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VE 66. - I Leoni della Mostra del Cinema ruggiscono ancora?

  • Data di pubblicazione 27 ottobre 2009
  • Autore Lorenzo Reggiani
  • Categoria Archivio Storico - Attualità

Tutto secondo copione. Due dei film italiani in concorso alla 66a Mostra del Cinema di Venezia snobbati dalla giuria non sono stati affatto snobbati dal pubblico, anzi. Il grande sogno, uscito a ridosso della presentazione al Lido, è andato molto bene. Baarìa, nelle sale poco dopo, ha mantenuto a lungo la vetta del box office, battendo - sia pure di poco - Bastardi senza gloria, il nuovo straordinario film di Tarantino.

Il pubblico, a nostro avviso, non ha torto, anche se i due film non sono perfetti. Quello di Placido sul ’68, soprattutto: risente di un’impostazione troppo personale e unilaterale. Perché in effetti è autobiografico, come lui stesso ha sempre dichiarato: «Il 1968 che racconto è quello della mia conversione: quella di un ventenne, meridionale, poliziotto, che dopo aver manganellato gli studenti universitari capisce la loro protesta e passa dall’altra parte della barricata». Di barricate, scontri, manganellate, il film è pieno ed è forse il suo limite. Placido voleva fare una storia di grandi sentimenti e della realizzazione di un grande sogno. Ma di quest’ultimo si intravvede ben poco, schiacciato dai troppi luoghi comuni che l’hanno a loro volta schiacciato. I sentimenti si vedono sì, e fanno meritare a Jasmine Trinca un premio alla Mostra. Riccardo Scamarcio (che non ci è simpatico) non si prende alcun riconoscimento, ma lascia il segno di una delle sue migliori interpretazioni. Resta, del film, anche il riuscito ritratto di una famiglia borghese stravolta dal ’68.

Anche Baarìa non è perfetto, ma quasi. Tornatore, pure lui alle prese con gli spunti autobiografici («il mio film più personale»), costruisce una commedia epica con quel suo stile che coniuga gigantismo e retorica con episodicità e frammentarietà. La combinazione è spiazzante, ma il film è riuscito. Si può definire un kolossal minimalista. In realtà è un’opera poetica che ripercorre una grande storia collettiva ed epocale attraverso le memorie personali, il patrimonio intimo delle storie di paese e di famiglia. Solo qualche lieve difetto (come l’invadenza della musica di Morricone, pur pregevole) per un film che speriamo abbia la sua rivincita all’Oscar.

Non ha invece bisogno di rivincite l’iraniano Women Without Men di Shrin Neshat, premiato col Leone d’argento. L’apologo è chiaro ed efficace: si parla dell’Iran degli anni ’50 per alludere alla situazione attuale, attraverso storie di donne. Personaggi intensi, nessuna concessione alla spettacolarità, regia attenta.

Werner Herzog si è cimentato con Bad Lieutenant: Port of Call New Orleans, passato in concorso senza lasciare tracce profonde, se non quelle degli sfondi della città della Louisiana dopo l’uragano e la decisa negazione del regista che il film sia il remake del Cattivo tenente di Abel Ferrara.

White Material di Claire Denis è stato un po’ sottovalutato, sia per l’interpretazione di una Isabelle Huppert in stato di grazia, che avrebbe meritato un premio, sia per la storia di neocolonialismo ambientata nel Camerun, realizzata senza indulgere ad ideologismi, ma con linguaggio chiaro ed efficace.

Sopravvalutato, invece, ci sembra sia stato Life During Wartime di Todd Solondz, per alcuni meritevole del Leone d’oro. Il film è indubbiamente corrosivo, spietato, impietoso nella rappresentazione di una certa America, con una galleria di interpreti all’altezza. Non all’altezza, la pellicola nel suo insieme, del massimo riconoscimento.

Dalla visione di Al mosafer/The Traveller di Ahmed Maher abbiamo riportato molte perplessità, a cominciare dalla storia vagamente pirandelliana ambientata in Egitto sul Canale di Suez. C’è un potente inconfondibile Omar Sharif, è vero, ma appare a due terzi del film e non basta per salvarlo.

Si salva, eccome, sempre nel panorama del concorso, Soul Kitchen di Fatih Akin, premio speciale della giuria, al quale pronostichiamo (ed auguriamo) un giusto successo, grazie al simpatico mix con cui è realizzato: problematiche dell’immigrazione, ironia, paradossi, umorismo, sentimenti. Il tutto nello scenario di una realistica periferia di Amburgo, con un manipolo di simpatici attori che sanno anche scherzare, oltre a prendersi sul serio.

Fuori concorso abbiamo visto Le ombre rosse di Citto Maselli, sulla crisi che attraversa la sinistra in Italia. Ci ha un po’ immalinconito ma ci ha fatto riflettere, e ci ha fatto incontrare dopo lungo tempo un regista che ha avuto una parte piccola ma significativa nel cinema italiano. Purtroppo anche Maselli sta invecchiando, e questo suo ultimo film impietosamente lo dimostra.

Un altro grande vecchio del nostro cinema era a Venezia, e la Mostra lo ha omaggiato dedicandogli la pre-apertura: parliamo del novantaquattrenne Mario Monicelli. La proiezione de La grande guerra nell’Arena di Campo San Polo è stata una vera festa, per lui, per i presenti, per il cinema. Il film, sottoposto ad un perfetto restauro, non dimostra affatto i suoi cinquant’anni e si ripropone per il capolavoro che è: un affresco di complessa, cordiale, furbesca coralità con due grandi istrioni (Sordi e Gassman) e alcune sequenze memorabili. Un’opera in sagace equilibrio tra epica e macchiettismo, antiretorica e buoni sentimenti. Leone d’oro a Venezia, quando i Leoni ruggivano davvero.