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VE 67. - La Settimana della Critica festeggia le nozze d’argento

  • Data di pubblicazione 01 dicembre 2010
  • Autore Magè Avanzini
  • Categoria Attualità

Da un Festival cinematografico si torna sempre con una valigia carica di immagini, di sensazioni e di riflessioni, di critiche e di consensi. Della Mostra di Venezia si è parlato e scritto a lungo, poco si è detto della rassegna “ospitata” alla Mostra, ma dotata di una sua autonoma identità per scelte di film e per designazione della giuria. Parlo della Settimana Internazionale della Critica che quest’anno ha festeggiato 25 anni di vita, vita ancora breve, ma ricca di successi, perché ha il vanto di avere scoperto e portato alla ribalta registi sconosciuti e film di valore.

Io ricordo con piacere La ragazza del lago di Andrea Molaioli con un Toni Servillo non ancora icona cinematografica, o Pranzo di Ferragosto di Gianni Di Gregorio, delizioso e delicato nell’affresco di vecchiette senza arsenico né merletti. Del resto spesso i film più interessanti, più nuovi e più apprezzati dal pubblico sono proiettati nelle sezioni fuori dal concorso ufficiale.

Nata nel 1984 sul modello della già collaudata “Semaine de la critique” di Cannes, la SIC è da tempo un evento culturale atteso nel panorama cinematografico internazionale, accreditato nel campo della ricerca e della proposta di quanto accade di nuovo e diverso nel cinema contemporaneo. Certamente 25 anni sono una bella età: fanno pensare alla gioventù e, insieme, alla maturità; permettono di guardare indietro e di progettare il nuovo. Non è un caso se come film d’apertura, fuori concorso, è stato scelto Notte Italiana, primo lungometraggio di Carlo Mazzacurati e primo film prodotto dalla Sacher Film, vincitore nella 4a edizione SIC del 1987. Girato sul Delta del Po, risulta un mix di commedia e noir modellato su un avvocato-investigatore interpretato da un Marco Messeri in stato di grazia, personaggio cocciuto e onesto che mette a rischio la propria vita e l’amore per una ragazza pur di scoprire la verità su fatti misteriosi e criminali. Rivisto oggi, il film è ancora spaventosamente moderno nella denuncia del degrado morale, politico, economico che allora si stava facendo strada e che oggi è dilagante e sotto gli occhi di tutti quelli che vogliono vedere.

La rassegna dei film opere prime in concorso, si è aperta con Angèle et Tony della giovane regista francese Alix Delaporte. Il film racconta una storia minimalista e delicata, in cui accade tutto e niente: gli stati d’animo, il paesaggio, i piccoli fatti quotidiani sono solo lo specchio feroce della tristezza e della solitudine odierna, dove filtra comunque un barlume di speranza. 

Una giovane donna allo sbando, Angèle, vuole disperatamente formare una famiglia che le permetta di riprendersi il figlio affidato dai giudici ai nonni paterni; un pescatore che vive con la madre vedova, Tony, vuole sfuggire a una solitudine affettiva che lo stringe come una morsa. 

Si incontrano grazie ad un annuncio e poco alla volta, nonostante le difficoltà e la diffidenza, si avvicinano con piccoli gesti di apertura, sorrisi appena accennati. Angèle et Tony, recitato magnificamente da Clotilde Hesme e da Grégory Gadebois, attore della Comédie-Française, non è solo il racconto di un amore, ma è anche un affascinante affresco della Bassa Normandia economicamente legata alla pesca.

È un film molto bello che riesce a saldare l’osservazione del reale, della dura vita di sacrifici e di lotte sindacali dei pescatori, con l’analisi dei sentimenti e delle dinamiche esistenziali dei protagonisti.

Un altro film molto applaudito e che mi è molto piaciuto è Naomi di Eitan Zur, nato a Tel Aviv nel 1963, al suo primo lungometraggio. In maniera raffinata e ironica racconta di un sessantenne docente di astrofisica all’università di Haifa, molto innamorato e sposato a un’avvenente ventottenne. L’anziano professore, geloso e sospettoso, scopre di essere tradito, si reca a casa del rivale e nel corso di una discussione lo uccide e nasconde il cadavere nel bagagliaio dell’auto. A farla franca senza che l’amata ne venga mai a conoscenza, lo aiuta la vecchia madre che, come vuole la tradizione ebraica, mantiene una forte influenza sul figlio e, forse per lavare sensi di colpa pregressi, sacrifica la sua vita pur di salvarlo. Al di là di schemi un po’ scontati, ma non per questo meno divertenti, la trama si arricchisce di elementi psicologici che ruotano intorno ad un mai evoluto rapporto madre-figlio e all’altro rapporto, quasi speculare, marito-moglie, in cui il marito tende a fare da padre alla giovane donna. Il film sembra attanagliare il protagonista, goffo e appesantito nel fisico, sembra destinarlo a non avere alcuna via di scampo, ma non sempre è il caso a governare i destini umani. La mamma è sempre la mamma!

Tra le mie riflessioni post-festival una molto positiva riguarda la presenza, in tutte le varie sezioni della Mostra, di registi molto giovani, in particolare di giovani registe donne, numerose come da anni non si vedeva a Venezia. Se si pensa al Leone d’oro assegnato a Sofia Coppola per il film Somewhere e se si pensa anche all’Oscar assegnato a Kathryn Bigelow per il suo Hurt Locker, qualche riflessione si può fare sulle capacità dell’universo femminile e sulle paure di quello maschile, dato che la crisi sentimentale della coppia e quella sociale della famiglia sono temi pressoché costanti nei film proiettati a Venezia, e non solo.