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VE 67. - Tutti insieme appassionatamente in concorso

  • Data di pubblicazione 02 novembre 2010
  • Autore Lorenzo Reggiani
  • Categoria Archivio Storico - Attualità

I concorsi cinematografici, si sa, si concludono con premi che fanno discutere, scontentando o accontentando, ma l’importante, in definitiva, sono i film che vengono presentati, a prescindere dai riconoscimenti che ricevono - o meno - dalla giuria.

Alla 67. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia la competizione nella sezione maggiore è stata sicuramente serrata, tra pellicole molto diverse tra loro, a cominciare da quella d’apertura: Black Swan di Darren Aronofsky, con l’ex bambina prodigio Nathalie Portman e Vincent Cassel. È la storia di una rivalità tra due ballerine, ma anche la gara tutta interiore di una, Nina (la Portman), con se stessa e i suoi fantasmi, ambientata nel mondo senza sconti della danza newyorchese. Un po’ Freud, un po’ Dostoevskij, un po’ Fantasma dell’opera e un po’ Scarpette rosse, noir, horror, thriller, erotico, psicologico. Fatto per strappare applausi (come nella scena finale), si può vedere. Con Miral e con le migliori intenzioni, Julian Schnabel si getta in un sunto storico sulla lunga guerra fra Israele e Palestina. Il taglio è corretto, ma piatto e didascalico, quasi mai emozionante. Freida Pinto (The Millionaire) è bella e intensa; Hiam Abbass (Il giardino di limoni) è efficace. Si può vedere.

Molto atteso era il ritorno alla Mostra di Abdellatif Kechiche che nel 2007 arrivò a un soffio dal Leone d’oro con Cous cous e che anche stavolta non ha deluso con Venus noire. La vera storia di Saartjie, donna sudafricana che nell’800, tra Londra e Parigi, per il suo aspetto fisico inconsueto divenne prima un fenomeno da baraccone e poi l’oggetto del desiderio degli scienziati, suscita impressione, anche se troppo lunga e troppo crudele nel raccontare l’inferno del suo personaggio principale. Da vedere.

Molto ci si aspettava anche da Essential Killing di Jerzy Skolimowski, che non ha tradito le attese, narrando la vicenda, quasi per nulla parlata, di un talebano, catturato da soldati americani in Afghanistan e fuggito mentre lo stanno trasferendo in una prigione segreta nel Nord Europa. Impressionante prova, muta, del braccato Vincent Gallo, che si è portato a casa la Coppa Volpi, mentre Skolimowski se n’è andato col Gran premio della giuria. Da non perdere.

Un po’ deludente invece il ritorno al cinema del vecchio cineasta indipendente Monte Hellman che ha portato in concorso Road to Nowhere, un giallo col filtro del film nel film, con una fascinosa ex modella che trascina il regista in una storia dai contorni misteriosi. Si può vedere.

Promises Written in Water (Promesse scritte sull’acqua) è un titolo esemplare per un film, di Vincent Gallo, di rara inutilità e presunzione. Onore a Gallo attore, ma al Gallo regista va detto che è meglio non fare mai più simili promesse. Da evitare.

A lasciare un vero segno nel concorso veneziano è stato Silent Souls di Aleksei Fedorchenko, che racconta la vita dei Merja, una popolazione finnica in Russia di cui si stanno perdendo le tracce. Il protagonista porta con sé la moglie morta in un viaggio pietoso, ma è il silenzio a raccontare la poesia di una tribù che non ha dei, crede nell’amore e vorrebbe morire nell’acqua. Da vedere.

Niente di meno seducente, invece, del sesso consumato tra due coppie che decidono di “aprirsi” e di scambiarsi i partner in Happy few del francese Antony Cordier. Potrebbe essere un tentativo di scavo psicologico sul fallimento dell’utopia dell’amore libero, ma nemmeno questa tesi, peraltro negata dal regista, ci libera dalla noia. Si può perdere.

I quattro film italiani scelti per il concorso, pur non avendo preso alcun premio, si sono rivelati piuttosto interessanti, sia per la personalità dei loro registi che per le scelte di stile e di contenuto. Saverio Costanzo affronta il best seller La solitudine dei numeri primi facendone un horror dei sentimenti con esiti alterni, troppi flash back e un’ultima mezz’ora che vale il film grazie ad una strepitosa Alba Rohrwacher.

Mazzacurati con La passione, invece, cerca, giocando prima con modi e tempi della grande commedia poi con l’incisività della farsa (Battiston-Cristo è irresistibile), di delineare un ritratto di un regista in crisi di fronte ai compromessi della professione.

Martone racconta in Noi credevamo il Risorgimento che a scuola non ci hanno insegnato, che conosciamo meno della rivoluzione francese, e lo fa attraverso le storie di tre patrioti giacobini, con l’ambizione di offrire un affresco capace di parlare del passato ma anche del nostro oggi.

L’esordiente (al cinema) Ascanio Celestini porta sullo schermo il suo spettacolo teatrale La pecora nera sul tema dei vecchi manicomi e ne esce un’altra cosa: un documentario poetico, un bellissimo racconto per immagini. Una strada originale ed emozionante, come lo è stato il percorso teatrale di Celestini, all’incrocio tra film, teatro e narrativa pura. Tutti e quattro, film da vedere.

La commedia da crisi e viaggio, Somewhere, diretta con grazia da Sofia Coppola, è stata lodata da molti e si è aggiudicata il Leone d’oro. A noi pare un esercizio di stile esile e vano, un ritratto scontato di un giovane divo confuso (il bel Dorff) perduto nella gabbia d’oro di Los Angeles: l’amore per la giovane figlia forse lo salverà. Tutto è visto e previsto, al di là di qualche bella immagine (la seduta al trucco per l’invecchiamento) e della sequenza più conturbante (ma anche più divertente): la visita nell’Italia dei “Telegatti”, ovvero così ci vedono dagli Usa. Il film comunque si può vedere.

A rappresentare in gara l’Oriente, da sempre una delle passioni del direttore Müller, il nuovo film del cinese Tsui Hark, Detective Dee and the Mystery of Phantom Flame, una storia ambientata al tempo della dinastia Tang, nel 690 dopo Cristo, dove la prima donna imperatrice della Cina prima di salire al trono dovrà risolvere il mistero di una serie di morti sospette. A conferma che uno dei fili che hanno annodato il concorso di quest’anno è stato sicuramente il mistero e il lato opaco della realtà. Come dimostra l’altro orientale in competizione, 13 Assassins del giapponese Takashi Miike, che tra Mucchio selvaggio e Sette samurai rende omaggio al cinema di casa, ma è cresciuto a Sergio Leone. Entrambi si possono vedere.

C’era in concorso, com’è tradizione, anche un “film a sorpresa”, sempre dall’Oriente: La fossa di Wang Bing. Nella Cina anni ’60, fallita l’ennesima campagna ideologica, Mao se la prende con gli “intellettuali reazionari” e ne spedisce migliaia a crepare nel deserto. Per la critica, da non perdere e da Leone d’oro.