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VE 67. - Le Giornate degli Autori

  • Data di pubblicazione 01 dicembre 2010
  • Autore Laura Pasetto
  • Categoria Attualità

In tempi di crisi la parola d’ordine è risparmio, meglio, spese operate in modo oculato. Se si inserisce questo concetto nell’ottica di un Festival cinematografico internazionale qual è la Mostra del Cinema di Venezia, sobrietà è il sostantivo che lo traduce. La 67ma edizione doveva così essere, almeno leggendo i giornali nei giorni precedenti l’inaugurazione, quella dei “meno party per tutti”, quella in cui i film avrebbero fatto notizia e non le passerelle.

Se delle pellicole si sono pressoché perse le tracce nelle ultime pagine dei quotidiani, se a tenere banco sono state le intemperanze e l’eccentricità del Presidente di giuria Quentin Tarantino (reo, secondo la stampa, di aver “raccomandato” la vincitrice Sofia Coppola), vuol dire che l’obiettivo non è stato un gran che raggiunto. Vero è che è aumentato, finalmente, il numero di biglietti venduti ed altrettanto vero è che si è registrata una diminuzione di presenze di starlette televisive e non, che negli scorsi anni infestavano serate e passerelle. Tra ritardi cronici e file interminabili, è partita il primo settembre la 67ma edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica, la prima da anni che assegna “zero tituli” all’Italia, anche con la rassegna delle “Giornate degli Autori 2010”, sezione sempre ricca di ottimi spunti, sempre in rinnovamento e destinata, visti i contributi pubblici e privati, a ritagliarsi uno spazio sempre maggiore.

Dodici nazioni per dodici film, questa in sintesi la descrizione della rassegna che mantiene vivo lo spirito originario di volontà di ricerca di talenti, di autori indipendenti che sappiano ispirare il pubblico con storie forti e moderne sia dal punto di vista stilistico che concettuale.

Non è una delle quattro opere prime presentate, Incendies di Denis Villeneuve, pluripremiato autore di Polytechnique; tratto da una pièce di Wajdi Mouawad, è la storia del viaggio che la protagonista Jeanne e il fratello compiono in Medio Oriente sulle tracce della madre Nawal per ritrovare due familiari. La ragazza sarà costretta a rivivere il dolore e le ingiustizie subite dalla madre, piombando in un contesto carico di odio nel mezzo di una guerra senza tregua che dura da quarant’anni. È un film coraggioso, di formazione, che colpisce dalla prima inquadratura (da sottolineare l’assenza dei titoli di testa e l’inizio folgorante), con una regia asciutta; giocando nell’intreccio delle storie di madre e figlia sulla grande somiglianza delle due, offre allo spettatore un punto di vista personale, quasi fisico, della guerra e della sua insensatezza.

Nel 2007 vince il Premio Speciale della Giuria al Festival di Locarno con Lo bueno de llorar, Matías Bize presenta a Venezia La vida de los peces, la storia senza tempo di una malinconia. Andrés, dopo anni in Germania, rientra in Cile ritrovando gli amici di un mondo ormai perduto e ritrovando l’antico amore Beatriz. Attraverso le immagini ed i silenzi, attraverso gli incontri che Andrés fa nel suo personale viaggio nel tempo, Bize esplora l’animo umano nel profondo con uno sguardo commosso e puro. Rimane insoluta la domanda di fondo, su quale sia la scelta giusta di fronte ad una vita segnata dal dolore acuto e lacerante di una perdita. Forse nuotare in tondo come fanno, inconsapevoli, i pesci.

Decisamente innovativo, dal punto di vista tecnico, è il film di animazione Pequeñas voces di Jairo Eduardo Carrillo e Oscar Andrade: presentato sette anni fa alla Mostra come corto e divenuto ora un lungometraggio, usa come storyboard i disegni dei bambini protagonisti delle quattro storie raccontate sulla guerra di Colombia, guerra di cui troppo poco si parla. Documentario a quattro voci, mostra uno spaccato interessante della Colombia moderna attraverso gli occhi ingenui dei più piccoli che, mediante le loro esperienze e ricordi, permettono al pubblico di conoscere un po’ meglio questa nuova generazione di bambini profughi, senza passato e senza futuro in un paese martoriato da una guerra fratricida. Quello che i due registi colombiani cercano di rappresentare è un mondo molto complesso, dove bene e male spesso si mescolano e si confondono in un’unica dimensione; questo è forse il limite di una buona idea, la difficoltà di rappresentarla in modo efficace.

Il suo primo lungometraggio, Motorcycle del 2006, era l’unione dei suoi precedenti tre corti: Paul Gordon sbarca al lido con The Happy Poet, storia di Bill, poeta dal mediocre talento e dal pungente sarcasmo, che decide di aprire, con l’aiuto degli amici, un chiosco vegano in Texas. Il sogno, offrire cibo sano e biologico nell’America dello “junk food”, al di là della critica anche politica che suggerisce la scelta di questo tema, rispecchia l’idea che Gordon ha del cinema: partire da un piccolo progetto, da un piccolo budget, per creare qualcosa di buono che possa in qualche modo cambiare la società in meglio; cambiare il sistema attraverso il sistema. La vita di tutti i giorni diviene il centro narrativo e stilistico di questa pellicola indipendente che riesce a mostrare al pubblico che anche nel vuoto, nei passaggi più banali e meno articolati può nascondersi un barlume di poesia o di allegria.