nelle poche copie distribuite.

Detto questo, ritengo valga la pena di soffermarsi su alcune proiezioni molto interessanti che spero avranno una sorte migliore.

Lourdes di Jessica Hausner, opera che affronta coraggiosamente il tema dei pellegrinaggi a Lourdes, in stile laico ma rispettoso, con profondità e ironia. Seguendo la storia personale della protagonista scopriamo anche gli aspetti meno positivi dell’intensa esperienza di viaggio, come gli aspetti commerciali che circondano le persone in cerca di una speranza, di un miracolo. In conferenza stampa la regista tedesca ha sottolineato come sia rimasta colpita dalla cittadina, defini-ta “Disneyland cattolico” ma al tempo stesso luogo di speranza e di forza della fede.

Persécution di Patrice Chéreau è un film nella migliore tradizione francese: ben recitato, con dialoghi fitti e analitici.

In un’opera molto curata e fitta di particolari, viene proposta la quotidianità un po’ particolare dei protagonisti spesso come metafora di aspetti psicologici: onnipresenti cantieri, simboli della precarietà e della necessità di ricostruzioni interiori. Il regista, pluripremiato in passato a Cannes e a Berlino (Orso d’oro nel 2001 con Intimacy), ha presentato un film dalle forti emozioni e ineccepibile nella stesura e nella recitazione. I dialoghi, molto belli, sono stati girati integrali e, come ha specificato il regista in conferenza stampa, sono stati tagliati dopo il girato.

Emozioni completamente diverse per Capitalism: a love story di Michael Moore, un altro film-documentario di importante approfondimento economico-politico del meritevole e discusso regista statunitense. Una inchiesta che affronta, con umorismo e indignazione, il tema del dominio delle grandi Corporations sulla vita sociale e individuale. Dopo Fahrenheit 9/11 un altro film imperdibile che verrà sicuramente distribuito anche in Italia.

Veniamo ora ad altri tre film interessanti presentati in Concorso e di provenienza orientale, cinematografia sempre molto presente e amata dal Direttore della Mostra Marco Müller. Innanzi tutto il film cyber-punk del regista giapponese Shinya Tsukamoto: Tetsuo the Bullet Man, opera violenta e psichedelica, un ottimo esempio di fumetto adattato al cinema. Si tratta della terza opera su Tetsuo, eroe metropolitano, a vent’anni dalla prima. Bellissima, ironica e dura metafora sull’uomo che, sempre più alienato dalla vita nelle grandi città, diventa metallo anche fisicamente. 

Yi ngoi / Accident di Soi Cheang, giovane ma già esperto regista di Hong Kong. Abbandonando in parte le sue abitudini di scene violente e generi horror, l’autore ha presentato un film giallo ben congegnato ed eseguito. Con un ritmo incalzante si sviluppano continui episodi di falsi incidenti, congegnati con accuratezza per coprire omicidi su commissione. Tutta la trama è sempre legata a tempi   di esecuzione architettati con precisione, ma in realtà il Caso è sempre in agguato per complicare (o semplificare) le cose. Il tema è quello sempre interessante del labile confine tra realtà e ossessione, condita da sospetto e paranoia. In conferenza stampa il regista ha sottolineato la difficol-tà di girare le scene d’azione (spesso spettacolari) nel centro di Hong Kong e la volontà di utilizzare il genere del Giallo per una riflessione sul Caso.

Yonfan con Lei wangzi / Prince of Tears, film storico ambientato negli anni ’50 a Taiwan, soggetta in quel periodo a forti repressioni politiche (il Terrore Bianco), come accadeva negli Stati Uniti, paese alleato. Il cast stellare ripropone in modo perfetto i fatti realmente accaduti. Un bellissimo film con ampi riferimenti alla forma artistica Liu Bai, sinonimo di libertà.

Tornando in Europa, il regista bavarese Werner Herzog è stato presente con ben due film: oltre al film in Concorso Bad Lieutenant: Port of Call New Orleans con Nicolas Cage, ha presentato My Son, My Son, What Have Ye Done? Un film splendido e ironico. L’autore di capolavori come Nosferatu e Woyzeck ha sottolineato come, dopo 40 anni di assenza a Venezia, sia grato al Direttore Müller per aver selezionato due sue pellicole. Il film, tratto da una storia vera, analizza il difficile confine tra pazzia e cosiddetta normalità.

Un altro film in concorso, The Road di John Hillcoat, è invece un ulteriore esempio di soggetto interessante ma banalizzato da recitazioni monocordi e da incongruenze nella stesura finale: adattamento cinematografico del romanzo premio Pulitzer di Cormac McCarty (autore del bellissimo “No Country for Old Men / Non è un paese per vecchi”, da cui è stata tratta la riuscita versione cinematografica di Ethan e Joel Cohen).

Il racconto, ormai un classico, narra di una Terra devastata e semidistrutta da apocalittici fenomeni naturali e, nonostante tutto, ancora abitata da una stirpe umana sempre più violenta ed egoista. Il declino dei valori e della solidarietà avvicinano la sopravvivenza quotidiana al genere horror. Peccato che lo svolgersi scriteriato del racconto abbia sortito l’unico effetto di una massiccia presenza di messaggi ironici sul magico spazio di sfogo democratico creato ormai da anni da Gianni Ippoliti.

Per quanto riguarda i film fuori Concorso, è sicuramente degno di nota Valhalla Rising di Nicolas Winding Refn, opera splendida e ipnotica, con una fotografia molto accurata e ottima musica: un viaggio nell’ignoto in tempi antichi e cruenti. In conferenza stampa il regista ha dichiarato che «i film sono opere d’arte e l’arte deve essere esplorata».

Concludendo, per quanto riguarda il complesso della manifestazione, vedremo il prossimo anno cosa accadrà, sperando che, con l’ulteriore procedere dei lavori di ristrutturazione dell’area del Palazzo del Cinema, si possano almeno avere a disposizione un maggior numero di proiezioni. E, perché no, anche di vedere finalmente una nuova sigla iniziale, poiché, dopo tre anni di ripetizioni della medesima, si rafforza sempre più la sensazione di estrema fragilità della Mostra Veneziana.