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VENEZIA 2005 - ESPERIENZE VENEZIANE

  • Data di pubblicazione 29 ottobre 2005
  • Autore Laura Pasetto
  • Categoria Archivio Storico - Attualità

Quaranta minuti di viaggio in vaporetto, il tempo necessario per essere catapultati nella “dimensione Lido”. Già, perché per undici giorni questa striscia di terra si trasforma in una realtà particolare, agli occhi del mondo, con i suoi personaggi caratteristici, orde di ragazzine urlanti che attendono per ore tutti i giorni la passeggiata sul tappeto rosso di chiunque sia vagamente famoso (passare la giornata seduti per terra per l’autografo di un partecipante del “Grande Fratello”…), e le sue regole (ed i suoi prezzi...). Regole di accesso alle sale, alla sala stampa e perfino alle toilette... l’illusione della sicurezza affidata a uomini in nero muniti di metal detector ed auricolare che hanno sconvolto tutti i piccoli riti di chi vive il festival: il giornale al mattino al Casinò, gli ingressi alle conferenze stampa, i furtarelli nelle caselle della stampa accreditata...

Purtroppo è questo quello che maggiormente ha caratterizzato l’esperienza di noi ragazzi che, per dovere (scrivere recensioni per l’università o per le varie associazioni culturali) e per piacere, abbiamo avuto l’occasione di seguire la Mostra nella sua interezza; molta preoccupazione ha suscitato la possibilità, ventilata in una accesa conferenza stampa tra il sindaco di Venezia Cacciari ed il ministro Buttiglione, della nascita di un nuovo festival del cinema con sede a Roma, che comporterebbe la progressiva morte della rassegna veneziana.

La parola chiave di quest’anno, per noi, è: “poco”. Infatti, dei film presentati pochi hanno colpito il pubblico giovane (la riflessione più frequente era: «che sia il livello generale così mediocre il segno della fine di Venezia?»), ma soprattutto poco è stata seguita la retrospettiva sul cinema asiatico (sicuramente più impegnativa), dopo il successo della riscoperta dei B-movie italiani nella scorsa edizione.

In realtà, della miriade di coloro che ottengono l’accredito culturale a Venezia, ben pochi hanno un interesse vero per il cartellone, si preferisce la passerella con le star d’oltreoceano o si cercano i modi per imbucarsi alle feste più esclusive (c’è sempre qualcuno che conosce qualcun altro che forse può farti entrare in queste feste da VIP), prova ne è la scarsa presenza di pubblico giovane alla prima proiezione del mattino.

Grande affluenza in Sala Perla, probabilmente perché era l’unica a monitorare le presenze, però quest’anno vi si proiettavano le “Giornate degli Autori” e la “Settimana della critica”, le sezioni forse meno fruibili dagli spettatori più giovani, anche se solo per una manciata di minuti: infatti spesso, solo alla vista dei titoli di testa, la sala andava svuotandosi progressivamente. Eppure le “Giornate degli Autori”, per chi avesse avuto la tenacia di seguirle, erano un vero serbatoio di sorprese festivaliere. Apprezzato, invece, dalla maggior parte degli under 30 il film di George Clooney Good Night, and Good Luck sia per la buona regia sia, in particolar modo, per la tematica affrontata: la libertà di espressione ed il potere dei media di influenzare le masse sono stati argomenti di grande discussione nelle serate veneziane; intensi dibattiti, seppure su un piano decisamente diverso, ha suscitato anche Mary di Abel Ferrara (dieci minuti di applausi scroscianti alla fine della proiezione mattutina per il pubblico): un film “post Gibson”, totalmente diverso da quello che è diventato una sorta di spartiacque per i film religiosi; il confronto tra le due pellicole, pur nella differenza dei contenuti, e l’ingombrante successo della Passione che non può non influenzare qualunque regista affronti questi temi, erano gli argomenti più dibattuti; poco risalto invece si dava al messaggio religioso, alla speranza nella redenzione e alla ricerca della propria spiritualità   che sono le basi di questa ottima pellicola di Ferrara. Naturalmente il lavoro più atteso e più acclamato dai giovani è stato Corpse Bride del “mitico” Tim Burton (più di due ore di coda nella famigerata Area Alice, in tanti sono rimasti fuori). Uscendo dalla sala si sentivano solo commenti entusiastici e si vedevano sguardi colmi di soddisfazione per essere riusciti a vedere quello che da molti è stato definito quasi un capolavoro (è stata anche l’unica volta che nessuno si è lamentato della coda e dell’inettitudine degli addetti ai controlli).

Altri due sono stati i film di cui si parlava maggiormente tra noi, entrambi nella rassegna delle “Giornate degli Autori”: Naboer e C.R.A.Z.Y.  Il primo sostanzialmente per il montaggio e la struttura temporale entrambi molto accattivanti (vagamente alla Memento di Christopher Nolan), infatti, per quanto riguarda la trama, ad un occhio ormai abituato da una moltitudine di psyco-thriller quello che dovrebbe essere il colpo di scena finale è già chiaro dopo pochi minuti dall’inizio; il secondo invece per la tematica (difficile trovare ragazzi che non abbiano difficoltà nel rapporto con i genitori, parecchi si sono commossi ed immedesimati nelle vicende dei protagonisti), ma, credo, soprattutto per il modo “leggero” con cui queste vengono affrontate. Ironia e leggerezza, non il solito drammone strappalacrime da botteghino (Elizabethtown di Cameron Crowe, ad esempio, è stato giudicato da molti “furbo” proprio perché andava a toccare, con una sapiente scelta dei tempi, le corde più immediatamente accessibili del cuore umano), ma il racconto fresco ed a tratti esilarante della vita di una famiglia come ce ne sono tante.

Nonostante tutto, però, nelle nostre conversazioni quotidiane (nei luoghi di ristoro o durante le lunghe file) si dava poco spazio ai film, probabilmente anche per non suggerire spunti critici ai “concorrenti” che dovevano scrivere dei “pezzi giornalistici”), molto invece si criticavano l’organizzazione dell’apparato di security, all’insegna della lentezza e della scortesia più fastidiosa, ed i prezzi esorbitanti del Lido; la considerazione più gettonata era: se per riuscire a trovare sistemazioni alberghiere e ristoranti ad un prezzo non folle al Festival di Venezia ci sono voluti almeno un paio di anni, se poi lo sposteranno a Roma??? 

 

 

LE  “GIORNATE  DEGLI  AUTORI”

 

In un cartellone decisamente snellito rispetto all’anno  passato, molto interessante è stata la seconda edizione, allestita dopo il grande successo della prima, delle “Giornate degli Autori” volute, sul modello della “Quinzaine des Réalisateurs” di Cannes, da Giorgio Gosetti, con la collaborazione di Anac e degli autori dell’Api. L’idea portante è quella del confronto, del dialogo tra identità diverse attraverso i diversi incroci geografici, politici e culturali che si intrecciano in queste notevoli pellicole, con l’intento di contribuire con una ventata di novità alle proposte del cartellone principale della Mostra e di offrire, nel contempo, degli spunti per riflettere sulla realtà senza pregiudizi.

Ne è stato un esempio l’evento speciale di apertura, il noir francese Le petit lieutenant, che racconta, in modo molto lineare e descrittivo, il primo incarico di un giovane tenente della polizia investigativa parigina, Antoine, che diventerà il protetto del proprio superiore, il capitano Vaudieu, una donna, un’alcolista (un’alcolista che beve ginlemon..., ruolo interpretato da Nathalie Baye). Il regista Xavier Beauvois, già a Venezia con Selon Matthieu, ci regala un film amaro ma appassionante, girato quasi tutto in interni, tecnicamente semplice, senza colonna sonora, in realtà senza le sovrastrutture del cinema moderno. Dopo aver passato molto tempo nelle stazioni di polizia, racconta con cruda efficacia la vita di un gruppo di poliziotti al lavoro risucchiati dalla routine e sempre in fuga dal proprio passato, dalla propria gioventù o da un vizio non del tutto perso. Non si può fuggire dal proprio destino: questo sembrano dire al pubblico i volti e le espressioni dei protagonisti, ben analizzati da molti primi piani, avviluppati in una spirale da cui non vi è via d’uscita.            Premio “Label Europa Cinemas”.

Il debuttante georgiano Gela Babluani con il suo 13 (Tzameti, Premio Netpac) racconta la storia di un giovane operaio, Sébastian, che si occupa di alcune riparazioni in una villa decadente della provincia francese (ecco l’intreccio di cui sopra, Georgia-Francia) fino a quando, per la morte del proprietario e per l’impossibilità quindi di essere pagato, ruba una lettera con indicazioni misteriose che, come una sorta di caccia al tesoro, lo porterà a vivere un’esperienza decisamente forte... La storia, semplice nella trama, viene narrata attraverso gli occhi del protagonista che segue le indicazioni della lettera inizialmente con crescente curiosità e speranza, fino a scoprire, troppo tardi e senza possibilità di scampo, l’orrore della realtà. Sébastian, insieme allo spettatore, viene quindi catapultato in un microcosmo dominato dalla sorte, dalla legge delle probabilità in cui l’essere umano non ha nessun valore ed è ridotto ad un numero funzionale rispetto al “gioco”. Lo spettacolo, gestito con cinismo manageriale da uomini molto ricchi ed in cerca di forti emozioni, è crudele ma talmente burocratizzato da banalizzarsi nella contabilità delle vincite e perdite. L’uso del bianco e nero per una fotografia tagliente nei contrasti, lo studio dei volti, il montaggio serrato e l’assenza di colonna sonora risultano decisamente efficaci, al punto da rendere la visione quasi insostenibile quando il film tratteggia le vicende di uomini-numero trasformati in carne da macello per un pubblico avido di sangue e di denaro. Nel terrore degli occhi del giovane Sébastian ritroviamo i sottintesi più potenti della semplice paura della morte.

 La coproduzione franco-palestinese Attente, opera del regista di Ticket to Jerusalem Rashid Masharawi, è un film autobiografico e racconta l’ultimo impegno del regista Ahmad, originario di Gaza (personaggio che adombra lo stesso Masharawi), prima di lasciare la Palestina: formare una compagnia teatrale per il nuovo Teatro Nazionale Palestinese in costruzione. Inizia così un viaggio, assieme alla giornalista Bissan ed al suo cameraman Lumière attraverso i campi profughi di Siria, Giordania ed Egitto, fatto di provini che dipingono storie diverse di persone che sperano di ritornare nelle proprie case, di spostamenti difficoltosi attraverso check-point militari, e di attesa. È un film che scuote, senza risultare eccessivo, che fotografa la drammatica situazione della Palestina con la purezza immatura di un sognatore che rinuncia alla critica sociale per concentrarsi sulle persone, sulle rovine delle città, sulle parole: splendide le sequenze dei provini, di quei volti naturali in cui esplode senza contaminazioni la potenza della speranza. Con l’ironia che già avevamo conosciuto nelle opere di Chaplin, con il sorriso che si scontra con la drammaticità delle vicende, si riflette sul tema principale, l’attesa. L’attesa di un sogno utopico in cui tutte le popolazioni raggiungano un equilibrio pacifico? L’attesa di un domani migliore che non arriva mai?

Un’altra coproduzione, serbo-americana, è Love del regista Vladan Nikolic che tenta di unire la cultura americana a quella europea attraverso l’intreccio nei bassifondi di New York dei tre protagonisti: un sicario slavo, “zio Vanja”, la sua ex moglie Anna e il nuovo compagno di quest’ultima, il poliziotto Dirk Malloy con velleità da scrittore. Una voce narrante (solo alla fine si scoprirà essere la trama del romanzo dello “scrittore-poliziotto”), svela l’intreccio di questo breve noir: “zio Vanja” dopo l’ultimo incarico vorrebbe uscire dal giro della malavita, senza riuscirci. È un thriller metropolitano e cosmopolita i cui personaggi si incontrano e si scontrano tracciando nuovi destini. C’è chi ritrova amori mai dimenticati, chi cerca rifugio e protezione, chi muore e chi ricomincia a vivere, ma la caratteristica comune è la ricerca delle proprie radici, della propria identità: proprio il silenzioso sicario, nato nella Jugoslavia unita ed orfano dei genitori, non ha mai saputo a quale etnia appartenesse e per questo è diventato un invisibile ai margini della società.

Tra i pochi aspetti interessanti di questa pellicola low-budget c’è il meccanismo narrativo ad incastro, che mostra come ogni personaggio sia arrivato ad un determinato incontro generale, e la direzione delle poche scene di violenza in cui scompare la colonna sonora ed è il silenzio a divenire protagonista. Confusionario e pretenzioso, Love, nonostante gli sforzi narrativi, risulta decisamente noioso.

 

Allegro è il secondo lungometraggio del regista danese Christoffer Boe, già vincitore a Cannes nel 2003 per la miglior opera prima con Reconstruction. Zetterstrøm è un freddo e distaccato pianista di grande successo senza ricordi degli ultimi dieci anni della sua vita. Dopo un periodo passato a New York, rientra in Danimarca per una tournée e viene a conoscenza dell’esistenza di un’area a Copenhagen, “La Zona”, in cui è impossibile entrare e del cui interno niente si conosce; Zetterstrøm si sente subito attratto dalla “Zona”, e forse solo al suo interno potrà ritrovare la memoria. Il fulcro della storia è la ricerca di cosa ci renda ciò che siamo: la memoria, non solo intesa come consapevolezza delle relazioni che ci permettono di esistere socialmente, ma soprattutto come origine ed alimento delle potenzialità artistiche di ogni individuo, che traggono forza proprio dal dolore e dalle sofferenze che condizionano le scelte di ognuno rendendolo quello che è. L’ingresso nella “Zona”, sotto la guida di una sorta di mago su una sedia a rotelle, è l’inizio di un viaggio allucinato nell’inconscio e nel carattere del protagonista: è un perfezionista che non accetta gli errori ed il dolore, li rifiuta riponendoli in scatole    e seppellendoli negli angoli bui della propria mente. L’esplosione di questa mole di ricordi dolorosi crea la “Zona”, crea il disagio e la curiosità di conoscere quella parte sconosciuta del proprio io; lentamente il passato riaffiora e ritorna forte l’amore per una donna, Andrea, che è stato la causa dell’amnesia del pianista. Il mondo presentato da Boe è cupo, notturno, animato da un’atmosfera di magia che non consiste nella possibilità di cambiare il passato ma, al contrario, nella possibilità di viverlo nel presente come fondamento della persona anche nella sua manifestazione più lacerante, la perdita di un amore.

Il canadese C.R.A.Z.Y. di Jean-Marc Vallée, grande successo di pubblico in patria, racconta la storia di una famiglia dagli anni ’60 ad oggi, della crescita dei cinque diversissimi figli e del loro rapporto con il padre. Un padre molto virile, che educa i ragazzi con il mito del macho, dell’uomo vero fatto di muscoli e donne; nella ricerca disperata dell’approvazione paterna si snocciolano gli episodi dell’evoluzione di Raymond e Zac, i protagonisti della pellicola. Entrambi sono una delusione per il padre, il primo è un tossicodipendente, il secondo omosessuale, la colpa peggiore per una mentalità di provincia. Solo con la morte per overdose di Ray, il padre capirà il giovane Zac e riuscirà ad accettarlo per quello che è, amandolo. Film colorato, corale e confusionario, tenta di tratteggiare la società canadese di quegli anni, ma risulta superficiale nella trama e banale nella conclusione; riesce comunque a strappare lacrime e risate per dialoghi a tratti molto intensi ed ironici. La figura di Zac non pare del tutto formata caratterialmente, anche se regala momenti di grande lirismo. Una pellicola incompleta, con un grande potenziale inespresso.

Decisamente originale il norvegese Naboer, del regista di Junk Mail Pål Sletaune, che prende spunto da una paura molto comune, quella di essere inconsapevolmente spiati, e da una considerazione molto semplice, spesso il pericolo più insidioso viene proprio da un vicino. John, appena lasciato dalla fidanzata Ingrid, viene attratto nell’appartamento accanto da due avvenenti quanto inquietanti vicine, Anne e Kim, che lo trascinano in una relazione sconvolgente ed intrisa di erotismo, fino a distruggere la sua salute mentale ed annullarne la percezione del confine tra realtà e fantasia. Inizia così questo thriller psicologico, una pellicola fatta di situazioni ed atmosfere stranianti, in cui la casa, vera protagonista del film, non è più luogo di sicurezza e protezione ma un non-luogo, costituito da labirinti, stanze chiuse e camere segrete, che diviene origine dell’incubo in cui precipita il protagonista. Il regista spesso eccede nel fornire elementi rivelatori della trama, una simbologia un po’ troppo prevedibile lascia scoprire troppo presto la verità sulla vicenda, anche se si tratta comunque di un’opera interessante dal punto di vista visivo e narrativo: efficace l’uso massiccio di flash-back introdotti magistralmente da netti stacchi della camera che diventano quasi fisicamente degli schiaffi per il protagonista alla ricerca di una realtà ben peggiore della fantasia.

Lo scrittore, poeta, sceneggiatore e regista di Buenos Aires Eduardo Mignogna, giunto all’età di 64 anni, regala al pubblico un film intimo e poetico, El viento, che racconta il ritorno a Buenos Aires di un agricoltore della Patagonia, Frank, per comunicare alla nipote la morte della madre. Il vento di Mignogna è un vento di scossa, di un passato incancellabile che arriva a scuotere il presente; elemento scatenante è la morte che costringe il protagonista a prendere decisioni difficili: come già nell’ottimo Una storia vera di Lynch, la morte, con tonalità decisamente più intense, va intesa come viaggio alla riscoperta di se stessi, un ritorno alle proprie origini. Attraverso una regia discreta e leggera come un alito di vento, parafrasando il titolo, si indagano le emozioni dei personaggi ed il loro animo: la relazione difficile nonno-nipote segnata dagli errori del passato e le esistenze stesse dei due protagonisti, l’uno in lotta con un senso di colpa antico, l’altra con uno presente. Da sottolineare la bella prova di Antonella Costa, la nipote, che offre al pubblico una performance secca, essenziale e per questo estremamente godibile.

Nuovo film di denuncia e Premio dell’Unesco per l’autore di Placido Rizzotto, presentato a Venezia nel 2000, Pasquale Scimeca, che con La passione di Giosuè l’ebreo punta il dito contro l’intolleranza religiosa. Spagna, 1492. Con un decreto regio vengono scacciati dai territori del regno spagnolo ebrei e musulmani, in generale i non battezzati. Inizia così il viaggio di un giovane ebreo, molto speciale perché indicato come il vero Messia, verso la salvezza, verso il regno di Sicilia; in questo cammino dovrà superare prove difficili ed inizierà ad entrare in contatto con la Parola e la vita del Cristo cattolico. Giosuè, figlio di un rabbino e cresciuto studiando e comprendendo il significato vero delle Scritture, giunto in Sicilia in un villaggio di ebrei convertiti viene scelto per essere il Cristo durante una rappresentazione della Passione. Giosuè sostanzialmente ripercorre la strada di Gesù: la formazione, la predicazione, la persecuzione ed infine la crocefissione, anche se qui il protagonista, pur citando le Scritture, si distacca dal Cristo: ha paura, non vuole morire, sa di non essere il Messia. Da sottolineare come il regista riesca a porre in evidenza, attraverso i dialoghi tra i vari personaggi, i tanti punti di contatto tra le varie religioni, come sia in realtà l’amore per il prossimo e la solidarietà tra gli uomini la base di ogni dottrina; prima del decreto di espulsione dal territorio spagnolo convivevano pacificamente cattolici, ebrei e musulmani ognuno pregando il proprio Dio, questo è il messaggio fondamentale del film, che si chiude con le parole di Papa Giovanni XXIII, il quale chiede perdono a tutti coloro che sono stati perseguitati in nome di una supposta superiorità religiosa del Cattolicesimo.

Il belga Parabola, dell’esordiente Karim Ouelhaj, è decisamente il film più forte e crudo della rassegna. La storia è quella dell’amicizia tra tre donne: Sarah, una prostituta, Axelle, una giovane incinta e sola, ed Elena, una fotografa abbandonata dal marito. Su tutte incombe un destino inesorabile e macabro, pur trovando un momentaneo sostegno e conforto le une nelle altre. Viene rappresentato un universo femminile degradato, fragile, intriso di violenza e soprattutto senza alcuna speranza di riscatto o di salvezza: neanche la morte sembra poter dar pace alle protagoniste incastrate in storie talmente malate da annientarne l’anima. Un pugno nello stomaco, sensazione accentuata dall’uso di telecamere digitali quasi dilettantistico (immagini sfuocate e mosse, primi piani molto ravvicinati) e dalla confusione nello scorrere del tempo: spesso i particolari di alcune scene vengono riproposti al contrario oppure rallentati. Proprio un pugno nello stomaco.


Falling... in love di Wang Ming-Tai (Taiwan) è stato presentato dalla produzione e dal cast in pompa magna con tanto di manifesti e materiale informativo. Peccato che fosse decisamente un brutto film. Una storia d’amore: Alan e Angel, poi si aggiunge una vecchia fiamma di lui, Belle, che prende in affitto un appartamento accanto ad Angel. Le due donne, ignare del legame tra loro, diventeranno intime seguendo piene di dubbi ed aspettative il sentiero dell’amore, desiderando entrambe lo stesso uomo. A Capodanno, guardando nel pozzo di un tempio ad Hokkaido troveranno la risposta ai loro patemi d’amore. La trama complicata, resa ancor meno comprensibile dalle somiglianze marcate tra i vari personaggi, tratta di una storia d’amore molto silenziosa (forse per aumentare il pathos?), impulsiva e carnale, tentando di indagare le ragioni che muovono l’animo dei protagonisti, ma lasciando lo spettatore senza risposte. Le scene di sesso gratuite ed integrali (che hanno meritato al film il Premio “L’impudente cinema” del Progetto Giovani del Comune di Vasto), la lunga sequenza del concerto finale (si può ascoltare per intero la canzone suonata), riportano la mente alle peggiori trasmissioni o fiction all’italiana.

 

STORIA  SEGRETA  DEL  CINEMA  ASIATICO

 

Ancora una volta bisogna ringraziare la Fondazione Prada che, nel centenario del cinema cinese, ha permesso al pubblico veneziano di godere di una decina di capolavori sconosciuti prodotti a Shanghai negli anni Trenta-Quaranta, grazie al finanziamento di un’attività di recupero e restauro delle pellicole del China Film Archive, in collaborazione con la Cineteca Nazionale e la Direzione Generale per il Cinema. Quest’anno, infatti, nell’ormai mitica Sala Volpi era presentata “La storia segreta del cinema asiatico”, che comprendeva, accanto al percorso monografico sul cinema cinese, anche una rassegna dedicata a sei maestri del cinema giapponese di genere degli anni tra i Cinquanta e i Settanta, presentato in copie ristampate dalla Japan Foundation proprio per i grandi festival internazionali. Molti erano i padrini d’eccezione per questa sorprendente sezione retrospettiva, voluta da Marco Müller, buon conoscitore di lingue e cinematografie orientali: da John Woo al veterano Xie Jin per la Cina; Suzuki Seijun e Takashi Miike per il Giappone, che però non sono riusciti a catturare troppo l’attenzione di un pubblico forse scoraggiato dai titoli un po’ ermetici e dal timore di incontrare difficoltà nel seguire pellicole così datate, senza il conforto di una lingua vagamente familiare e di adeguate conoscenze della storia del cinema dell’estremo oriente.

Certo è che nel seguire certe trame, certi caratteri, c’era veramente da rimanere sorpresi: film decisamente moderni nei contenuti, nelle situazioni e perché no, anche nella tecnica. Il cinese Primavera in una piccola città di Fei Mu (1947), ad esempio, narra di un triangolo amoroso in cui il montaggio a salti e lo stile frammentato diviene esempio per i cineasti moderni; La mia vita (regia di Shi Hui, 1949-50) e La Strada (di Sun Yu, 1934) raccontano, per sommi capi e in modi diversi, la storia moderna della Cina e l’avvento del regime comunista: ma sono film di protesta, di critica alle classi dominanti che sfruttano il popolo rimanendo ai posti di comando, mascherandosi sia dentro un impero sia dietro alla democrazia. Dalle pellicole “politiche” traspare una certa rassegnazione, una sorta di fatalismo: i poveri sono poveri e sempre lo rimarranno, mentre i potenti, riciclandosi, rimangono sempre al di sopra di tutto e tutti.

Più leggeri sono i gangster-movie giapponesi (Crepate bastardi!, 1960 e Ufficio investigativo 2-3: crepate bastardi!, 1963, di Suzuki Seijun), molto americanizzanti anche nelle forme di quella che oggi si chiama pubblicità occulta (in Ufficio investigativo 2-3, ad esempio, nei minuti iniziali in bella mostra come parte della scenografia si trova un camion con il marchio “Pepsi” enorme sul cassone), grottesche parodie dello stereotipo del film d’azione, esagerate nelle trame e nei dialoghi (per una parolaccia ci sono 20 «maledizione!»), ma comunque divertenti e piacevoli.

Le pellicole “sociali” cinesi sono anch’esse di un’attualità sconcertante: Le sventure del pesco e del pruno (Ying Yunwei, 1934) racconta, in un lunghissimo flashback del protagonista, la vita di due giovani che, appena laureati, affrontano il mondo con la fiducia e la forza di chi è convinto che l’onestà e la rettitudine permettano di condurre una vita tranquilla e serena. Ben presto si scontreranno con la realtà di una società corrotta e degradata dove trovano lavoro i raccomandati o le fidanzate del capo, e in cui c’è sempre qualcuno pronto ad approfittare della buona fede del prossimo (alla ricerca dell’ennesimo lavoro al povero Tao arriva una proposta: per essere assunto deve prima pagare una notevole somma); vanno qui sottolineati i mezzi tecnici: dissolvenze e rudimentali effetti speciali, per meglio descrivere le emozioni, che possiamo considerare decisamente moderni. Infine segnalo Donne nuove di Cai Chusheng, per scoprire la reale condizione della donna cinese nel 1935, non sottomessa alla famiglia o al marito, ma libera di lavorare, di vestirsi anche all’occidentale e di non sposarsi. Come in Occidente, però, la protagonista, scrittrice talentuosa di Shangai, riesce a pubblicare solo grazie alla sua avvenenza. Tutto il mondo è paese.