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VE 66. - La SIC, un’azione di stimolo per la Mostra del Cinema

  • Data di pubblicazione 27 ottobre 2009
  • Autore Magè Avanzini
  • Categoria Archivio Storico - Attualità

La Settimana Internazionale della Critica ha aperto la sua 24a edizione 2009 con Metropia, un lungometraggio di animazione, opera prima dell’egiziano-svedese Tarik Saleh. Già artista di graffiti a Stoccolma e art director in campo pubblicitario, ha reso graficamente dei personaggi inquietanti nella loro somiglianza agli umani. Il film è ambientato nel 2024 in un’Europa spettrale e omologata che mostra tutte le sue crepe, dalla crisi economica al degrado ambientale; i suoi cittadini sono tenuti sotto stretto controllo e sono “gratificati” da servizi fantasmagorici come una capillare rete di linee metropolitane che collega tutte le capitali, oltre che da attraenti prodotti di bellezza per i capelli e da mirabolanti quiz televisivi che a getto continuo eliminano i perdenti e consacrano i vincenti. Il protagonista, Roger, esilissimo, il volto emaciato, pressoché glabro, con la voce profonda di Vincent Gallo, lavora in un call-center alla periferia di Stoccolma, ma per muoversi cerca - invano - di non usare la metropolitana, perché misteriose e strane voci pilotano la sua volontà.

L’effetto psicologico sul personaggio e sullo spettatore è quello di essere costantemente sorvegliati, prigionieri di un sistema da cui non si sfugge e a cui nulla sfugge. Un relativo lieto fine addolcisce il riaffiorare di temi orwelliani come il controllo, l’omogeneità intellettuale e il monopolio delle reti televisive, temi di grande attualità nel mondo di oggi. Il film è molto interessante, ha una spiccata connotazione narrativa che permette al regista di prendere la giusta distanza dai contesti politici e sociali, senza perdere di vista il suo messaggio, forte e chiaro: «se non c’è libertà nella tua mente, non c’è da nessun’altra parte».

Molto affine come tematica, anche se ambientato nell’Italia berlusconiana, è il lungometraggio - evento speciale - Videocracy di Erik Gandini, nato in Italia, ma residente da anni in Svezia dove, non è un caso, ha collaborato con Tarik Saleh. Con l’occhio di chi guarda con un certo distacco una realtà che gli sta a cuore e con uno stile documentarista non tradizionale, Gandini mette a nudo «il sistema di valori che si è affermato in questi anni: soldi, potere e immagine». Le sequenze che scorrono su adoratori della tv, su veline, tronisti, su Fabrizio Corona che si vanta del suo fisico e dei suoi affaracci, su Lele Mora nostalgico del ventennio, su un mondo di ammiratori e adulatori del nostro primo ministro, lasciano (a tutti?) un amaro in bocca, una profonda tristezza. Come si può non essere inquieti quando il potere enorme della televisione diventa strumento del potere politico ed economico di una sola persona, quando il passaggio da showgirl a ministro è “normale”? Il film, attesissimo al Lido tanto da richiedere una proiezione supplementare, non ha avuto un eguale riscontro al botteghino. Forse perché non c’è niente da ridere, sia per chi ha capito queste cose, sia per chi non le ha capite.

Ambientato in una Roma multietnica e un po’ pasoliniana, Good Morning Aman è l’opera prima del giovane regista italiano Claudio Noce. È un film apparentemente piccolo, ma necessario nell’attenzione a figure minori, annaspanti in una società che non dà loro spazio e soprattutto non concede una seconda possibilità, in caso di errore. Sì, è un film di denuncia civile, non nuovo nella tematica, ma molto interessante per il montaggio frenetico, con ottiche a volte molto strette sui personaggi a volte molto larghe, e una musica a contrasto. Narra la storia di Aman, ventenne somalo cresciuto a Roma, che lavora presso un rivenditore di auto usate, e di Teodoro, un ex pugile quarantenne dal passato oscuro. Un incontro fortuito fa nascere un’amicizia e un rapporto ambiguo: Teodoro si serve del ragazzo, e a sua volta Aman cerca nell’amico una possibilità di riscatto sociale, ma il lampo di speranza dura un attimo. È la storia di due solitudini, di due uomini allo sbando che non riescono a riprendere in mano la loro vita.

Da anni la Settimana della Critica riesce a scegliere un film italiano di grande successo: basta ricordare La ragazza del lago del 2007 e Pranzo di ferragosto che lo scorso anno ha portato a casa il “Leone d’oro” opera prima. Vedremo come il pubblico accoglierà Good Morning Aman, certo la critica ha avuto parole di apprezzamento per il registro narrativo e per i protagonisti, il bravissimo Valerio Mastandrea e Said Sabrie, dal volto scultoreo e intenso.

Il premio della giuria della SIC è andato al film Tehroun dell’esordiente Nader Takmil Homayoun, regista di origini iraniane trapiantato a Parigi, che racconta la vita dei diseredati di Teheran. Il regista, sfidando la pesante censura del suo paese, per poter girare ha chiesto i permessi per un documentario. Di fatto, senza ricorrere a metafore e poesia, ha raccontato in modo diretto una Teheran diversa da quella ufficiale offerta dai media. È Tehroun, nome dialettale della città, quella più povera, dove le prostitute, seppure vietate, adescano i clienti, dove i bambini vengono affittati ai mendicanti per fare più soldi. La narrazione prende il via da Ibrahim che ha lasciato la sua provincia natale e la sua famiglia per tentare la fortuna nella capitale; alla moglie ha detto che ha trovato un lavoro come magazziniere e che presto potrà raggiungerlo. Noi, con lui, scopriamo come nel paese dell’ortodossia islamica i fondamenti coranici sono costantemente violati: l’elemosina viene utilizzata per raggirare le persone; i ricchi donano meno dei poveri; le moschee praticano l’usura. Anche se nel film non si fa cenno a movimenti politici o a forme di opposizione, emerge come in nessun altro film iraniano un profondo malessere sociale che alimenta e si alimenta nella corruzione e nel crimine. Questo sorprendente film non lascia spazio per il moralismo o la pietà. Ci colpisce come un pugno allo stomaco e ci fa riflettere.

Se la riflessione e l’emozione fanno la differenza tra i film “belli” e gli altri, bisogna dire che la Settimana della Critica complessivamente funziona. La commissione selezionatrice riesce sempre ad accaparrarsi dei bei film e, all’interno della Mostra di Venezia che la ospita, ha anche una funzione di stimolo nei confronti della Mostra stessa e della sue scelte.